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Full text of "Manuale della religione e mitologia dei greci e romani di Enrico Guglielmo Stoll"

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MANUALE DELLA 



RELIGIONE E 



MITOLOGIA DEI 



GRECI E ROMANI 



DI ENRICO... 



Heinrich Wilhelm Stoll, 
Raffaello Fornaciari 




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M A N U A L E 

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RELIGIONE E MITOLOGIA 



dei 

* GRECI E ROMANI 



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2 



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MANUALE 

RELIGIONE E MITOLOGIA 

dei 

GRECI E ROMANI 

AD USO DEI GINNASI 

di 

ENRICO GUGLIELMO STOLL 

PROF. NEL GINNASIO DI WEILBURC 

Tradotto per la prima volta dall'originale tedesco in italiano 

col consenso dell'autore 

D A 

Hill FORM A CI A RI 

PROF. NEL U. LICEO DI PISTOJA 




FIRENZE 

PRESSO FELICE PAGGI 

Libraio 1-jiilore 

186K 



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Proprietà Letteraria. 



FIRENZE — Tip. Nazionale Piazza S. Biagio N. 3 di V. Sodi. 



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PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 



Le favole religiose delle due più celebri nazioni 
pagane, se si considerano come suonan letteral- 
mente e, per dir così, nella superficie, talora ci 
dilettano colla varietà del racconto, ma più spesso, 
per la loro stranezza e incredibilità, ci muovono a 
riso. Oltredichè, cangiando mirabilmente i partico- 
lari di esse secondo i paesi e le tradizioni diverse, 
ove sieno prese nel senso letterale mancano troppo 
spesso di qualsiasi unità e torna assai difficile il 
serbarle durevolmente nella memoria. È perciò 
che fino ab antico si conobbe il bisogno e si destò 
il desiderio di penetrare oltre la scorza esterna, e 
ricercare quali verità storiche o morali si nascon- » 
dessero sotto quelle bizzarre e troppo sovente de- 
formi e sconce fantasie. Che cosa ne sentissero 
i pagani stessi e a quali conclusioni riuscissero i 
filosofi loro dei bassi tempi, può vedersi dottamente 
esposto e discusso nel cap. xvi della Storia di Gre- 
cia di Giorgio Grote. Neifetà cristiana due sono 
state le spiegazioni più universalmente accolte, so- 
stenendo gli uni che le favole dei pagaia sieno una 
continua e graduata alterazione della storia biblica, 
e seguitando gli altri a credere(secondo un'opinione 
antica) che esse sieno~dotte invenzioni di sacerdoti 



e poeti filosofi, i quali coll'amenità della forma ab- 
biano inteso a render piacevoli o sottili disquisi- 
zioni scientifiche, o più spesso severi precetti di 
morale. Ma nè l'una nè T altra interpretazione 
sembra assai fondata sulla natura delle cose. E 
quanto alla prima, consentendo ancora che cer- 
te tradizioni fondamentali antichissime sulla ori- 
gine del mondo e dell'uomo e sul diluvio sieno 
rimaste patrimonio comune di tutte le genti dopo 
la dispersione loro (come io non duro fatica a cre- 
dere), non s'intende poi la ragione di quelle più 
minute e continue somiglianze che si vorrebbero 
trovare fra le trad.zioni di popoli abitanti a gran- 
dissima distanza gli uni da^li altri e senza alcun 
mezzo o tendenza di comunicazione reciproca, anzi 
con odio grande e disprezzo. Ma ancor meno pro- 
babile è la seconda spiegazione, avendoci l'osser- 
vazione e l'esperienza addimostrato che la dottrina 
e la filosofia sorgono presso tutti i popoli dopo le 
favole, e non le favole son frutto di quelle, posto 
pure che in tempi più tardi e più civili soffrano, 
per questa ragione, qualche aggiunta o cambia- 
mento di cui torna facile tracciare l'origine. L'os- 
servazione e l'esperienza medesima in quello che 
ci han mostrato la falsità dei precedenti sistemi di 
spiegazione, ci han finalmente condotto, prevalen- 
dosi di molte indicazioni forniteci anche dagli an- 
tichi, a scoprire il mezzo per poter leggere, se non 
tutti i particolari, almeno il senso più generale nel 
gran volume delle religioni pagane. Infatti, avendo 
l'uomo un istinto che Io porta a riconoscere ed 
anorare qualche cosa di simile e superiore insieme 
o se stesso, egli dove sia lasciato in sua balia e 



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— Ili — 

senza il benefico soccorso di una rivelazione (1), 
piglia a divinizzare quelle cose naturali che più 
gagliardamente gli percuotono il senso, e colla fan- 
tasia vivacissima personifica tutti i fenomeni di 
natura, dando loro passioni e vicende umane, e 
così creandosi i miti (2). Allora la fecondazione 
della terra per mezzo del tepido raggio del sole e 
della pioggia benefica diventa al suo pensiero una 
vera generazione di padre e di madre: la vegeta- 
zione rigogliosa ma breve degli alberi e delle 
piante desta P immagine di floridi giovani che 
dopo corto vivere passano nel regno dell'ombre per 
tornar poi talora, come le piante della terra, a rive- 
dere la luce: la evaporazione dell'acque che dalle 
paludi levasi verso il cielo finché non è dissipata 

(1) Tengasi ferma la distinzione (che il Vico pose come vero in- 
concusso ) fra religioni naturali e religione rivelata : quelle sono 
umane, anzi nazionali, e nascono, crescono e decadono colle parziali 
società delle quali sono il ritratto in tutte le loro condizioni fisiche e 
morali : questa è divina, comincia colla creazione del primo uomo, e 
palesatasi intieramente colla pienezza dei t*mpi, "ha fatto il giro del 
mondo e serba ancora immutate le sue' dredenze : le prime soddisfanno 
in qualche modo al bisogno che ha l'uomo di adorare la divinità 
per esser meno reo e mino infelice su questa terra e per secondare i 
nobili impulsi del cuore : la seconda confermando e innalzando queste 
stesse sublimi tendenze, dà loro un oggetto degno e durevole, e così 
impedisce che il generé umano perda al tutto quei supremi principii 
morali a stabilire i quali la ragione abbandonata a se stessa è impo- 
tente, ma che son necessarii perchè viva la società. Tutte le religioni 
hanno di necessità fra loro una somiglianza in ciò, che ammettono un 
Dio personale e con segni sensibili gli rendono omaggio: ma la rive- 
lata soltanto insegna far questo con verità, e in modo condecente e per 
se medesimo accetto a colui dal quale essa deriva. 

(2) "Mito significa propriamente parolaia, una parola che divenendo 
nome o attributo ha preso una esistenza reale. La maggior parte de- 
gli dèi greci, romani, indiani e di altre nazioni gentili non son altro che 
nomi poetici, i quali a poco a poco hanno rivestita una personalità che non 
era affatto nelle intenzioni di chi l'aveva prima inventati."Max MiMer. 



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dalla forza del sole, si appresenta come una lotta 
delle nere potenze dell'ombre contro il dio della 
pura luce del cielo: le rivoluzioni della terra e 
T eruzioni vulcaniche diventano mostri e giganti 
spiranti fuoco che fan guerra all'olimpo per esser 
poi vinti e gettati nel buio tartaro: questi e tali 
altri fenomeni son quelli che si trovano nascosti 
in fondo ai miti e simboleggiati per una quantità 
di dèi e dèe con attributi che attestano la loro 
primitiva identità. E tale interpretazione ci è con- 
fermata dall'etimologia dei nomi divini che si tro- 
vano significare quasi sempre fenomeni fisici o loro 
qualità, e meglio ancora dal confronto tra i miti 
di altri popoli pagani ( p. e. indiani, germani ec), 
nei quali tutti si vede somiglianza fondamentale di 
immagini, malgrado quelle minori diversità che ri- 
sultano dalle diverse condizioni fisiche del suolo, 
e dalla varia tempra di fantasia. Così la religione 
pagana non è altro nelle sue origini che un vero 
e proprio culto della natura. Crescendo poi nei 
popoli la coltura, fondandosi le istituzioni sociali, 
prevalendo il sentimento morale, anche le sue di- 
vinità pigliano un aspetto conforme a questo nuo- 
vo sta o, e da loro si fa derivare la civiltà che 
essi hanno sparso sulla terra per mezzo dei figli 
loro, cioè degli ero/, i quali, aiutati dagli dèi, ap- 
paiono come gli operatori del bene comune, e 
comprendono in sè le prime storiche tradizioni dei 
popoli. Ed ecco che la Mitologia intesa in tal 
modo non solo serve meglio allo scopo di inten- 
dere e gustare le opere de'poeti, ma anche ci dà 
il più splendido e fedele ritratto dell'indole di un 
popolo e delle sue. vicende in tempi ai quali la 



•V 



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storia e i monumenti non possono risalire. Ma se 
la verità di questo criterio generale sembra indu-> 
bitata, resta però assai malagevole e dubbiosa e c 
soggetta ad errore l'applicazione di esso nei sin- 
goli casi, potendo un mito stesso ricevere più spie- 
gazioni e risultare da più e diversi elementi. E la 
via per errare meno che sia possibile si è di stu- 
diare e apprendere i miti con quelle distinzioni e 
quell'ordine che la natura loro richiede, tenendo 
ben separato ciò che è rimasto proprio di una sola 
stirpe da ciò che è divenuto comune a tutta una 
nazione e seguendo i successivi gradi di forma- 
zione dei miti, espressi dai varii poeti , e consi- 
derando attentamente le relazioni che posson cor- 
rere tra un mito e le condizioni contemporanee 
del popolo nel quale si è formato. 

Questo sistema di classificazione, e questa cri-\ 
tica, che per se sola dà ai nostri studii il rigore 
d' una scienza, regola e determina eziandio il li- 
bretto che qui diamo tradotto e che per questa 
parte si vantaggia non poco sopra gli altri li- 
bri di Mitologia firi ora usati nelle nostre scuole, 
nel quale però non mancano eziandio qua e là 
quelle traccie più generali e accertate di interpre- 
tazione, che valgano a formare il criterio per ulte- « 
n'ori studii. Ecco in qual modo l'autore stesso ci 
informa del procedere da lui tenuto nel comporre 
i 1 presente Manuale. " Quest'operetta cerca te- 

nersi entro i confini della nuova scienza e può 
„ servire come libro scolastico in preparazione a 
„ opere mitologiche più profonde, perciocché egli 
„ offre colla maggior brevità possibile quanto è 
„ necessario allo studioso sì per avere un aiuto 



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„ neir interpretazione dei classici, sì ancora per in- 
$f trodursi nella scienza medesima. Ora lo studioso 
ii ha bisogno primieramente di una cognizione 
„ della religione e mitologia greca nella forma loro 
„ più matura, cioè giunte a quel grado di svolgi- 
„ mento nel quale si trovavano al tempo del mag- 
„ gior fiorire della vita ellenica. Sicché, dal lato 
„ letterario, si dovea tener rocchio specialmente a 
„ Omero ed Esiodo come quelli che di tale svolgi- 
„ mento posero i fondamenti, senza però trascurare 
„ nò anche gli scrittori di un'età posteriore più 
„ schiettamente ellenica, come Pindaro e i tragici, 
„ qualora presentassero concetti speciali, o nuovi 
„ aspetti di quelli già stabiliti. Ma perchè lo stu- 
„ dioso avesse anche un'idea del graduato svolgersi 
„ della religione e mitologia greca, conveniva qua 
„ e là, a proposito delle singole divinità, dare qual- 
„ che cenno anche di quelle concezioni meno prò- 
,, gredite che furon proprie di un tempo più antico 
„ o che appartennero a qualche culto locale, e così 
,„ ancora delle alterazioni che portarono nei miti i 
„ tempi più bassi. A tale scopo mira eziandio 
„ quella parte del libro che abbiam chiamata ge- 
„ nerale nella quale fautore, in servigio dei biso- 
„ gni della scuola, ha cercato di restringersi al 
„ più necessario. E ugual parsimonia ha dovuto 
,, serbare nelle citazioni, le quali si riferiscono a 
„ scrittori letti nelle scuole o a tali che lo scolare 
„ può trovar facilmente. n 

Così esprimesi l'autore nella prefaz. alla prima 
edizione di questo libro, del quale ben cinque edi- 
zioni si sono fatte in Germania e varie traduzioni 
in più lingue, a cui s'aggiunge ora la presente per 



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— VII 

la quale non pure ho avuto dal gentilissimo au- 
tore facile consenso ma anche benigno incoraggia- 
mento, e di ciò gli attesto qui pubblicamente la 
mia gratitudine. 

Nelfopera del tradurre ho procurato di esser 
fedele, se non inquanto in alcuni punti la neces- 
sità della chiarezza o la diversità del genio di 
nostra lingua mi obbligava a scostarmi alcun poco 
dalla lettera del testo. I nomi degli dèi greci ho 
conservato anch'io ( secondo è costume della mo- 
derna filologia ) nella loro forma nativa, italianiz- 
zandoli soltanto nell'ortografia e nella terminazione, 
non però sempre ugualmente nè tutti colla mede- 
sima regola ( chè sarebbe riuscita cosa aspra e 
intollerabile ) ma con quel certo arbitrio che mi 
era suggerito dal desiderio di conciliare possibil- 
mente r esattezza della forma greca colle esi- 
genze dell' orecchio e coli' uso dei migliori poeti 
italiani. Non so se in ciò avrò meritato lode o bia- 
simo, ma ad ogni modo piccolo sarà il danno, po- 
tendosi spesso vedere accanto al nome italianiz- 
zato il corrispondente greco in greci caratteri. 

Finirò accennando che oltre questo Manuale di 
Mitologia scritto appositamente pei ginnasii, il sul- 
lodato autore ha eziandio composto ad uso del 
|K)polo un altro libro intitolato Gli dèi e gli croi 
dell'antichità classica. Mitologia popolare de 1 Greci e 
de'Romani. Lipsia 1861. (voi. 2), nel quale, lasciando 
ogni aridità di citazioni ed estendendosi maggior- 
mente nell'esposizione dei singoli miti, offre al leg- 
gitore un corso di mitologia ragionato, qual debba 
riuscire utile e dilettevole per chi non può disse- 
tarsi alle fonti dei classici. Mentre io, dovendo 
* 



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speciai mente provvedere alle scuole dove i clas- 
sici greci e latini si studiano, presi a tradurre, 
senza esitar nella scella, il presente Manuale, 
sono però disposto, qualora quest'operetta trovi 
favorevole accoglienza e pronto spaccio, di dare in 
italiano anche f altro libro che potrà servire in al- 
cuni luoghi di dichiarazione al Manuale. 

Desidero che questa mia umile fatica possa in 
qualche modo giovare perchè la nostra gioventù 
studiosa, senza però ripudiare il senso pratico e le 
gloriose tradizioni degli italiani, si approprii a poco 
a poco i risultati deile dotte fatiche colle quali le 
più erudite e pazienti nazioni straniere hanno re- 
cato tanta copia di luce negli studii dei classici. 

Pistoja, IO Novembre 1865. 



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INDICE 



Parte generale. 



I Le idee religiose de* greci conside- 

RATE NEL LORO SVOLGIMENTO STO- 
RICO .... Pag. 
II Idee mitiche de' greci intorno al- 
l'origine E ALLO SVOLGIMENTO 
DEGLI DEI E DEL MONDO 

§ 1. Le stirpi divine .... 
§ 2. Gli dèi olimpici e il loro ordinamento 

e governo delPunivei so 
§ 3* L'uomo 



10 
10 

15 
21 



— 31 



Parte speciale. 



A. Gli dèi 
Gli dei dell'olimpo 
§ 1. Zeus 32 — 2. Era 43 — 3. Fallade 
Atena 48 — 4. Febo Apollo 53 — 5. 



32—104 



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V 



Artemide 60 — 6. Erme 62 — 7. 
Efesto 67 — 8. Afrodite 69 — 9. Ero$ 
73 — 10. Ares 75 — 11. Estia 77 — 
12. Mira 79 — 13. Tiche 81 — 14. 
Nemesi 82 — 15. Ate 83 — 16. Dice 
83 — 17. Temi 84 — 18. Muse 84 

— 19. Caris, Cariti 87 — 20. Ore 89 

— 21. Iadi 90 — tt. Pleiadi 91 — 
23. Iride 93 — 24. Elio 94 — 25. 
Selene 97 — 26. Eos 99 — 27. I 
Venti 101. 

II Gli dei del mare .... 105 — 121 
§ 1. Posidonel05 — 2. Amfitrite 110 — 3. 

Tritone 111 — 4. Oceano 112 — 5. 
Ponto 113 — 6. Nereo e le Nereidi 
113 — 7. Leucotea Ino 116 — 8. Pro- 
teo 117 — 9. Glauco 118 — 10. I fiu- 
mi 119 — Acheloo 120. 

III Le divinità' della terra e dell'in- 

ferno 121 — 170 

§ 1. Gea,Gel21 — 2. Ninfe 123 — 3. Rea 
Cibele 127 — 4. Dioniso 129 — 5. I 
Satiri 138 — 6. Sileno 139 — 7. Mar- 
sia 140 — 8. Mida 140-9. Pane 141 - 
10. Priapo 143 — 11. I Centauri 143 

— 12. Demeter 145 — 13. I Cabiri 
• 153 — 14. Persefone, Cora 154 — 15. 

Ade 156 — 16. Tanatos e Ipnos 159 
. — 17. Cer 161 — 18. Le Erinni 
162 — 19. Ecate 169. 



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B. Gli Eroi .... 171—247 
§ L Favole di Corinto (^Sisifo, Bellerofonte) 
173 — 2. Favole Argive (Inaco, Da- 
nao, Danae, Perseo) 177 — 3. Eracle 
183 — 4. Tantalo e la sua stirpe 20 i 

— 5. Favole Attiche (Cecrope, Teseo) 
208 — 6. Favole tebane (Cadmo, 
Edipo) 213 — 7. Gli Argonauti 222 

— 8. La guerra troiana 232. 

Religione e Mitologia de* Romani. 



Introduzione. 248 

A. Gli dèi. 

I Dei principali della religione di 

stato in roma .... 253 — 273 
§ 1. Giove 253 — 2. Giunone 258 — 3. 
Minerva 259 — 4. Marte 260 — 5. 
Quirino 264 — 6. Vesta 264 — 7. 
Vulcano 266 — 8. Giano 267 — 
9. Apollo 269 — 10. Diana 270 — , 
IL Venere 271 — 12. Mercurio 273. 
II Dei dell'agricoltura e della pasto- 
rizia 274 — 284 

§ L Saturno 274 — 2. Opi 275 — 3. Ver- 
tumno 275 — 4. Flora 276 — 5. 
Cerere 277 — 6. Libero o Bacco e 
Libera 279 — 7. Tellus o Terra 280 
8. Bona dea 280 — 9. Cibele, Magna 



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XII 

Mater 281 — 10. Termine 281 — 11. 






Silvano 283 — 12. Fauno 284 — 13. 






Pale 285. 

1 T T Dei della casa e della famiglia 


286 — 


281) 


S 1. Penati 286 — 2. Lari 287 — 3. 






Genii 289. 

TV Dei del destino e della divinazione. 290 — 


292 


V Costellazioni 


293 




Snifi p T.una. 

VI Acque e venti . 


294 — 


295 


§1.11 mare 294 — 2. Fonti e fiumi 295. 






VII Inferno 


295 — 


297 


Dite o Pluto e Proserpina. 
Vili Personificazioni. . 


298 — 


301 


$ 1. Evandro 801 —2. Enea 303 —3. 






Romolo 


308 





IMARAZMNE DEGLI INTAGLI 



(Frontisp.) La musa Clio con un ruotolo di fogli 
nella sinistra e con appresso una cassetta piena di 
altri simili ruotoli. 
Fio. 1. Zeus sul trono col fulmine nella destra, e colla si- 
nistra appoggiata allo scettro. Statua della colle- 
zione vaticana. 

Fig. 2. (pag. 33.) Busto di Zeus, che si conserva nel Mu- 
seo Pio-Clementino. 

Fig. 3. (pag. 33.) Capo di Era col diadema, nella villa 
Ludovisi a Roma. 

Fig. 4. (pag. 48.) Statua di Era nella collezione vaticana. 

Fig. 5. (pag. 49.) Statna di Atena di Velletri, nel Louvre. 

Tiene colla destra la lancia a guisa di scettro, e 
nella sinistra, come pare, una tazza per libazioni. 

Fig. 6. (pag. 53.) Busto di Atena con tratti molto espres- 
sivi: dalla villa Albani. 

Fig. 7. (pag. 53.) Capo di Afrodite con espressione di 
brama amorosa. Nel Louvre, <*alla villa Borghese. 

Fig. 8. (pag. 55.) Apollo Callinico di Belvedere. 

Fig. 9. (pag. 57.) Apollo Musagete, Statua della colle- 
zione Pio-Clementina. 



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XIV 

Fig. 1 0. (pag. 61.) Artemide. Statua di Versailles nel Louvre. 
Fig. 11. (pag. 63.) Erme nunzio e corridore, in atto di 

eseguire un ordine di Zeus. Statua di bronzo d'Er- 

colano. 

Fig. 12. (pag. 75.) Ares disarmato e assiso comodamente: 
un Eros si balocca intorno ai piè di lui. Statua della 
villa Ludovisi. 

Fig. 13. (pag. 77.) Estia, la così detta Vesta Giustinianea. 

Fig. 14. (pag. 105.) Capo di Apollo corrispondente al- 
l'Apollo di Belvedere. Una volta facea parte della 
collezione Giustinianea, oggi è posseduto dal conte 
Pourtales-Gorgier. 

Fig. 15. (pag. 105.) Busto di Posidone nel Museo Chiara- 
monti del Vaticano. 

Fig. 16. (pag. 133.) Dioniso che abbevera un leone, dal 
basso-rilievo sul monumento di Lisicrate ad Atene. 

Fig. 17. (pag. 131.) Arianna addormentata, nella colle- 
zione di statue del Vaticano. 

Fig. 18. (pag. 138.) Statua del giovane Dioniso col tirso 
nella destra. Nel museo del Louvre. 

Fig. 19. (pag. 129). Statua di Dioniso indiano, del così 
detto Sardanapalo, nel museo del Vaticano. 

Fig. 20. (pag. 138). Satiro che si riposa, probabilmente 
una imitazione del famoso satiro di Prassitele. Sta- 
tua del Campidoglio. 

Fig. 21. (pag. 139.) Sileno con Bacco fanciullo. Gruppo 
di marmo della villa Borghese nel Louvre. 

Fig. 22. (pag. 145). Demeter che tien nella destra la face, 
alla quale è ravvolta un'infula, e colla sinistra un 
paniere di frutti. Dalle pitture murali di Pompei. 



Fig. 23. (pag. 181.) Perseo che libera Andromeda. Basso 

• rilievo del museo Capitolino. 
Fig. 24. (pag. 183.) La statua colossale Farnese di Eracle. 
Fig. 25. (pag. 202.) Niobe, dal gruppo a Firenze. 
Fig. 26. (pag. 206.) Sacrificio di Ifigenia, dalle pitture 

■ 

murali di Pompei. 
Fig. 27. (pag. 207) Ifigenia in Tauride sul punto di sacri- 
ficare il fratello Oreste e Pilade. Basso rilievo della 

villa Albani a Roma. 
Fig. 28. (pag. 210.) Teseo, in atto di prendere la spada e 

gli stivaletti del padre sotto il masso. Basso rilievo 

nella villa Albani a Roma. 
Fig. 29. (pag. 214.) Piccola statua di Atteone da un marmo 

nel museo Britannico. 
Fig. 30. (pag. 221.) Il cosi detto toro Farnese. Zetoe Am- 

fione che legano Dirce ad un toro selvatico. Gruppo 

colossale in Napoli. 
Fig. 31. (pag. 235.) Statua di Achille. Nel museo del 

Louvre. 

Fig. 32. (pag. 243.) Laocoonte. Gruppo della collezione 
vaticana. 



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4 -! 



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» vi 

PARTE GENERALE 



I. 

Le idee religiose dei Greci considerato 
nel loro svolgimento storico. 

Il concetto che ebbero i Greci dei loro iddìi non è 
stato sempre uguale. Lo svolgimento delle facoltà in- 
terne d'un popolo ha anch'esso una puerizia e una gio- 
vinezza, come una virilità e pur troppo eziandio una vec- 
chiezza: ora insieme col perfezionarsi di quelle facoltà, 
si svolgono e si dilatano ancora con pari progresso le sue 
vedute e idee religiose. Perciocché come un uomo di mi- 
nor coltura e istruzione ha del suo dio un concetto molto 
pia basso e più grossolano che non ha un uomo addot- 
trinato, così appunto la religione di un popolo che si 
trova tuttora sul limitare della civiltà è naturalmente 
tutta diversa da quella che in lui domina quando ha 
raggiunto il più alto grado di civile perfezionamento (1). 
E così va la bisogna anche rispetto al popolo greco e alla 
sua religione. 

(1) Avverti che qui si parla di religioni naturali, aon della Reli- 
gione rivelata. Vedi la prefazione. {Nota del tradi i f.) 



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I Pelaci, quei primitivi a nitori della Gre*, 
quali, in processo di tempo, boi 4e il popolo gr<*co o é 
nico, aveano un culto natii r lo, cioè Veneravano come 
diviniti, le potenze della natura, alle quali si sentivan 
soggetti. Non già che la cosa stessa materiale, come per 
esempio il sole, il mare, fosse l'oggetto di questo culto: 
anzi e 1 vi concepivano dentro una potenza spirituale che 
li riempiva, mutava lor faccia, e produce va le loro mol- 
teplici influenze. Così un popolo ravvolto ancora entro i 
vincoli di natura venerava una potenza, spirituale 
bensì, ma strettamente avvinta coi corpi naturali che 
essa informava. Onde p. es. si riguardava la Terra (Gea) 
come una divinità che versi dal cieco suo grembo il ri- 
storo della vegetazione, e le si poneva a lato una divi- 
nità dell'umido elemento (come Posidone) o il cielo 
stesso (come Zeus), i quali fruttificano la terra e de- 
stano in lei la virtù generativa ; nei terreni vulcanici, 
come risola di Lemno, adoravasi la potenza del fuoco, 
e così va dicendo. 

Queste potenze, come ho detto, furono riconosciute 
spirituali e doveano quindi esser concepite come di spe- 
cie uguale sostanzialmente all'umana, onde agli dèi si 
attribuì persona, pensieri e opere alla foggia degli uo- 
mini. Nel primo stàdio di svolgimento dello spirito umano 
predomina su tutte le altre facoltà la fantasia : ora ab- 
bracciando l'uomo le relazioni tra sè e la natura, colla 
fantasia piuttostochè colla semplice ragione, gli vennero 
formati, istintivamente e senza saperne o rendersene 
conto, i suoi dèi, cui riconobbe esistenti realmente, e cre- 
dette in loro e onorolli con sentita devozione. E poiché in 
questo procedere la fantasiaera quella che lav ora va,quindi 
l'uomo rappresentò con immagini fisiche, che sono ap- 
punto il linguaggio della fantasia, tutte le diverse atti- 



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_ 3 - 

tudiui nelle quali i suoi dèi gli comparivano, e così 
creossi i miti. Tale attività dello spirito è in certo modo 
una poesia naturale e istintiva ; e invero tutto quanto 
il regno della mitologia, tutte queste infinite favole e 
miti, frutto di un popolo dotato d'una fantasia si ricca e 
animatrice, potrebbero acconciamente chiamarsi un gran 
poema, nel quale Finterà nazione ha lavorato nel corso 
dei secoli. Ma i subietti della mitologia non si ristrin- 
gono agli dèi : il Greco, in quell'età sì feconda di miti, 
abbracciava pure colla fantasia tutti i fatti dell'uni- 
verso, depositava nella mitologia tutta intera la per- 
cezione che aveva del mondo, le sue idee sopra gli 
dèi e la vita della natura e dell'uomo. Tuttavia, 
poiché la natura agli occhi degli antichi, era tutta 
piena della divinità e quasi germogliava su que- 
sta, e poiché la potenza degli dèi vedevasi chiara ad 
ogni passo anche nella vita umana, perciò il subietto 
della mitologia dovea essere a preferenza di genere re- 
ligioso. 

Ma il popolo non. si ferma a questo più basso grado 
di sua coltura : introdotto ordine e leggi, stabilite rego- 
lari nozze e fondati gii stati, l'uomo viene a conoscere di 
esser governato da potenze più nobili che non sono 
quelle fisiche : comincia a venerare delle potenze morali, 
principio di ordine e di legalità nel mondo. Allora il 
popolo o abbandona interamente le divinità naturali, 
creandosi degli esseri più elevati e più spirituali, o tra- 
sforma quelle prime divinità, staccandole, direi quasi, 
dalla natura, e facendone degli esseri morali e liberi, or- 
dinatori della vita degli uomini. Per es. Demeter è ori- 
ginariamente la divina madre terra, e pelò, secondo i 
concetti della religion naturale, una stessa cosa con Gea. 
Come tale dev'essere stata specialmente in venerazione 



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presso un popolo dedito all'agricoltura. Ma l'agricoltura 
porta seco stabile abitazione, nozze, stato e buon costume, 
introdotte le quali cose il concetto della madre terra si 
allarga, e Demeter diventa la fondatrice della casa, del 
matrimonio, della legge ecc. e quasi affatto sparisce dal 
regno della natura. 

Questa elevazione dell'idea religiosa che dovette farsi 
non ad un tratto ma gradatamente, rimonta, senz'altro, 
al tempo in cui dalla vita pelasga o della Grecia an- 
tica, germogliò la vita schiettamente greca o ellenica. 
Circa 1200 anni av. Cristo i varii popoli della Grecia, 
per un forte impulso venuto dal di fuori, si commossero 
e agitarono sì generalmente, che quasi per tutto il 
paese, le stirpi cambiaron dimora. Fra queste mutazioni 
di sede tiene il primo luogo quella dei Dori, popolo di 
eroi, che s'impossessò della maggior parte del Pelopon- 
neso, e costrinse gli altri popoli ad emigrazioni anche 
più lontane, per le quali si popolaron di Greci eziandio 
le isole dell'Arcipelago e le coste dell'Asia minore. L'in- 
troduzione di questa vita guerriera, il cambiamento di 
6edi e la fondazione di nuove città e stati furon cagione 
che le stirpi, le quali avean finora vissuto entro gli an- 
gusti confini di un rozzo naturalismo, e avvinti, per cosi 
dire, alla gleba.del loro campo, si destassero ad una vita 
più agitata, movessero il primo passo sul cammino della 
storia. Uno spirito novello invase il popolo, e nuovi or- 
dinamenti furono stabiliti. Tutto quanto il vivere do- 
vette pigliare una forma diversa : e perciò anche i con- 
cetti religiosi del popolo alterarsi, e le sue divinità, 
spogliando sempre più il lato fisico, passare ad esser for- 
me libere e vive, fornite di un valore intellettuale. Qui 
dunque si divide la storia della religione greca, e quel 
primo tempo delle idee rozze e basse chiamasi il pelas- 



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— 5 — 

gico o antico greco, in opposizione al tempo propriamente 
detto ellenico, nel quale la generalità del popolo greco 
conseguì quel maggior grado di religiosa cultura, al quale 
per la parte sua egli era destinato. 

In questi sforzi per inalzare e annobilire le idee e le 
immagini religiose furon duci e rappresentanti di tutto 
il popolo i poeti, fra i quali finalmente Omero (circa 
900 anni av. Cr.) ed Esiodo riportaron pieno trionfo. 
Omero ha singolarmente contribuito al miglioramento 
dei concetti religiosi ; per lui le divinità vestirono per- 
sona determinata e compita, e furono esseri moralmente 
liberi. Egli non potè certo raccogliere tutti quanti i 
miti del tempo che gli precedette ma, a ogni modo, 
tutti i miti trattati nei suoi poemi, tutte le divinità 
ch'egli ci rappresenta, dovettero improntarsi dello spi- 
rito di lui o piuttosto dello spirito del tempo nel quale 
ei visse. Molti miti al suo tempo avean perduto il loro 
valore originario, ond'egli dovette infonder loro uno spi- 
rito nuovo, dar loro, anche senza volerlo, un significato 
corrispondente al modo di concepire d'allora. E questa 
foggia di concepire gli dèi, qual noi troviamo in Omero, 
rimase generalmente e sostanzialmente la stessa per 
tutto il tempo che durò la vita schiettamente ellenica, 
posto pure che il culto di qualche divinità conservasse 
in alcun particolare la forma più antica, e che qualche 
tratto di altra divinità si trasformasse. Quindi è vera in 
un certo senso l'espressione di Erodoto (2, 53), che 
Omero ed Esiodo crearono le divinità greche e ne deter- 
minarono la discendenza e la natura, purché però non 
s'intenda che Omero si studiasse, a posta, di comporre 
uno special sistema di credenze pel popolo greco. Omero 
non può chiamarsi un poeta religioso : i suoi poemi ci 
presentano l'arte che crea liberamente e secondo leggi 



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sue proprie, ma in generale egli introduce e immagina i 
suoi dèi, quali esistevano nella coscienza dei tempi di 
cui egli si fece banditore. 

Ora gli dèi d'Omero sono quanto al corpo e allo spi- 
3 ito formati a immagine dell'uomo, ma il dio, come es- 
sere più elevato e come signore dell'uomo, deve anche inal- 
zarsi sopra i confini del mondo sensibile entro il quale 
l'uomo si trova legato. Ingegna si l'uomo di spogliare i suoi 
dèi di tuttociò che è terreno, di serbarli esenti dai difetti 
dell'umanità, onde attribuisce loro tutta la nobiltà e la 
santità, ma poi non sa conservarli a lungo su questo 
grado. Vestiti ehVsono un tratto del coqjo umano, essi 
sentono, pensano e operano eziandio alla maniera del- 
l'uomo. In generale, considerando i loro dèi, urtasi in 
quelle contradizioni, le quali se danno subito nell'occhio 
a noi, che possiamo con tutta freddezza riscontrare e pa- 
ragonare insieme una cosa coli'altra, non però doveano 
così facilmente esser avvertite dai Greci stessi. 

In alcuni luoghi d'Omero gli dèi ci appariscono in 
una forma gigantesca e sovrumana, come (//. 21, 407) 
Ares, il quale in una battaglia essendo caduto in terra 
occupava sotto plctri (l) : ma in generale non sorpas- 
sano in modo singolare o prodigioso, la misura umana. 
Di più sono soggetti, come l'uomo, al bere, al mangiare 
e al sonno : avendo un corpo dipendono necessariamente 
Anch'essi dalle condizioni del tempo c dello spazio. Tut - 
tavia, per forzare quanto si può questi angusti confini, 
si attribuisce loro sensi più vigorosi, una vista e un udito 
ohe arrivano a grandi distanze (Od. "5, 283, 4, 505. IL 
16, 231. 514. 15, 222), e il potere di percorrere im- 
mensi spazii in brevissimo tempo. Inoltre il poeta in 

(1) Pietro — 100 piedi greci. 



* 



t 



_ 7 — 

molti luoghi mostra di credere, che gli dèi sanno 
tutto (foot Si n ttìvtx tGxaiv, Od. 4, 379. 468), che pre- 
veggono e annunziano i destini degli uomini ( Od. 1, 37), 
mentre poi d'altra parte molte cose restan loro ignote, e 
Zeus stesso può essere giuntato e gabbato (//. 18, 184 e 
seg. 1, 540 e seg). Dunque gli dèi omerici non hanno pun- 
to la omniscienza, e nè anche l'omnipotenza, benché si 
trovi qua e là l'espressione, gli dèi posson tutto (Qioì Si ti 
ràvra Svv&vtoli. Od. 10, 306. 14, 445). In generale gli 
dèi hanno solamente una facoltà più elevata per la quale 
essi senza troppa fatica (?£?<*) possono frammettersi nelle 
leggi e nel procedere della natura e della vita umana. 
Gli dèi son detti beati (/xi*ap£$, gnx £ù>ovt£$, àu^t;), 
esenti dai dolori e dalle inquietudini della vita terrena, 
e ciò non ostante sono anch'essi tormentati al pari che 
l'uomo dal dolore, dal bisogno, dalla cura, dal dispetto e 
dai dispiaceri : per quanto santi e giusti, essi non son 
liberi da colpe morali, sono spesso invidiosi, collerici, 
ostinati, tentano e perseguitano gli uomini deboli (//. 2, 
princ. 5, 563) : e intanto sono essi infetti di questi vizii, 
inquanto avendo forma e indole e foggia umana, 
• trovansi in condizioni simili a quelli degli uomini. E 
tali difetti e imperfezioni doveano rilevarsi assai più in 
un poeta, come Omero, il quale per giovare all'interesse 
poetico, introduce dappertutto questi esseri negli avve- 
nimenti e nelle operazioni degli uomini, il che non sa- 
rebbe stato se egli avesse 1 considerato gli dèi secondo 
la loro intima essenza e tenutili fino a un certo punto 
lontani dalle agitazioni e dai tumulti del mondo. Allora 
verrebber più in mostra quell'altre nobili proprietà de- 
signate con le espressioni generali — gli dèi sanno e 
conoscon tutto, gli dèi sono santi e giusti e beati. — 
Un'altra proprietà che distingue essenzialmente il 



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■ , < ~ ' - ■ ~ ■ — ■ - r * ■ 1 * 



ti lo dall'uomo è V immortalità, la quale costituisce ve- 
racemente Tessere divino, Tessere di tutt'altra tempra 
dall'uomo mortale, e superiore a tutto che è temporale 
e terreno (foot auv ióvrcs, xuytviTxt, àSi.vxTot nuxìàyvi^xoi). 
Anche i Greci conobbero che nelT immortalità sta 
Tessenza propria della divinità, gli dèi giurano per 
Stige, il fiume dell'inferno, e per le potenze della morte, 
a significare che, giurando il falso, essi rinnegherebbero 
la loro natura divina ( Od. 5, 185. iZ. 15, 36|; 14, 271 
** Zeus fece dello Stige il gran giuramento degli dei. M 
Ksiodo, Teog. 400: confr. 7T5 e seg.) L'immortalità 
o la perpetua giovinezza se la mantengono gli dèi ci- 
i>andosi di tempo in tempo del nettare e dell'ambrosia, 
bevanda e nutrimento proprii dell'immortalità (1) e che 
alimentano il sangue divino detto icore (ix^i II* 5, 340). 

Nissuna cosa ha sulla terra perpetua durata. Il bel 
giorno della vita greca, nel cui mattino Omero avea 
cantato i suoi divini poemi, tramontò, e gli dèi dovettero 
finalmente scendere dall'aureo trono, perchè la fede in 
essi era sparita dal cuore dell'uomo. Già ben presto si 
oran destati quà e là fra i Greci, dubbii intorno 
sigli dèi venerati dalla religione stabilita; Il primo as- 
salto venne dalla filosofia, nata fra le colonie greche 
circa il 600 av. Cr. Nella Grecia madre, la religione 
non fu così tosto minacciata dalla filosofia : nelle guerre 
persiane e nel successivo periodo della grandezza poli- 
tica degli stati greci, in Atene e nelle altre città erano 
tuttora in alta venerazione gli dèi che aveano preservato 
51 popolo dalla straniera servitù. Ma a cominciare 

(1) v'ik^up si fa derivare da yyj (non) e yrétuì (ycrfivw) o gjjjf : 
àlifigcolx ci« > iSuìàYi cibo immortale, *nfi£6atc$ uguale a ty/^oros 
«la d-/i-/^50TÓ5 



— 9 — 

dalla guerra del Peloponneso prese piede a poco a poco 
una general decadenza nella politica, nella morale o 
nella religione. I dubbii de'filosofi si infiltrarono nel po- 
polo e tanto procedette la cosa che, subito dopo Ales- 
sandro il grande, il filosofo Evemero potè con molto 
plauso dichiarare come gli dèi in origine non sieno stati 
altro che uomini, venerati dopo lor morte a causa dei be « 
nefizii e dei meriti che aveano verso il genere umano (1). L 

Oltre la filosofia, gran danno recarono alla religione i 
così detti Orfici, setta religiosa sortii anch'essa quasi 
insieme col sorgere della filosofia. Essi cercavano di 
fornire al cuore umano quella soddisfazione alla quale 
erano insufficienti gli dèi troppo umanizzati dei Greci, e 
contrapponevano loro nuove credenze. Ma perciò ap- 
punto e'vennero a scomporre le antiche forme degli dèi 
ed a seppellire la fede popolare. Lo scopo degli orfici 
era specialmente di consolidare le idee dell'immortalità 
dell'anima e di una retribuzione dopo la morte, e queste 
idee introdussero nel culto segreto ossia no 1 misteri. I 
misteri consistevano in certe religiose funzioni ad onore 
di alcune divinità naturali che rimontavano ai tempi 
prima d'Omero e, rimaste cosi appartate, si eran ser- 
bate intatte dalle nuove idee del tempo ellenico. Poiché 
dunque gli ellenici dèi non rispondevano più ai bisogni 
della religione, si rivolser gli uomini a queste antiche 
credenze che, alimentate dalle dottrine orfiche, tornarono 
a rifiorire. Ma nè filosofia, nè misteri potevano oramai 
recare al popolo greco la -sospirata salute : sempre in 
traccia di nuovi dèi, ne adottarono di stranieri, corno 
quelli dell'Egitto e dell'Asia, si dettero alia superati-» 

(1) Questa spiegazione è distinta col nome di evemerica o prag* 
matica. 



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aione e alla incredulità, finche quando i tempi furon 
pieni, il Cristianesimo con le sue verità semplici e su- 
blimi bandì Terrore e l'impostura, e portò ai cuori 
pace e benedizione. 



IL 

Idee mitiche dei Greci intorno all'origine 
e allo svolgimento degli dèi e del mondo. 

§ 1. - IiC stirpi divine* 

I Greci stessi credevano che i loro dei non avessero 
esistito ab eterno, e clic prima di questi, venerati allora 
come i signori e rettori del mondo, altri dei avessero un 
tempo tenuto in lor mano il potere. Esiodo, cantore 
beotico, il quale deve esser vissuto circa 100 anni dopo 
Omero, ci dà nella sua Teogonia la storia dell' origine 
del mondo e degli dèi (Cosmogonia). In principio fu il 
Caos (^àj/.w, x aivw 5 1° spazio vuoto e senza fondo), così 
egli ci racconta ( Teog. 116 e scg.), dipoi Gca (la terra) e 
Tartaro (l'abisso al di sotto della terra) e Eros (l'Amore 
che unisce); Gea generò Urano (il cielo), le montagne e 
il Ponto (il mare). Gea e Urano generarono i Titani; 
Oceano, Ceo, Orio, Iperione, Giapeto, Tea, Rea, Temi, 
Mnemosine, Febe, Teti (1) e Crono che fu il minore; 
inoltre i Ciclopi e gli Ecatonchiri ( Giganti da cento 

(1) Per distinguer Teti (Tvfij;) moglie dell'Oceano, da Teti 
(0irts) moglie di l'eleo, la prima scrivo Teti e la seconda TeO'de. 

(iVbto del tradutt.) 



— li- 
bracela, centimani) Cotto, Briareo, e Gie o Gige. Ma 
Urano (1) odiando i propri figliuoli, nasconde vali, nè li 
lasciava venire alla luce del giorno. Di ciò sdegnata la 
madre Gea, persuase Crono a mutilare il padre e rapirgli 
la signoria. Crono con Rea generò Estia o Istia, Deme- 
ter, Era, Ade, Posidone e Zeus ( Teog. 453 e seg.), ma 
perchè nissuno de 1 suoi figli avesse a detronizzarlo, ei gli 
ingoiava tostochè essi eran nati. Venuto alla luce Zeus, 
Rea, invece del figlio porse al padre una pietra involta 
nelle fasce la quale egli s'ingoiò: ma Zeus fu tenuto na- 
scosto nell'isola di Creta, e Ih ben tosto crebbe in forze 
ed in maestà. Abbattè poscia suo padre e lo costrinse , 
aiutato dagli artifici! di Gea (o di Metis) a rigettar fuori 
i figliuoli che aveva ingoiato e che, a causa di loro divi- 
nità, erano immortali. Prima di tutto, Crono vomitò 
la pietra che avea ingoiato l'ultima, la quale Zeus piantò 
nella nobile Pito (a Delfo) affinchè fosse un monumento 
e un prodigio per gli uomini mortali (2). 

Unito coi suoi fratelli e sorelle Zeus intraprese una 
guerra contro Crono e i Titani i quali non volevano la- 

(1) Urano non fu mai venerato come dio, mentreche Gea o Ge si 
ebbe onori divini. In generale la Teogonia d'Esiodo, composta coli' in- 
tendimento di recare in un sistema le idee religiose del suo tempo, è un 
complesso di cose le più discrepanti. Vi troviamo divinità naturali del- 
l'antico tempo pelasgico, individualità divine in concreto, ed esseri 
che rimontano alle cosmogonie sacerdotali e filosofiche. Ma il pensiero 
che domina per tutto il poema si è che il mondo presente coi suoi dèi 
è sorto da oscuri principii perfezionandosi a poco a poco e pigliando 
forma più distinta e un procedere più determinato ed esplicito. 

(2) Questa circostanza ha il suo significato se si considera il senso 
più sotto spiegato del combattimento titanico. All'apparire degli dèi 
olimpici cominciò il maggiore splendore dell'oracolo di Delfo, dovt? 
Apollo annunziava la volontà del padre Zeus divenuto signore del 
mondo. La pietra, che a Delfo si facea vedere, era caduta da una me- 
teora. 



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- 12 — 

sciarsi rapire il potere sino allora esercitato (Esiodo, 
Teog. 629 e seg.). La forza selvaggia non può esser su- 
perata che da altra forza selvaggia: quindi Zeus , se- 
guendo il consiglio di Gea, sciolse i Ciclopi che erano 
stati messi in catene da Crono e custoditi nel profondo ' 
della terra, e i Ciclopi gli diedero il tuono e la folgore 
perniciosa: sciolse anche gli Ecatonchiri e ritornolli alla 
luce. Era già un pezzo, non meno di dieci lunghi anni , 
che i Titani e gli dèi olimpici si faceano la guerra, i primi 
dal monte Otri, i secondi dalle cime dell'Olimpo: quando 
questi forzuti giganti, gli Ecatonchiri, entrarono sul 
campo di battaglia dalla parte degli olimpici: di qua e di 
là scagliaronsi rupi; Zeus vi si portò col suo fulmine ro- 
vente, e anche gli altri Olimpici con le loro armi preser 
parte al combattimento, talché cielo e terra e fino il 
Tartaro tremavano e rimbombavano al gran fracasso. Fi- 
nalmente i Titani furono sconfitti, e incatenati venner 
gittati nel Tartaro, al profondo della terra, dove essi, 
circondati da serrami di bronzo e da triplice notte, sono 
tenuti a guardia dagli Ecatonchiri fide sentinelle di Zeus. 
Ma la signoria di Zeus non è ancora assicurata : Gca 
crucciata con lui per l'imprigionamento dei Titani, dà 
alla luce Tifeo mostro di nuovo genere, di grandezza e 
di forza maraviglioso. Pure anch'esso è finalmente ali- 
battuto dai fulmini di Zeus e gettato nel largo Tartaro 
( Teog. 829 e seg.) 

Così Zeus colla sua famiglia ha conquistato la signo- ' 
ria del mondo. Questo combattimento dei Titani e degli 
Olimpici, detto Titanomachia, è figura del combattimento 
fra le rozze e indomite naturali potenze e gli dèi che 
portano l'ordine e le leggi nel mondo, e in generale an- 
che del combattimento fra i primitivi tempi selvaggi c i 
più recenti, in cui regnavano gli dèi d'Olimpo, potenze 



— 13 — 

d'un ordine più nobile e spirituale. Queste superano i 
violenti Titani, cieche forze della natura, i quali, durante 
la signoria di Zeus, in parte si stanno incatenati nel Tar- 
taro, in parte sono da Zeus riammessi a novelli uffici e 
debbon servire al nuovo ordine di cose. 

Fra i Titani vengono eziandio noverate altre divinità 
come per esempio Dione, e inoltre i figliuoli dei Titani 
stessi, come Prometeo, Epimeteo, Menezio , Atlante, 
Ecate, Leto ecc. Ancorché i nomi loro non significhino 
tutti potenze fisiche, ma in parte ancora delle morali, pur 
tuttavia essi sono in ogni caso forze sregolate, e non go- 
vernate da alcuna legge razionale più nobile. Anche le 
brutali cupidigie e le passioni del cuore umano sono cie- 
che potenze naturali. Secondo Omero però, i Titani non 
sono figli di Urano e di Gea, ma bensì Oceano e la sua 
moglie Teti danno origine a tutti gli dèi (//. 14, 201. 
244 e seg.), e sotto il nome di Uranii (où^aviWs) non 
debbonsi intendere in questo poeta i Titani, ma gli 
Olimpici in qualità di abitatori del cielo. (1) 

Della stessa specie che i Titani, rappresentanti cioè 
della rozza forza di natura e dell' orgoglio che invano si 
dibatte contro gli dèi dell' ordine, sono anche i Giganti. 
Secondo Omero (Od. 7, 59. 206. 10, 120), son essi una 
schiatta di uomini giganteschi soggetti a Eurimedonte, 

(1) Il vinto Crono o giace cogli altri Titani nel Tartaro, o regna 
sulle isole dei beati. Egli era venerato in alcune contrade di Grecia. 
Originariamente egli non è altro che il dio della maturazione de'frutti 
(da *f ivw, xgan/u), e perciò un'antichissima divinità campestre. Come 
tale è egli una cosa stessa coll'italiano Saturno, il quale (secondo la fa- 
Tola) avrebbe tenuto signoria in Italia durante il secol d'oro, quando la 
terra germogliava spontaneamente ogni specie di delizie, e gli uomini 
ri godevano una vita felice. In Creta, dove era confuso con Moloch di- 
vinità fenicia, gli si darà in sacrifizio de'fanciulli, dal che probabilmente 
nacque la favola ch'ei si divorasse i propri figliuoli, poiché appunto in 



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— 14 — 

la quale per la temerità usata verso gli dèi del cielo, è 
da Zeus distrutta: secondo Esiodo (Teog. 185), son 
figli di Gea, germogliati dal sangue di Urano mutilato 
da Crono. Come del'a lotta dei Titani, così cantano 
eziandio i poeti di una lotta dei Giganti ( Gigantoma- 
chiù), nella quale, oltre Pallante, Efialte, Encelado ed 
altri, si segnalarono per superbia e per violenza Alcionéo 
e Porfirione, e a poco a poco i poeti più recenti scambia- 
rono talmente le due lotte Tuna coll'altra, che il nome 
Titani fu usato anche per Giganti (Orazio, Od. 3, 4, 42, 
e seg.) e la Gigantomachia ecclissò la Titanomachia. Dai 
più antichi vengon essi rappresentati coll'armatura e 
uguali nella conformazione agli altri dèi ed eroi; ma più 
tardi si son ritratti con isquamose code di drago invece 
dei piedi, con lunghe barbe e capigliene, in atto di sca- 
gliare al cielo rupi e tronchi infuocati. Campo della bat- 
taglia contro gli Olimpici fu creduto originariamente 
Flegra (cioè, città del fuoco) situata nella penisola ma- 
cedonica di Pallone, poi il demo Pallene neir Attica, come 
pure molti altri luoghi serbanti traccie di rivoluzioni 
vulcaniche ; e i loro più potanti e principali avversarli 
furon considerati Zeus e Atena ed inoltre Eracle, es- 
sendo destinato che la decisione del conflitto venisse da 
un mortale. (Apollod. I, 6, 1. 2. Ovid. Met. I, 151). 

Creta fu foggiato il racconto di Crono e di Zeus. Molti recenti critici 
vedono in Crono il dio del tempo che passa ()£góvo;), l'opposto del- 
l'eternità. " Fintanto che signoreggiò Crono (ciò • nel secol d'oro) lo spi- 
rito dei padri del popolo greco non aveva ancora acquistato quella 
forza d'intuizione per la quale, rappresentandosi da se stesso la propria 
vita, fosse capace di dar consistenza e stabilità alle concezioni prodotte 
entro l'intelletto. Le intuizioni formatesi nell'intelletto, si annebbiavano 
poi tosto e sparivano" Cosi lo Stuhr spiega il mito dell'ingoiarsi i propri 
figliuoli. 



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— 15 — 

» . 

§ 2. — Gli dèi olimpici c 11 loro ordinamento 
c governo dell'universo, 

» f 

I Titani son vinti, e i personaggi che loro succedono 
serbano appena con essi qualche lontana somiglianza, 
perocché e* non son più dèi naturali, ma distinte essenze 
morali. Zeus e i suoi signoreggiano l'universo, nel quale 
ormai le selvaggie forze sì della natura come dell'umana 
vita debbonsi star contente ai confini dell'ordine natu- 
rale e morale. 

Questa gran famiglia di dèi si compone dei fratelli 
Zeus, Posidone, Aide o Ade, Era, Estia, Demetercon 
sua figlia Cora, e i figli di Zeus, Atena, Apollo e Arte- 
mide, Efesto, Ares, Afrodite, Erme. I quali tutti si chia- 
mano olimpici, perchè la maggior parte di essi hanno 
sede sovra l'Olimpo. Ma la dozzina degli dèi Olimpici 
(Zeus ed Era, Posidone, Demeter, Estia, Atena, Apollo 
ed Artemide, Erme, Ares, Efesto, Afrodite) è stata sta- 
bilita molto più tardi. I tre fratelli , Zeus, Posidone e 
Ade si spartiscono la signoria dell'universo : Posidone 
ha il mare, Ade l'inferno, Zeus il cielo : la terra resta in 
comune. Ma Zeus, come più antico, più forte e più pru- 
dente di tutti (1), ha sovra tutti gli altri signoria ed è 
il re degli dèi (Esiod. Teog. 881 e seg. Omero, //. 15, 
187 e seg.) 

Gli dèi olimpici abitano, disposti con ordine intorno a 
Zeus, sulle sommità dell'Olimpo, monte che divide la 
Tessaglia dalla Macedonia. Dopo gli Olimpici propria- 
mente detti, noi ci troviamo anche divinità di second'or- 

(1) Presso Esiodo, Zeus è detto il minore dei fratelli, poiché secondo 
questo poeta, il più perfette e il più nobile succede sempre al men no- 
bile e all' imperfetto. 



V.. 



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— le- 
dine, come Leto, Dione, Temi, ed altre cosiffatte, le 
quali erano una volta annoverate nella schiatta dei Ti- 
tani; ma vennerposcia in amichevole colleganza coi nuovi 
dominatori. Posidone e Ade sogliono veramente abitare 
ciascuno nel regno a lui destinato, quegli in mare, questi 
nell'inferno, ma però l'Olimpo è sempre aperto anche a 
loro. Sull'Olimpo il quale con le sue alte vette trapassa 
le nubi e spingesi dentro il cielo, sono i palazzi degli dèi, 
fabbricati da Efesto ; dove vivono felici della loro beati- 
tudine celeste, non però senza essere spesso conturbati 
da passioni, discordie e fazioni. Si spande intorno a loro 
una perpetua serenità, non vi spira alitodi vento, nè vicade 
mai pioggia o neve (Orf. 6, 42 e seg.). Sulla più alta 
vetta è situato il palazzo di Zeus, nel quale gli Olimpici 
si adunano a convito e a consiglio (//, I, 533 e seg, 
Od. 5, 3) (1). Ebe, immagine della perpetua gioventù, 
e Ganimede rallegratore de 1 cuori (//. 20, 232. 5, 266), 
fanciullo di Frigia, del quale innamoratosi Zeus lo rapì 
o fé' rapire dall'aquila e, trattolo al cielo, gli fé' dono 
dell'immortalità, versano loro i cibi celesti, il nettare e 
l'ambrosia: le Muse e le Cariti li ricreano continua- 
mente coi loro canti e con ogni sorta piacevolezze. Iride, 
la soave dea dell'arco-baleno, reca dal cielo in terra le 
imbasciate degli dèi, le Ore, divinità delle stagioni, 
aprono e serrano le nubi che son porta dell' Olimpo, ed 
Elio, dio del sole, onniveggente, porta agli dèi e ai mor- 
tali la rallegrante luce del giorno. In sul mattino, pro- 
nunziato dalla rosea £os, V Aurora, poggia egli in oriente 

(1) Oltre questo consiglio pia stretto degli Olimpici che serve a mo- 
derare la potenza del sovrano come taceva ai re della terra il consiglio 
dei nobili (£ov\>) y££\vTwv), tene vasi spesso nell'olimpo anche un'adu- 
nanza di tutti gli dei (II. 20, 4 e seg.J che aveva coll'altra adunanza la 
medesima relazione che ha un'« yopx alla Bo j\y^ negli stati terreni. 



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— 17 — 

fuor dell'oceano, e la sera rituffasi dentro Tonde a oc- 
cidente, Poiché Oceano, il gran torrente dell'universo, 
scorrendo abbraccia come un anello l'ampia terra e il 
mare, e da lui derivano tutte le acque del mare, tutti i 
torrenti e le fonti (11. 21, 196, 18, 607). Oceano è ezian- 
dio personificato, e tutti i torrenti, i fiumi e le fonti hanno 
altresì le loro divinità. Poiché i Greci riempivano di dèi 
e vivificavano tutta quanta la natura, monti, pianure e 
selve, l'aria e le acque tutte. Ma tutte queste deità della 
natura son subordinate alle olimpiche, e obbediscono al 
volere di Zeus. 

Posidone ha il suo rilucente palazzo nel profondo del 
mare in un luogo detto Ege (IL 13 21) (1), ed è circon- 
dato da una schiera di deità marine, le quali formano in- 
torno a lui, in certa maniera, un secondo Olimpo, cioè la 
consorte Arafitrite, il Tritone, le Nereidi ecc. Insieme 
con loro ei tien le signoria del mare, lo placa e lo solleva. 

L'abitazione di Aide o Ade, (2) dove abitano i morti, 
è un vano spaventevole e tenebroso nell'interno della 
terra (II. 20, 61), al quale conducono certe terribili 
fessure di terreno, che si trovano in varii punti della 
superficie del mondo, come presso il Tenaro e sull'attica 
Colono. Questo regno dell'ombre ha, secondo Omero, 
l'entrata e il vestibolo al di là dell'Oceano, nell'estremo 
occidente, ove non penetrano mai i raggi del sole. Quivi 
arrivò ne'suoi viaggi Odisseo (Od. 10,508 e seg. Od. 11); 
approdò nel bosco di Persefone, ed evocando i morti 

(1) Ege (Aegae) deriva da a<<7JU) come àtyeaXó; e significa pro- 
priamente il palazzo delle onde: xìy&s sono le onde tempestose. 

(2) 11 re dell'inferno da Omero è chiamato sempre "A u, 'AcóVjc, 
'Ai"du3V£"JC, e non mai "AlSvfa dopo Omero Vìnferno insieme col dio 
prese la forma alterata del nome "AiSy^ (Hades). 

2 



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— 18 — 

dalla loro sotterranea abitazione, li fé' comparire sul 
prato di asfodelo, il quale si stende, sotterra, per tutto 
quanto il territorio di Ade sino a questo vestibolo. Ma 
egli non arrivò già all'Èrebo, che è il luogo più tene- 
broso, sede di Ade stesso e di Persefone. 

In Omero l'idea dell'inferno è tuttora semplice e inde- 
terminata. Esso è per lui un tenebroso deserto. Ma ai ve- 
gnenti secoli si riserbava il dargli figura, e abitatori di 
varia forma. Luciano nella seguente descrizione tolta dal 
suo opuscolo sopra i sogni, rende assai fedelmentelanuova 
immagine che la fede popolare avevaseneformato." L'Ade 
è uno spazio largo e tenebroso dentro la terra: gli scor- 
rono intorno il Oocito (pianto), il Piriflegetonte (torrente 
di fuoco), e altri grandi fiumi, tremendi al solo nomi- 
narli. Proprio a capo della scesa e in sulla porta di dia- 
mante sta a guardia Eaco, (nepote di Plutone, figlio di 
Zeus e, un tempo, re di Egina) insieme con Cerbero 
da tre teste, cane terribile, che guarda con occhio propizio 
quelli che arrivano ma respinga abbaiando quelli che 
volessero ritornar sulla terra. Scese che sono le anime, 
ne vengono alla palude di Acheronte, la quale esse tra- 
versano mercè il barcaiuolo Caronte (per eufemismo, 27 
grazioso). Passato il lago, giungono ad un gran prato 
tutto ricoperto di asfodelo, dove bevono l'acqua del- 
l'oblio, Lete. Plutone e la sua consorte Persefone ten- 
gon la signoria, della quale sono partecipi insieme e mi- 
nistre le Erinni, le Pene (pene, castighi) e altre spaven- 
tose divinità, come pure Erme, quantunque esso non 
abiti sempre là (vedi più sotto a Erme). Come luogote- 
nenti e giudici seggono quivi Minosse e Kadamanto di 
Creta, figli di Zeus e di Europa (//. 14, 321). Questi 
mandano i giusti nei Campi Elisii a godervi una vita 
beata, ma i malvagi consegnano essi alle Erinni, e li 



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— 19 — 

mandano nel luogo delle anime perdute, dove sono pu- 
niti secondo il grado di loro colpe. Quelli al contrario i 
quali hanno menato una vita nò buona ne cattiva, che 
sono il maggior numero, vanno errando sul prato d'asfo- 
delo, ombre senza corpo. M 

In Omero non si trova anche nissun torrente che serri 
l'Inferno, nè alcun barcaiuolo. Ben è vero che spesso tro- 
vasi menzionato lo Stige come fiume dell'Inferno (//. 8, 
369. Od. 5, 185), e in un luogo si parla del Piriflege- 
tonte che si scarica nell'Acheronte (fiume delle lagrime), 
e di Oocito, che è un braccio dello Stige (Od. 10, 513;. 
Ma probabilmente questi luoghi sono interpolazioni di 
un più recente tempo. Cerbero, il cane dì guardia, è ac- 
cennato, benché senza nominarlo (//. 8, 30 7 e Odia. 11, 
623). Ma l'ultimo luogo citato appartiene ad una mag- 
giore interpolazione che va dal vers. 565 fino al 627 del 
libro 11 dell'Odissea. In questo luogo di origine più re- 
cente, sono introdotti Minosse giudice (568), il caccia- 
tore Orione (572), ed Eracle che minaccia coli arco (6 01), 
siccome facienti nell'altro mondo quello stesso di che si 
occupavano nella vita: concetto estraneo ad Omero. Più 
tardi anche Minosse fu aggiunto come giudice dei morti 
ad Eaco e a Eadamanto il quale, secondo Omero, abita 
negli Elisii ( Od. 4, 564). Oltracciò sono anche ricordati 
in quel luogo Tizio (576), Tantalo (582) e Sisifo (593), 
Tizio gigante, figlio della Terra, per avere assalito con 
turpi desiderii Leto sulla via di Pito, e costretto nell'In- 
ferno a stare disteso sul terreno, mentre due avoltoi gli 
rodono il fegato, sede della libidine. Il vecchio Tanti» Io 
assetato e affamato, sta immerso fino al mento in un lago, 
e intorno alla bocca pendongli i frutti più vistosi, ma 
come egli si piega per bere, scema l'acqua, e com'egli si 
volge ai frutti, questi gli si ritirano dalle mani. Sisifo 

». 



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— 20 — 

rotola una pietra pesante verso la sommità di un monte, 
e quando finalmente crede di avervela posata, ricade 
questa di nuovo sul piano, ed egli è costretto di ritor- 
nare alla inutil fatica. Così questi tre personaggi puniti 
delle colpe commesse verso gli dèi, rappresentano i ca- 
stighi che si danno dagli dèi dopo la morte. Anche que- 
sto concetto è tuttora estraneo ad Omero. Chi offende 
gli dèi, per Omero, è castigato in questa vita o con do- 
lori o colla morte, ma nell' altro mondo non si ammette 
ancora distinzione di premiati e puniti. I castighi che ho 
descritto f uron riguardati in origine come espiati sopra la 
terra. 

Agli esempi surriferiti di castighi infernali si aggiun- 
sero in più tardi tempi anche le Danaidi (vedi più sotto 
le favole Argive), e Issione, re dei Lapiti, reo di omicidio 
sopra un parente, e di ingratitudine verso Zeus; per lo 
che era legato mani e piedi ad una rota che continua- 
mente girava. Gli Aloadi (V. Apollo), volto tergo a 
tergo, eran legati con serpenti ad una colonna, e tormen- 
tati da una civetta (wtos). 

L'Ade sta dentro la terra, ma il Tartaro, il carcere 
di bronzo dei Titani, che più tardi fu confuso coli' Ade, 
e riguardato propriamente come il luogo delle pene, è 
posto nel più basso fondo della terra e del mare, e gira, 
sotto la sfera della terra e sotto l'Oceano che la circonda, 
in uguale estensione e ad ugual distanza come il cielo al 
di sopra della terra stessa (//. 8, 13 e seg). Nove dì e 
nove notti metterebbe un' incudine di bronzo a cadere 
dal cielo in terra, e altrettanto spazio di tempo per giun- 
gere al Tartaro (Esiod., Teog. 720 e seg.) — L'Eliso, 
ridente campagna dove gli uomini vivono beati senza 
alcun affanno, per Omero non è già annesso all'inferno, 
ma trovasi sul confine occidentale della terra, di qua dai- 



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_ 21 — 

l'oceano. Ivi passano, corpi viventi, i congiunti di Zeus 
(Od. 4, 563 e seg.). Se Omero concepisca l'Eliso come 
un'isola, non è assai chiaro; ma Esiodo nomina espres- 
samente ( Oper. ecc. 171) l'isole dei beati. Più tardi, tutte 
queste fantasie di Ade, Tartaro, Eliso furono insieme 
collegate, onde il Tartaro e l'Eliso, posti ambedue nel- 
l'Ade, vennero a formarsi reciproca opposizione, l'uno 
come luogo di pena, l'altro come fortunato soggiorno 
dei buoni (V. Virg. En. 6, 264 sino alla fine). 

§ 3. — I/uomo. 

Gli dèi regnano eterni in questo universo così ordi- 
nato, ma le razze degli uomini vengono e vanno come 
le foglie degli alberi: dopo breve vita sulla terra, di- 
scendono nelle tenebre dell'Ade. Secondo il concetto 
omerico, solo la vita nel mondo può dirsi una vera vita: 
nell'inferno prosegue a vivere solamente la Psiche (1), 
ma poiché essa è divisa dal corpo, fondamento e condi- 
zione del suo vivere proprio e particolare, viene a esi- 
stere solo come una forma e un'ombra priva di remini- 
scenza (tfSwXov, <7x(>j, Od. 11, 219 e seg.), quantunque 
possa per alcun tempo riacquistar la memoria, gustando 
sangue di un corpo (Od. 11, 23 e seg.). Ma non si è qui 
fermata la credenza degli uomini. Nel luogo intruso che 
citammo di sopra alla pag. 19 (Od. 11, 565, 627) ab- 
biamo veduto, a proposito di Minosse e di altri, adottata 
l'opinione che la vita nel mondo dell'ombre sia una co- 
pia di questa vita terrena e delle occupazioni solite in 

(l) \{/u^vi in Omero denota il respiro e la vita animale: la vita in- 
tellettuale, del sentimento, del pensiero e della volontà è riposta neUe 
fpivtf fi nel Ou/jló§, che si perdono col morire. 



jr 



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— 22 — 

essa. Altri, come Tantalo, son castigati : ora se questo 
ha da essere un vero castigo, bisogna che i tormentati 
conservino memoria e sentimento. E tale idea infatti si 
rese stabile in processo di tempo, quando si pretese che 
gli uomini dopo la morte sieno, per le opere loro sulla 
terra, premiati o puniti. 

Sulla terra l'uomo dalla nascita sino alla morte è nelle 
mani degli dèi. Essi lo aiutano nei bisogni e nei pericoli, 
e lo rallegrano col dono della felicità, ovvero, por odio e 
per punizione, lo precipitano in disgrazie e in rovina. 
Perciò egli dee venerar la loro potenza e tributar loro 
preghiere e sagrifici, che sono i capi principali dai culto; 
dee guardarsi dal cadere in peccato offendendo le loro 
sante disposizioni, l'ordine morale da loro stobilito nel 
mondo. E se egli, peccando, si è tirato addosso il loro 
sdegno, deve riacquistarsi, con offerte d'espiazione, la 
grazia loro. 

Gli dèi non stanno segregati dall'uomo : gli mandano 
segni di molte specie e annunziangli la volontà loro ne- 
gli oracoli, anzi gli appariscono spesso o colla propria o 
con altra sembianza. Anticamente essi venivano volen- 
tieri fra gli uomini e vivevano familiarmente con loro, 
si sposavano a donne mortali, e le dèe innamoravansi pur 
d'uomini mortali. Per queste unioni e questo commercio 
cogli immortali, l'umano genere fu nobilitato è avvici- 
nato agli dèi, e uomini mortali erano figliuoli e figliuole 
di dèi. L'eccelsa stirpe degli eroi dell'antichità si elevava 
di molto sopra gli uomini di più tardo tempo, e, dopo la 
morte, separata dagli altri mortali, viveva una vita felice 
nelle isole de' beati. Onde questi eroi, nella cre- 
denza del popolo, divennero a poco a poco semidei (A/xi- 
Btoi) e goderono, come benefattori dell'antichità, spe- 
ciale venerazione ; anzi alcuni di essi, come Eracle, a 



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— 23 — 

causa delle loro virtù e dei fatti sovrumani, furono dagli 
dèi stessi assunti nell'Olimpo. 

Omero, nei suoi canti, celebra giubilando lo splendore 
e la gloria di quel tempo eroico, di quella fresca gio- 
ventù dell'uomo pieno di forza e di coraggio, delle con- 
tinue virtù degli eroi. Solo in questo riconosce egli un 
passato; e spesso questo passato paragonando al presente 
ci lamenta le angustie della vita, ma non parla però mai 
di un succedersi graduato di generazioni umane d'indole 
"differente. Ma è troppo naturale che l'uomo, afflitto dai 
mali del presente, cerchi nel lontano passato un tempo 
più bello vissuto da uomini migliori e più felici, e questo 
tempo prospero dell'uman genere contrapponga alle tri- 
ste condizioni del presente. Quindi sorse poi il racconto 
di un aureo secolo antico sotto la signoria di Crono, in 
opposizione all'odierno secolo ferreo sotto il dominio di 
Zeus. Da ciò seguiva naturalmente che si immaginasse 
tosto di un seguito di epoche respetti vamen te peggiori, 
le quali servissero di passaggio dall'antica età dell'oro a 
quella presente del ferro. 

Esiodo (O/). ecc. 109 e seg.) racconta di cinque gene- 
razioni umane. Prima gli dèi crearono la stirpe dell'oro: 
gli uomini, sotto la signoria di Crono, viveano una vita 
beata c sciolta da ogni cura, non sapevano che fosse vec- 
chiezza, e dopo lunghi anni morivano restando come as- 
sorti nel sonno. (Quando questa generazione sparve 
dalla terra, essi divennero, per voler di Zeus, dèmoni 
sovrumani, benefattori e protettori, iaBXoi, im-xQàvtoi, 
qù\xaz$ 0v>iró3v àvBguTTUìv 123). — Successe la stirpe d'ar- 
gento^ inferiore alla precedente per forza di corpo e per 
bontà di animo : il fanciullone viveva 100 anni presso la 
madre con fanciullesco sentimento, e quando essi final- 
mente eran giunti a maturità, inquietati e tormentati da 



— 24 — 

pazze questioni, viveano più poco tempo. Zeus sperperò 
nell'ira sua questa schiatta, perchè essa colla sua molle 
sonnolenza avea trascurato di rendere agli immortali i 
dovuti onori. (Essi divennero beati ma sotterranei mor- 
tali imoybòvioi jxàìtjxpis flwjrot' 141, ma anche a loro non man- 
cò parte di onore) (1). Quindi formò Giove la stirpe di 
rame da duro legno di frassino (poiché la lancia facevasi 
di frassino) , stirpe tremenda e selvaggia, la quale si pia- 
ceva di lotte e di guerre e che si consumò da sè colla 
sua disperata furia. — La quarta schiatta è quella degli 
eroi che son ancora chiamati semidei, più giusta e mi- 
gliore della precedente. Essi combatterono intorno alle 
mura di Tebe e di Troia, e ivi caddero in gran numero: 
ora vivono sotto Crono nell'isole dei beati. Alla quinta 
generazione, a quella di ferro, appartiene il poeta stesso: 
ella è piena di fatica, di affanno e di bisogno, piena di 
superbia e d'ingiustizia (2). 

(1) 1 luoghi rinchiusi fra parentesi son probabilmente interpolazioni 
di più basso tempo. Presso Omero Qeot e ^aijxovs; non sono essen- 
zialmente distinti, e i morti non hanno per lui alcuna influenza sul hi 
vita di chi resta nel mondo. Primo a stabilire la differenza tra dèi, </<- 
moni ed eroi sembra essere stato il filosofo Talete (circa il 600 av. Cri • 
sto). Secondo il concetto fissato dai filosofi, i dèmoni sono esseri so* 
vrumani che stanno nel mezzo fra gii dèi e gli uomini : proteggono 
gli uomini, recano le preghiere loro agli dèi e riportano in terra i 
doni e gli ordini degli dèi. Il culto dei dèmoni prese un'estensione 
molto maggiore nel tempo ellenistico e in quello romano, dove i dè- 
moni greci rispondevano ai genii romani. Vedi ciò che si dice dei 
genii romani. 

(2) Virgilio (Georg. I, 125 e seg.) parla solamente di due età, Poro 
e il ferro; Orazio (Epod. 16, 63 e seg.) di tre, Toro, il rame e il 
ferro. Ovidio (Afet. I, 89 e seg.) tenta di connettere le favole delle va- 
rie stirpi con quella di Deucalione. Prometeo forma i primi uomini, e 
ne vengono le quattro stirpi (aurea, argentea, di rame e di ferro). La 
quarta è disfatta dal diluvio, e Deucalione, figlio di Prometeo, ripopola 
la terra. 




— 25 — 

La descrizione di Esiodo non è riconosciuta come af- 
fatto genuina; perocché la naturai gradazione sarebbe: ct;t 
d'oro, d'argento, di rame, di ferro ; ma, per quanto pare, 
in riguardo a Omero e al tempo eroico celebrato neil'Ej >o- 
pea, vi fu inserita anche l'età degli eroi. Del resto alla fe- 
lice età dell'oro fa contrasto quella affannosa del ferro, 
alla sonnolenta stirpe dell' argento quella battagliera del 
rame : ma l'età dell'argento è un peggioramento e una 
corruzione di quella dell'oro, come quella del ferro com- 
prende in sè un deterioramento morale di quella del 
rame. 

L'idea del pervertimento umano (il primo peccato) e 
del male che ne deriva si annoda principalmente al nome 
di Prometeo, il previdente, il cauto, figlio del titano Gia- 
peto e di Olimene. Esiodo racconta di lui nella Teogo* 
nia (521 e seg.) come appresso : Pervenuti gli Olimpici 
alla signoria del mondo, piativano gli dèi e gli uomini in 
Mecone (Sicione) intorno a quello che gli uomini do- 
vessero dare come sacrificio agli dèi. Allora Prometeo 
come patrono e rappresentante degli uomini, per soper- 
chiare Zeus e gareggiare in accorgimento con lui, tagliò 
in pezzi un toro, e nascose la carne e le viscere di quello 
dentro la pelle, sulla quale ei posò il ventricolo, come 
la peggior parte di tutte: gli ossi ammuechiolli da un'al- 
tra parte e li ravvolse e coperse col grasso: poi dette a 
Zeus la scelta. Questi, conosciuta l'astuzia di Prometeo, 
scelse a bella posta la peggior parte, gli ossi, ma, per 
isfogar la sua collera, tolse agli uomini il fuoco. Prome- 
teo però lo rapì di bel nuovo dall'Olimpo, chiuso in una 
verghetta d'arboscello e ritornollo agli uomini. Di ciò 
maggiormente adirato Zeus, volendo castigar gli uomini 
e rendergli infelici, ordina a Efesto di formare colla creta 
una bella fanciulla, la quale abbigliata a perfezione per 

« 

I 



V 



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insino di Atena, è mandata fra gli uomini. Di qui hanno 
origine tutti i mali e i dolori del genere umano. Zeus 
|M)i, in pena degli oltraggi commessi verso gli dèi, lega 
Prometeo con lacci insolubili e inoltre gli conficca un 
palo per mezzo il corpo : e un'aquila viene il porno a 
divorargli il fegato che ogni notte da capo ricresce. Fi- 
nalmente Eracle uccide l'aquila e libera Prometeo per 
volere di Zeus, poiché egli voleva che suo figlio per 
questo fatto crescesse in onoranza. 

Questo mito si fonda sull'idea che l'uomo, per l'inge- 
gno, per la cultura, della quale è sorgente l'uso del fuo- 
co, siasi tolto da quello stato felice e pacifico di una 
prima vita naturale e innocente, e così abbia incappato 
in patimenti senza numero. Prometeo, il provvido, è l'in- 
gegno personificato del genere umano, lo spirito ragio- 
nevole dell'uomo che, fidato oramai in sè stesso, si con- 
trappone agli dèi, nega loro il tributo e con usurpazione 
piglia per sè quello che spetterebbe solo agli dèi. Ma con 
«•iò egli si è rovinato da sè medesimo : inchiodato nelle 
catene deve pazientare e soffrire, sino a che Eracle, come 
quell'uomo il quale con lotte e fatiche ha vinto la vita 
terrestre e si è fatto scala all'Olimpo, non ha ucciso 
l'aquila vorace. Colla donna venne sulla terra il peg- 
giore dei mali, perciocché introdotta la propagazione 
delle stirpi non è più possibile al singolo uomo vivere 
in terra una vita immortale, le generazioni sorgono e 
passano : la morte dunque è il gran male che per la don- 
na è stato portato sulla terra. Simili idee troviamo nelle 
antiche tradizioni del popolo giudaico (1). 

* 

(1) Cioè nella storia di Adamo ed Eva contenuta entro il sacro 
libro della Genesi {nota dei trad.) — Nelle opere e giorni d'Esiodo (48 e 
seg ) lo stesso mito è raccontato con particolari diversi. Efesto formò 
la donna con acqna e terra, e gli dèi la ornarono con doni seducenti 



— 27 — 

Eschilo ha trattato la favola di Prometeo in tre tra- 
gedie che si succedono, il Prometeo portatore del fuoco, 
il Prometeo incatenato e il Prometeo liberato. Ma non 
ci resta altro che la tragedia del mezzo. Ivi Prometeo 
è il figliuolo di Temi : egli nel combattimento dei Ti- 
tani si era tenuto dalla parte di Zeus, perchè ia madre 
gli avea presagito che la vittoria sarebbe stata non dalla 
parte della violenza selvaggia, ma da quella della pru- 
denza. Qnando Zeus ebbe vinto e introdotto il nuovo 
ordine di cose, voleva distruggere il presente genere 
umano , come troppo grossolano e bestiale, e formarne 
uno nuovo e migliore. Ma gli si oppone Prometeo. 
Questi piglia a protegger l'uomo, gli porta il fuoco che 
ha rapito a Efesto, e gli insegna molte e svariate srti 
per le quali esso si toglie da quella condizione selvaggia 
e impotente. Inoltre lo libera dall'angosciosa pre veg- 
genza e dal timore della morte, ponendogli in cuore le 
cieche speranze per le quali ei si dimentica della morte. 
Zeus lascia l'uomo in questo stato, il perchè non ci vien 
detto, ma punisce Prometeo della sua oltracotanza e 
dell' ingiuria commessa, facendolo inchiodare ad una 
rupe solitaria in un selvatico paese della Scizia. Qui la- 
menta egli il suo destino e l'ingiustizia di Zeus, che lo 

d'ogni specie, ond'ella fu detta Pandora. Quindi fu da Erme condotta 
a Epimeteo, il trascurato, fratello di Prometeo, il quale malgrado le 
dissuasioni di suo fratello, si lascia ingannare e la riceve. Fino a que- 
sto tempo gli uomini avevano menato una vita beata senza vecchiezza 
e malattie, senza fatica e pene : ma ora la donna mise termine a questo 
stato felice. Ella sollevò dal doglio del male il gran coperchio, e tutti 
i mali ne volaron fuori e si sparsero tra gli uomini, ad eccezione 
della speranza. Questa, avendo Pandora rinchiuso in fretta il coperchio, 
rimase entro il vaso ; onde all'uomo afflitto da tanti e sì svariati do- 
lori non restò nemmea la lusinghiera speranza che le cose si volges- 
sero in meglio. 



V 



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■ 



— 28 — 

ha castigato per i benefizi da lui fatti al genere umano. 
Vengono a consolarlo le Occanidi e l'Oceano, e lo con- 
sigliano a deporre il cruccio e soggettarsi a Zeus. Pro- 
meteo annunzia loro che verrà tempo in cui la signoria 
di Zeus correrà grave pericolo dal quale egli solo po- 
trebbe allora salvarlo partecipandogli un segreto. E il 
segreto consiste in questo, che una dea partorirà a Zeus 
un figlio il quale riuscendo più forte di lui caccierallo 
dal trono. Ma Prometeo non vuole spiegarsi prima che 
Zeus abbia sciolto i suoi ceppi e non gli abbia resa sod- 
disfazione del grave torto fattogli. Anche Io apparisce 
sulla scena, agitata pei suoi lunghi errori, e Prometeo le 
palesa che essa troverà finalmente requie in Egitto e là 
partorirà a Zeus un figlio (Epafo) degli ultimi discen- 
denti del quale uno, cioè Eracle, dovrà liberar lui dai 
tormenti. Zeus, il quale ha sentito le minaccie di Pro- 
meteo, gli manda Erme con espresso comando di nomi- 
nargli la sposa che dovrà partorirgli il figliuolo perico- 
loso. Ma ostinandosi Prometeo nel suo rancore, il ful- 
mine di Zeus gli viene addosso ed egli insieme colla 
rupe a cui è incatenato, precipita negli abissi. Qui ter- 
mina la tragedia. Erme gii ha presagito questa sorte, 
che egli ritornerà solo dopo lungo tempo alla luce del 
giorno e che rimarrà inchiodato nella rupe dove cia- 
scun dì un'aquila rode ragli il fegato, sino a che un altro 
dio spontaneamente non voglia andare, in luogo di lui, 
nell'Ade . Si compiono le profezie di Erme. Dopo lun- 
ghi patimenti di Prometeo, 11 centauro durone, essendo 
stato ferito da una saetta avvelenata di Eracle in un 
piede senza speranza di guarigione, elegge di morire in 
sua vece : allora Eracle, col consenso di Zeus, uccide l'a- 
quila e libera Prometeo, il quale, prima di essere sciolto, 
palesa il segreto. Questa riconciliazione con Zeus sem- 



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— 29 — 

* 

bra che formasse il soggetto principale del Prometeo 
liberato, ultima fra le tre tragedie. 

Come noi vediamo, la favola di Prometeo che presso 
Ksiodo era tratteggiata oscuramente e in parte eziandio 
confusamente, svolge in Eschilo una sola delle sue parti 
ma piglia più chiari e spiccati contorni. Prometeo vi 
comparisce come un antagonista di Zeus, del sommo 
reggitore del mondo. Egli è l'amico e il protettore degli 
nomini, ma i doni che questi da lui ricevono, sono uni- 
camente di beni terrestri : ei dà loro il fuoco e insegna 
loro molte e svariate arti che tutte hanno per iscopo hi 
prosperità terrena. Egli, il quale rappresenta solamente 
la prudenza del mondo, tiene questi beni come gli unici 
e i sommi : dei beni più nobili, dei beni morali dell'uomo 
ei non sa niente, nè sarebbe capace di dargli all'umana 
razza. Egli è dunque lo spirito umano sol curante di se 
e confidato solamente nella sua ordinaria prudenza e 
forza, il quale rifiuta di sottomettersi ai voleri supremi 
e divini di Zeus, e però riceve la punizione; e sola- 
mente quando ha deposto la sua ol tracotanza e si è riac- 
costato a Zeus, è liberato per mano di Eracle che rap- 
presenta l'ideale dell'umana virtù e della divota sotto- 
missione ai voleri di Zeus (l). 

Sopra l'origine del genere umano non si è formata 
alcuna stabile opinione presso gli antichi greci. Secondo 
una favola più recente, Prometeo (vedi pag. 24, n. 2) 
fece i primi uomini di terra, o di terra e d'acqua, o, 
dopo il diluvio di Deucalione, formò insieme con Atena 
nuovi uomini, valendosi del fango rimasto sulla terra. 

(1) Prometeo era venerato in Atene accanto alle due divinità arti- 
stiche, Atene ed Efesto. Nelle feste Prometee, si correva con una fiac- 
cola accesa per rammentare il dono del fuoco che ha dato sì grande 
impulso, e aiuto all'invenzione def.e arti. 




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— 30 — 

Presso Esiodo nelle Opere e Giorni, là dove si parla 
delle diverse generazioni , si trova l'espressione che gli 
dèi olimpici hanno fatto gli uomini; ma altrove (Pinti. 
Nem. 6, 1), domina invece il concetto che gli dèi e gli 
uomini hanno una medesima origine, che ambedue sono 
usciti fuori dall'oscura profondita, dalla terra madre di 
tutte le cose, che gli uni. e gii altri, sì gli immortali 
iddii come gli uomini mortali, vissero uniti narteci pondo 
al convito ed all'adunanze, sino a tanto che gli uomini 
per orgoglio e superchierie, perdettero la felice comjw- 
gnia dei celesti, ovvero, sotto la signoria di Giove, gli 
dèi credettero ben fatto di separarsi dagli uomini, e sta- 
bilire quali onori questi dovessero render loro per go- 
dere la loro benefica protezione. Ma la credenza più t li- 
vulgata e più antica era questa, che i primi uomini sieno 
sorti fuori dalla terra, o dalla selce delle rupi nei luoghi 
montuosi, o dal fecondo limo nelle valli de'fiumi. Cosi 
sorse dalla terra Pelasgo nei selvosi altipiani di Arcadia, 
così Cecrope secondo l'attiche tradizioni, e gli Sparti 
(seminati) secondo quelle tebane. 

Il concetto che i'uman genere sia scaturito dalla terra, 
si trova anche nella favola di Deucalione e Pirra. Quando 
Zeus non volle più a lungo sopportare l'umana nequizia 
e con un gran diluvio l'ebbe distrutta, solamente Deu- 
calione re di Ftia insieme colla moglie Pirra si salva- 
rono entro una gran barca. Dopo nove giorni e nove 
notti approdarono sul Parnaso nella Focide. Il diluviti 
cessò, e Deucalione ottenne da Zeus che nascessero 
nuovi uomini, ovvero, interrogò l'oracolo delfico per 
qual via si potesse restaurare una stirpe mortale. Tomi, 
la quale era allora in possesso di quel!' oracolo, rispose : 
velatevi entrambi il capo, scioglietevi le vesti, e quindi 
gittate al di dietro di voi gli/ ossi della gran genitrice. 

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.„ ^te3e, per gli o*zr 
£ terra; onde gettarono aili _ ^ ^"t/opo 
M quelle che gettò Deucalione bolero uomini, 
elle di Pirra le donne (Ovid. Met* 1, 260 e seg.). 
.sta tradizione di Deucalione e del gran diluvio si 
'riferisce, in origine, solamente alla Grecia o piuttosto 
alla Tessaglia e ai luoghi intorno al Parnaso, e dapprin- 
cipio restò separata. Ma più tardi si cercò di collegare 
questo ciclo di favole con quello di Prometeo e delle di- 
verse generazioni degli uomini, e si fece Deucalione 
figlio di Prometeo, e Pirra figliuola di Epiraeteo e di 
Pandora. Il figlio di Deucalione e di Pirra fu Elleno, 
signore di Ftia, e padrone della schiatta Ellenica : i suoi 
figli Eolo, Doro e Csuto.I due primi fondarono le schiatte 
eolica e dorica. Eolo ereditò il regno paterno, ma poiché 
la stirpe eolica era la più sparsa di tutte nella Grecia, 
perciò la favola gli attribuisce sette figli che si stabili- 
scono in diversi luoghi della Grecia come capi ciascuno 
di una stirpe. Creteo fondò Iolco, Sisifo Corinto, Sal- 
moneo Salmone in Elide, Atamante dominò in Orco- 
meno, Deione in Focide, Magnete nella Magnesia; Pe- 
riere fu re in Messene. Csuto cacciato di Tessaglia dai 
suoi fratelli, sposò in Attica Creusa figlia di Eretteo e 
fu padre di Ione e di Acheo, capi delle stirpi ionica e 
achea. Cacciato dall'Attica ionica, abitò per un certo 
tempo coi suoi figli nell'Acaia, provincia che fu prima 
sede degli Ionii, poi degli Achei: ma Acheo ritornò in 
Tessaglia dove prese il governo dopo la morte di Eolo. 



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il li T E SPECIALI 



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A. GLI BEI 



I. 



Gli Dèi dell'Olimpo 

§ 1. — Zeus, (Zéu; Gen. \icg, Jupiter) (1 ) 

Zeus, figlio di Crono e di Rea (Esiod. Teog. 453), e 
perciò chiamato dai poeti Crooio e Croaide (Kpovuov, ♦ 
KpoviSm , Saturnius) è il potente signor del mondo, il pa- 
dre degli dèi e degli uomini. Egli supera in potenza tutti 
gli altri dèi i quali debbono piegarsi alla sua volontà; 
" Orsù, dicagli quando proibisce agli dèi di prender 
parte nella battaglia che si combatteva sotto le mura 
di Troia; si faccia questa prova : calisi giù dal cielo un 
canapo d'oro e appigliatevi a quello voi tutti, dèi e dèe: 
voi non riuscirete, per quanto voi vi stanchiate, a tirar 
giù dal cielo me Zeus, il supremo rettor delle cose : ma, 

(1) Il nominativo originale di Atos sarebbe (appartenente alla 
stessa radice di dies e deus): per la congiunzione del 5 colla sibilante <j 
(<jS = £) ne venne il nominat. Zeus ( eol « AeÙc), al quale deve essere 
stala parallela un'altra forma Zv]; o Zvv (genit. "Zkjvùc, eoi. Aàv). 
In Jupiter, Jovis è passato l'j invece del £ di Zeu<-, come p. e. in Jvgum 



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I 

I 




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— 33 — 

sol ch'io voglia, io potrò bene tirar su voi insieme eolla 
terra e col mare, e appender la corda alla più alta rupe 
dell'Olimpo in modo che tutto l'universo vacilli sospeso 
nel vano. Tanto è vero ch'io sono più forte degli dèi e 
degli uomini " (Omer. //. 8, 18 e seg.). Perciò egli è 
onorato da tutti gP immortali ; quando egli appare nelle 
loro assemblee, tutti si alzano dai seggi e muovongli in- 
contro a salutarlo (//. 1, 533). Siede in alto sul trono 
reale sovra l'Olimpo, ove gli si appressano gli dèi con le 
loro dimando : se egli dando un grazioso consenso piega 
il capOi allora l'ambrosia capigliera si smove ondeg- 
giando dalla fronte immortale, ed ei fa tremare tutto 
l'Olimpo. Da Zeus deriva l'ordinamento di tutte le cose, 
in sua mano stanno i destini degli uomini, tutti i beni e 
i mali vengono da lui, perchè egli può tutto (Od. 4, 236). 
Nella sua casa sono due vasi, l'uno ripieno di doni fu- 
nesti, P altro di beni: per essi distribuisce ai mortali, 
come a lui piace, le loro sorti (//. 24, 527). Quando 
la vittoria sotto le mura di Troia inclina or di qua or di 
la senza decisione, egli seduto sul monte Ida, piglia le 
auree bilance e vi pone i mortali destini dei Troiani e 
degli Achei, poi solleva le bilance nel mezzo, e il bacile 
degli Achei è quello che cala (//. 8, 69). Nello stesso 
modo pesa egli i destini di Achille e di Ettore che 
«tanno per azzuffarsi (//. 22, 209). 

Peraltro, osservando bene questa immagine, si cono- 
sce che i destini del mondo non posano veramente nelle 
mani di Zeus, ma il loro compimento deriva da un'altra 
potenza più alta e più oscura, dalla Moira, alla quale se 
da un lato Zeus è parificato , dall'altro le si manifesta 
anch'egli sottoposto. Qustae contraddizione apparisco, 
cominciando da Omero, per tutta quanta l'antichità 
greca, nè mai separ03si dal paganesimo. La ragione di 

3 



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— 34 — 

essa sta in questo : Zeus è il nume più alto, più perfetto, 
più potente della fede greca ; ma siccome egli è accom- 
pagnato da una quantità di altri dèi, ed es9Ì godono 
tanta liberta che la potenza di Zeus vien da essi ri- 
stretta e scemata, perciò ebbcr bisogno i Greci di conce- 
pire, oltre a questo dio così sublime e pur non ostante 
in parte limitato, un essere ancor più sublime, il quale 
riunisse in se colla sua potenza tuttoquanto il mondo 
degli dèi, composto di tante persone. Ma d'altra parte, 
tutto quello che la forza creatrice dello spirito umano 
poteva inventore, si era giù accumulato e, in certo modo, 
esausto in Zeus e negli altri dèi; quindi questa Moira 
dovè restare un essere senza vita e personalità, una po- 
tenza oscura e inconcepibile, intieramente diversa dalle 
figure a perfezione dilucidate degli dèi olimpici. 

Zeus abita sull'Olimpo, monte della Tessaglia rico- 
perto di neve e che colle sue alte vette, trapassando le 
nubi, tocca il cielo. Quindi il cielo coll'etere e colle nubi 
è il suo soggiorno : da lui derivano i fenomeni celesti* 
egli raccoglie e dissipa le nubi, manda la pioggia, la 
neve, la grandine, scaglia il dentato fulmine, e desta il 
tuono che largamente rimbomba. Quando egli scuote 
il suo scudo, cioè l'Egida rilucente orlata di frange (//. 
5,738), sorge uragano e tempesta: egli vela il monte en- 
tro una densa nuvola, e lampeggia e tuona (IL 17,593). 
Il fulmine è l'arme sua più terribile : cori essa egli spa- 
venta uomini e dèi (wpùoTra, v^t^pt^iryi;, ipiySovnoc, colui 
che tuona largamente, dall'alto, e rumorosamente, Ttpni- 
jdpauvo*, che si diletta del fulmine, àpy wpxwo;, àmpow^r^, 
che scaglia fulmini, vtpO^yipir*, xt\*tvt<pviq, l'addensatore 
di nubi, quei che si cinge di nere nubi, <x.lyloxps, quei che 
porta V Egida). Ma come qui Zeus si manifesta in mezzo 
all'orrore del temporale, così d'altra parte egli apparisce 



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* 



— 35 — 

eziandio come pacificatore degli agitati elementi ; manda 
il vento favorevole e porta il giorno sereno (Zfu$ ovptce, 
Od. 15,475 at05pco$). Da lui deriva ciò che è ordine in 
natura. Sono sue ancelle o anche sue figlie le Ore, divi- 
nità del tempo e delle stagioni, le quali aprono e chiu- 
dono la nube che serve di porta all'olimpo, e, alternando 
pioggia e sereno, fanno prosperare i frutti della terra 
(Od. 24, 343). 

Come Zeus signoreggia sovra i beati iddìi, come dal 
suo volere dipendono le vicissitudini della natura, cosi 
ancora egli regge e governa la vita umana. Egli assegna 
agli uomini, come già abbiam veduto, i successivi loro 
destini, e, poiché a lui è noto il futuro come il presente, 
da lui derivano tra gli uomini tutte quante le profezie 
per segnali di ogni ragione, sogni, baleni, volo d'uccelli 
e oracoli, poiché Apollo, suo figlio prediletto, non fa che 
annunziare la volontà del supremo dio. Quindi Zeus è 
chiamato Travoju^aec* (II. 8, 250) il dio di tutte le voci e di 
tutti i suoni. Come l'ordine della natura e opera di Zeus, 
così anche tutti gli ordinamenti, le leggi e i diritti che 
sono fra gli uomini, derivano da lui e stanno sotto la sua 
protezione. Da lui che è re degli dèi tengono i re della 
terra lor potenza e signoria, a questo titolo essi eserci- 
tano la giustizia e difendono l'ordine (//. 2, 205). Egli è 
protettore delle assemblee popolari (àyopatos) e del con- 
siglio (BouKaro?), e si infiamma d'ira contro quegli uomini 
che nelle assemblee per violenza storcono il diritto e vio- 
lano la giustizia (//. 16,386). Perciò Temi e Dice e Ne- 
mesi sono sue compagne. Egli è custode del giuramento : 
chi spergiura va soggetto al castigo di Zeus (Z*ù$ ópx.<cr,. 
i7. 4, 158). Sotto la sua speciale tutela stanno i diritti 
dell'ospite, del fuggitivo, del supplichevole (Ztù$ gmo$, 
ivaioi). Al pari dello stato, ei protegge la famiglia e la 



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— 36 — 

casa, e perciò comunemente gli era dedicato un altare 
in mezzo al cortile (Zéù$ tp*uo;). 

Tale è il concetto di Zeus che domina generalmente 
in Omero. Ma gli dèi sono per questo poeta esseri for- 
niti delle umane virtù e delle umane debolezze ; quindi 
spesso in Omero noi troviamo Zeus in condizioni del 
tutto simili a quelle degli uomini, per le quali resta sino 
a un certo grado turbata la celeste autorità e grandezza 
di sì potente ed eccelsa divinità. Nell'Olimpo non sem- 
pre la sua sovranità è pienamente riconosciuta dagli al- 
tri dèi: fra i quali, gli fan contrasto spesso la consorte Era 
e il fratello Posidone, come pure la sua prediletta figlia 
Atena, cercando di acquistare sopra di lui padronanza 
collastuzia e colla violenza. Una volta queste tre di* 
vinità fecer disegno di legar Zeus e di tenerlo in carcere; 
ma Tetide fece venir su dal mare Briareo-Egeone ro- 
busto uomo dell'onde, dalle cento braccia, il quale con- 
scio della sua forza smisurata, si mise dalla parte di Zeus 
e spaventò gli dèi che non ardirono più altrimenti di le- 
gare il lor signore (//. 1, 399). Con Era egli aveva fre- 
quenti litigi specialmente sul conto di Eracle suo figlio, 
cui Era voleva male, perchè nato da un'altra madre. Ella 
collegossi con Ipnos, il Sonno, il quale sopraffece Zeus, 
nel tempo che ella, levato in tempesta il mare a danni di 
Eracle che allora appunto ritornava da Troia in Grecia, 
lo spinse presso all'estrema mina. Come Zeus si fu de- 
sto ed ebbe veduto il malanno, sfogò Tira sua sopra 
la consorte in una guisa molto terribile : avendola le- 
gata in aria con aurei vincoli indissolubili, le appese ai 
piedi due incudini pesanti, e come gli dèi balzarono là 
per recarle aiuto, chiunque afferrava, ei dalla soglia del 
cielo precipita vaio sulla terra: poscia menò salvo Eracle 
ad Argo nutrice di cavalli (II. 14, 249 e 15, 18). Cosi 



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— 37 — 

dunque vediamo che anche il più savio degli dèi può es- 
aere ingannato, e che anch'egli è sottoposto all'influenza 
di A te, cioè del vaneggiamento e dell'accecamento (77. 
19, 95-133). Alla guerra troiana egli non prende pai-te 
immediata come gli altri dèi, poiché ciò non si conve- 
niva al più eccelso degli dèi; ma favorisce, a seconda del 
suo scopo, ora l'una parte, ora l'altra. Nel complesso ei 
lascia che si compia in Troia il destino che le spetta ; ma 
volendo che Achille oltraggiato da Agamennone si 
abbia il debito onore dagli Achei, secondo la promessa 
che già avea fatto a Tetide (//. 1, 493 e seg.), favori- 
sce per un certo tempo i Troiani e dà loro il vantaggio. 

Il concetto che Omero ha di Zeus restò anche dopo, 
inalterato nella sostanza, presso l'intero popolo greco. 
Egli è il dio nazionale dei Greci, onorato dappertutto 
come l'altissimo, come il padre e re degli dèi e degli 
uomini. In suo onore si celebravano i certami nazionali 
a Nemea nell'Argolide, e a Olimpia nell' Elide, dove 
egli (Zws ò\v}jimos) nel bosco di Alti aveva un tempio 
molto venerato con la famosa statua lavorata da Fidia. 
Perciò egli presiedeva eziandio alle battaglie (Zfù? 
àyùvtog) e graziosamente donava il trionfo; anzi era stato 
egli stesso, nella pugna dei Titani, un valido combattente 
ed un glorioso trionfatore. 

In alcuni paesi di Grecia si conservavano tuttora 
certi concetti antichissimi di Zeus, i quali ritraevano più 
da vicino gli originali attributi naturali del dio del cielo, 
ed erano molto differenti dal Zeus olimpico di Omero. 
Quindi le cime dei monti erano generalmente le sedi 
dove si venerava il nume che regna nell'alto, e che 
manda in basso ora benefici influssi ora spaventevoli. 
Il culto più antico di Zeus fu a Dodona in Tesprozia sul 
monte Tomaro abbondevole di sorgenti, e alla falda di 



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— 38 - 

esso, dove era situato il suo famoso oracolo (Od, 14, 327). 
I sacerdoti assistenti a questo oracolo chiamavansi Selli 
(IzWoi), andavano scalzi, e dormivano sulla nuda terra. 
Questo è lo Zeus pelasgico o dodoneo, al quale Achille 
nell'Iliade (16, 233) dirige le sue preghiere come a dio 
della propria stirpe, un dio che abita nell'aria e che 
manda sulla terra la fruttifera pioggia e si manifesta 
nello stormire degli alberi. Infatti la più antica specie di 
vaticinii si rilevava dallo stormire di una quercia sacra 
a Zeus, produttrice di frutti atti a mangiarsi, il qua! 
albero soleva anche altrove esser sacro al Nume benefico 
(il 7, 60). Inoltre si traevano profezie dal volo delle 
colombe che vi erano sacrate a Zeus, e dal clangore di 
bacini di rame penzolanti in aria, come pure da una sacra 
fontana che era a pie della quercia. Lo spirito che si mo- 
veva nell'aria fu dapprima congiunto colla terra madre 
comune, Gea o Ge, la quale egli rendeva feconda con 
Tumido del cielo, onde le sacerdotesse dodonee canti- 
vano questa canzone : 

Zeus era, Zeus è, e Zeus sarà. 0 Zeus nume supremo ! 
Frutti versa la Ge; perciò appellate madre la Ge. 

Queste sacerdotesse dovetter essere aggiunte in Do- 
dona ai Selli, dopoché a Zeus fu data Dione come socia 
del tempio. Dione infatti, a Dodona, è la sposa di Zeus, 
equivalente ad Era: e rappresenta il medesimo concetto 
di Zeus dodoneo, ma sotto forma femminile : alla qual 
cosa accenna anche il suo nome (Zrj;-A£Ós-Aiwv>i==Iuno). 
Anch'ella è quindi una divinità dell'aria, e come tale 
manda la fruttifera pioggia, onde si chiamala Dione pio- 
vosa (li ^jy>} Ti?), Ma essendo ella venerata specialmente 
solo a Dodona, ed essendo poi più tardi questo santuario 
fjtato offuscato da altri, ne venne che essa col proceder 



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— 39 — 

del terajx) restò più all'ombra, e il suo luogo a fianco 
di Zeus fu usurpato da Era. Nella storia degli dèi greci 
es.-a tiene una parte molto secondaria, e da alcuni è 
avuta solo come una ninfa o annoverata fra i Titani; 
quindi passa anche per una figlia dell'Oceano e di Teti, 
o di Urano e di Ge: da lei avrebbe Zeus ingenerato 
Afrodite. (IL 5, 371). Da Dodona che fu una delle 
più antiche sedi degli Elleniedonde le famigerate stirpi 
elleniche di Deucalione e degli Eacidi si allargarono 
nella Tessaglia, sul Parnaso e sino in Egina, fu traspor- 
tato il culto di Zfù; 'EXXvjVto; o Hxv£XX>jvco$ in Egina. 
Eneo, pio e mite figliuolo di Zeus e di Egina, signore 
dell'isola, padre di Peleo e di Telamone, supplicò una 
volta il padre Zeus che gli popolasse quell'isola allora 
deserta, e il nume concesse al figlio tanti sudditi quante 
eran le formiche che egli avea veduto affòl tarsi su una 
quercia consacrata a Zeus (Ovid. Met. 7, 627), ed Eaco 
nominò il suo nuovo popolo Mirmidoni (^ugpjias, for- 
miche). In altro tempo, essendo l'Eliade afflitta da una 
gran siccità, egli con offerte e con preghiere ottenne che 
Zeus mandasse la sospirata pioggia, onde fu edificato a 
Zeus Panellcnio, per memoria di gratitudine, un tempio 
sul monte più alto dell'isola, dove il dio aveva il suo 
trono. 

Un Dio della natura, simile al dodoneo, è altresì Zeus 
dell'isola di Creta; ma in esso trovansi mischiati ele- 
menti asiatici insieme con gli ellenici. Qui Rea ha par- 
torito Zeus in una grotta del monte Diete (Za>$ Sdraio?) 
aftinché il marito Crono non potesse ingoiare il fanciullo» 
e datolo in custodia e in educazione ai Curèti (o anche 
ai Coribanti) e alle ninfe Adrastea e Ida, figlie di Me- 
lisseo, Vuomo del mele. Il divino fanciullo nutrito col 
latte della capra Amaltea (nutrice) e col mele che gli 



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— 40 — 

recano le api del monte, cresce ben presto a piena robu- 
stezza, talché egli è sufficiente a cacciar dal trono il ruo 
decrepito padre e a occupare la signoria dell'universo 
(vedi pag. 11 ). Come la cuna di Zeus, così mostra vasi 
in Creta anche la sua tomba ; dunque egli morì e rivisse 
poi, come la natura muore nell'autunno e a primavera 
rinasce. Questo dio fisico, che è in certa maniera il tipo 
personificato della natura stessa, fu venerato dai Cretesi 
con un culto orgiastico e con una foggia d'ispirazione 
selvaggia : in mezzo a danze armate, a un'allegria tripu- 
diante, e a una musica strepitosa com'era quella dei Cu- 
reti, sacerdoti del nume, festeggiavasi la risurrezione 
della natura, e poi al contrario con pianti e querimonie 
celebratasi la festa della sua morte. Qui dunque Zeus 
era adorato sotto quel medesimo aspetto come altrove 
Dionisio. Zeus Cretese sembra eziandio che si rappresen- 
tasse sotto l'immagine di un toro, alla qual cosa accenna 
la tradizione formatasi in Creta del ratto di Europa. 
Zeus, innamorato d'Europa, figlia di Fenice, di cui si 
fece un re della Fenicia, si trasformò in un toro e tra- 
sportò la real fanciulla dalla Fenicia, a traverso il mare, 
per insino a Creta (Ovid. Mctam. 2,850 e seg. confr. 
Oraz. Od. 3, 27, 25). 

Secondo le tradizioni Arcadiche , Zeus era nato m 
Arcadia sul monte Parrasio o sul Liceo, e quivi era 
stato allevato dalle ninfe. L'antichissimo culto di Zeus 
Liceo (Auxatos) sul monte di questo nome, sembra es- 
sersi introdotto da Licaone figlio di Pelasgo, il quale 
sacrificò il suo proprio figlio sull'altare del dio, benché 
per questo egli fosse, durando tuttora il sacrificio, cam- 
biato in un lupo (>.ù*o$) (Una diversa leggenda seguo 
Ovidio nelle Metam. 1, 195 e seg.) Questo Zeus Liceo, 
anticamente placato con sacrifici umani, apparisce da un 



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— 41 — 

lato come un dio della luce del cielo, ma dall'altro anche 
come il diffonditore di pioggia refrigerante. Aveva 
gran somiglianza con questo Zeus Liceo, il tenebroso 
Zeus Xa<pu jTto; avido di sagrifici umani, divinità propria 
dei Minii in Tessaglia e Beozia, al culto del quale si ran- 
noda strettamente Atamante e la sua schiatta (Vedi la 
fav. degli Argonauti). Pur non ostante, nel medesimo cul- 
to, accanto a questo orribile aspetto del nume, se ne trova 
un altro mite e propizio rappresentato nei Zeus pugco* 
che procura al fuggitivo salvezza e protezione. Lo stesso 
contrasto si ritrova nell'Attica fra il Zeus furioso 
fjLa.ifxJcx.7Vi; , e il pacifico (Zeus pniXi^o;), in onor del 
quale, verso il terminar dell'inverno, a 23 del mese 
Antesterione si celebravano le feste Diasie con cerimonie 
espiative d'ogni genere, come per contrario, in onore di 
Zeus furioso celebravansi le Memacterie verso il princi- 
pio del verno, nel mese detto perciò appunto Memacte- 
rione. Perocché anche in Attica si erano conservate 
molte traccie del culto naturale di Zeus, come quando 
si ricorreva a lui perchè proteggesse e facesse prosperare 
il frutto dei campi, e segnatamente l'olivo (Z. ytwpyòs e 
pópios, Sofocl. Ed. Col. 705). Il Zeus Ammone, il cui 
oracolo, si trovava nei deserti della Libia all'occidente 
d'Egitto, non era in origine una divinità greca, ma egi- 
ziana. Mai Greci di più tardi tempi avevano la mania di 
fondere insieme colie loro divinità e rivestire dei mede- 
simi attributi quelle di altri popoli, specialmente degli 
Egiziani ; onde quel! Ammone d'Egitto il cui oracolo 
avea forse molta somiglianza a quello dodoneo, fu iden- 
tificato col Zeus greco, e anche in Grecia si alzarono a 
questo Zeus Ammone altari e templi. 

I figli di Zeus e di Era sono Ares, Efesto, Ebe (Esiod, 
Teoff. 922) ; ma egli ebbe oltre a questi, molti figli e 



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figlie natigli da altre dee e femmine mortali : Apollo e 
Artemide da Leto, Erme da Maia, Persefone da De- 
meter, Afrodite da Dione, le Ore da Temi, le Cariti da 
Em •inome figlia dell'Oceano, le Muse 'da Mnemosine, 
Eracle figlio di Alcmena, Dioniso di Semele, Perseo di 
Danae, Castore e Polideucedi Leda .-questi furono ipiù 
segnalati figli di Zeus nati da donne mortali. Atena 
balzò dal capo stesso di Zeus. 

La piìi famosa e stimata rappresentazione di Zeus 
che l'arte plastica mai facesse, fu la statua di Olimpia 
lavorata da Fidia, per la quale egli tolse l'inspirazione da 
quei versi d'Omero II. 1, 528. 

icae Kuaviyjjcv in ópcòvt vivai Kgovtav 
à/jt^pó(T£at 5* àpa parrai irtfipuixvTO &va*To; 
jcpxrò; Sur' àdavàroio. \sÀya.v ''OXu/x7rov 

Disse e il gran figlio di Saturno i neri 
Sopraccigli inchinò: sull'immortale 
Capo del Sire le divine chiome 
Ondeggiaro e tremonne il vasto olimpo. 

;4 Lo slancio sublime nel concepire il tipo ideale di 
Zeus ha reso questa statua una delle maraviglie del mon - 
do. 11 concetto fondamentale è quello del nume sovrano 
onnipotente, e trionfatore di tutte le cose, nell'atto di 
concedere i favori onde è pieno e di porgere benigno 
ascolto alle umane preghiere: in lui i Greci si figura- 
vano la viva presenza del nume : veder lui era un 
vqi?€v% (un alleviamento, uno scongiuro di ogni 
pena e di ogni affanno); non averlo veduto prima di 
morire era un infortunio quasi pari a quello di chi muore 
senza essere iniziato ai misteri (C. O. Mliller : Manuale 
dell'Archeologia dell'arte § 115.) „ La statua era se- 



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— 43 — 

duta sopra un trono ornato d'oro e d'avorio, alta circa 
40 piedi su una base di 12. 11 vestimento ricadendogli 
sull'anche, lo mostrava ignudo sino a mezza la persona. 
Il corpo avea di avorio, le vesti d'oro. Il nume teneva 
nella dritta una Nice (dea della vittoria) e nella sinistra 
lo scettro con l'aquila, poiché il re degli dèi che ha il 
trono nell'altezza ha per suo simbolo la regina degli uc- 
celli che vola sublime. I tratti del volto e la forma del 
i»po e di tutto il corpo in questa statua, servirono poi 
sempre di modello ai posteriori artisti. I capelli si sol- 
levavano nel mezzo della fronte e ricadevano giù da 
ambo i lati in larga copia di ricci : la parte superiore 
della fronte era chiara e serena, la parte inferiore, incur- 
vata gagliardamente in fuori, esprimeva la forza e il sen- 
timento dello spirito, gli occhi erano addentrati molto 
e sbiancati : e intorno alle labbra e alle gote tratteg- 
giate con finezza e placididità, si accampava piena e 
rigogliosa la barba : il petto era robusto e largo (Vedi 
la fig. 1, statua di Zeus nella collezione Vaticana, e fig. 2, 
busto di Zeus nel Mus. Pio-Clementino). 

§ 2. — Ero, ("ll^y, "Hpa, Juno) (1). 

Era, figliuola maggiore di Crono e di Rea (quindi 
Satvrnia), sorella di Zeus (Esiod. Teog. 453) fu alle- 
vata da Oceano e Teti, ai quali Rea la portò, quando 
Zeus ebbe spinto sotterra Crono (IL 14, 200). Zeus si 
accordò con lei all'insaputa dei maggiori, rapì la sposa, e 
per 31 corso di un intero grande anno cioè di trecent'anni,- 
tenne celate queste nozze (2). Poscia la proclamò sua le 

(1) Il nome significa probabilmente padrona, lat hexa. 

(2) I Greci finsero questa favola, perchè era costume anche fra loro 
di accordarsi segretamente colla sposa prima delle nozze, e poi di ra- 
pirla. 



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gittima moglie e la fece regina del cielo; ma non già pie- 
namente in quei senso nel quale Zeus è signore degli uo- 
mini e degli dèi : poiché, quantunque ella si abbia gran 
potenza, e per la sua dignità stia in un certo grado al di 
sopra degli altri dèi, onde il cielo trema quando ella dal 
suo trono d'oro va in furia (77. 8, 199), pure è d^ gran 
lunga inferiore a Zeus. Gli altri dèi la onorano come la 
6posa di Zeus e si alzano dai loro seggi, quando l'ec- 
celsa diva muove all'assemblea, in quel modo che fanno 
a Zeus stesso. Alla sua dignità di sposa dell'altissimo, 
corrisponde l'esteriore apparenza. Quando la dea dalle 
belle chiome (>ju*o/ao$) e dalle bianche braccia (\wx.ù\ivo$) 
e dai grandi occhi (jGowTrts) vuol comparire in tutta la sua 
maestà, allora essa bagna le membra immortali di am- 
brosia, si unge con l'ambrosio unguento che riempie del 
suo prezioso odore tutta la casa di Zeus, il cielo e la 
terra ; si orna delle belle vesti lavorate da Atena, con 
aurei fermagli, cinge il decoroso petto della zona rica- 
mata, e guarnisce le orecchie con ricchi pendenti, poi si 
getta intorno al capo un velo lucido'al par del sole, e 
lega sotto i piedi rilucenti i bei sandali (//. 14, 170-186) 
Ebe e le Ore assestano e scompongono il dovizioso coc- 
chio con la pariglia che deve trasportarla (7/. 5, 720 
e seg. 8, 433). 

La qualità di moglie di Zeus è quella che più t : ri- 
leva in questa dea. Zeus la tiene in onore come sua 
sposa, si consiglia con lei e sovente le partecipa i «noi 
disegni dei quali gli altri numi non sanno ancor nulla. 
Ma Era cerca troppo spesso di far valere questo suo di- 
ritto di sposa e desidera troppo più di quello che Zeus 
le voglia concedere, donde le frequenti liti e discordie 
fre le due divinità. In Omero specialmente si rivela que- 
sta indole riottosa e litigiosa di Era, e il poeta ne prò- 



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— 45 — . 

■ 

fìttaper cavarne copia di scene curiose. La dea odia mor- 
talnente i Troiani, perchè Paride figlio del re di Troia 
nela questione sorta fra le tre dee, Era, Atene e Afro- 
dite, chi di loro fosse la più bella, aggiudicò il premio 
noi a lei ma ad Afrodite : ai contrario favorisce nella 
gaerra troiana i Greci, perchè Argo, Micene e Sparta 
sono luoghi suoi prediletti e a lei specialmente dedi- 
cati (//. 4, 51 e seg.). Se quindi Zeus protegge talora 
i Troiani e manda la peggio ai Greci, egli deve aspet- 
tarsi dalla moglie rimbrotti e contrasti. Non che altro, 
mischiasi ella medesima nel combattimento, e una 
volta incontrandosi con Artemide che soccorreva i 
Troiani, le prese il turcasso e dieglielo fortemente nel- 
l'orecchio fra scherzi e motteggi, tantoché la dea pian- 
gendo, come una colomba spaventata dallo sparviero, si 
involò alla mischia (//. 21, 481-496). 

Allo sdegno e alla persecuzione della gelosa dea, an- 
daron soggette specialmente le immortali e le mortali 
donne amate da Zeus, e i loro figli (Vedi Apollo, Dio- 
nisio, Eracle). Una di queste donne fu Io figlia di Inaco, 
argiva, secondo la favola, sacerdotessa di Era, ma ori- 
ginariamente una dea. Essendo ella amata da Zeus, Era 
per gelosia la trasformò in vacca, e dielle per custode 
Argo dai cent'occhi, l'onniveggente Argo. Ma Zeus 
fece uccidere a Erme il guardiano di Io, ed ella dopo 
lunghi errori, giunse finalmente in Egitto, dove fu ado- 
rata sotto il nome di Iside (1). 

(1) Omero non fa menzione di questa favola, ma però Argo ha presso 
di lui il soprannome 'Agyu<póvTW, l'uccisore d'Argo (Odis. 1, 38). An- 
che di qui si vede che prima d'Omero e a'suoi tempi deve esservi stata 
osa ricca messe di favole, le quali solo in parte potevano trovar luogo 
»ei poemi omerici. La fusione dell'Io greca e dell'Iside egiziana in una 
persona sola, non appartiene naturalmente alla favola originale. Solo 
in più tardi tempi, i Greci hanno identificato i loro dei eoo quelli 



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— 46 — 

Poiché Era, fra le dee dell'Olimpo, è Tunica v 
sposa, onde sino ab antico essa fu sempre rappresentaiu 
nei diversi luoghi dov'era adorata, come legata in matri- 
monio con Zeus, perciò essa valeva in singoiar moóS 
come protettrice delle nozze. La invocavano le sposo, 
come la dea che benedice le nozze e soccorre nei dolori 
del parto. Sotto quest'aspetto essa ha i soprannomi di 
yapjXta, Zyyt*, dea delle nozze, ciXtttoco, dea del parto: 
perciò le Ilitie (E*x«0utac), cioè le dee che assistono al 
parto, erano sue figlie (/?. 11, 269) (2). Del resto, anche 
Era nei più antichi tempi concepivasi, al par di Zeus, 
come strettamente legata colla Natura: molti raffigu- 
rano in lei la terra, la quale, in sacre nozze Qtpbs yà/jtoc) 
col Dio del cielo, genera la prosperità della natura, al- 
beri e fiori: altri la riguardano come il lato femminino e 
fruttifero del cielo, la dea dell'aria e dell'atmosfera — 
I figli di lei e di Zeus sono stati accennati parlando 
di questo dio. 

Le sedi principali del suo culto erano Argo e Mi* 
cene, in mezzo alle quali città vedevasi il rinomato san- 
tuario di Era argiva, Sparta (II. 4, 51), Corinto e molti 
altri luoghi del Peloponneso; inoltre Samo, molte citta 
della Beozia e dell'Eubea, segnatamente Platea e Te- 
spia sul Citerone, il quale era un antico centro del culto 
di questa dea. Le cerimonie delle sue feste in tutti que- 

É 

d'Egitto. La ragione perchè questo avvenne di Io e dlside fu tutta este- 
riore, fu cioè perchè ambedue le dive erano effigiate con le corna in 
capo. Del resto Io o fu una più antica forma di Era stessa, ovvero è 
una personificazione della luna che si aggira pel cielo (?w =fT/xt 
andare) e, sotto questo aspetto, le sue corna accecano alla forma della 
mezzaluna, e Argo dai cent'occhi è simbolo del cielo stellato. 

(2) L'Ilitia (in singolare), abitatrice d'una grotta in Creta è menzio- 
nata (W. 19, 188; e, secondo Esiodo Teog. 922, è figlia di Zeus e di 
Era. 



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— 47 — 

sti luoghi, si riferivano ugualmente al suo sposalizio e 
alla sua vita di sposa con Zeus. 

Le eran consacrati il melograno, simbolo dell'amore, 
il cuculo annunziatore della primavera, nella quale sta- 
gione Zeus si era sposato con Era. Il pavone, che si 
diceva nato dal sangue dell'ucciso Argo, era sacro alla 
regina del cielo, essendo l'occhiuta sua coda simbolo 
delle stelle del cielo (Ovid. Met. 15, 385). 

Dall'arte figurativa Era fu sempre rappresentata in 
sembianza nobile e sublime, come si addiceva all'alta 
sposa di Zeus. La sua statua più famosa era quella la- 
vorata da Policleto ad Argo. Ella aveva una specie di 
corona ( iripxvo^) sul capo, adornata con le figure delle 
Cariti e delle Ore: teneva nell'una mano un melograno, 
nell'altra uno scettro con un cuculo sulla punta. Il volto 
di Era mostra le forme di una bellezza non passeggiera, 
in tutto il suo fiore e maturità, e ritondeggia dolcemente 
ma senza rigoglio, inspira riverenza senza austerità, gli 
occhi tondi e aperti guardano a diritto davanti a se. 
Tutta la figura è florida e compiutamente formata : ve- 
ste una lunga tunica che lascia scoperto solo il collo e le 
braccia : sopra la tunica è gittato un mantello (it/^Tiov) 
che le cinge a mezzo la persona: il velo, ornamento es- 
senziale della fidanzata e della sposa, è per solito riget- 
tato sul di dietro dei capo (Vedi fig. 3, busto di Era 
nella villa Ludovisi a Roma: fig. 4, statua di Era nella 
collezione Vaticana). 




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- 48 - 

§ 3. — Palladc Atena ('A^vS, 'AS^, 'Afcfva&i, 

Minerva) (1). 

Pallade Atena è la figlia di Zeus, il parto di un padre 
gagliardo (ò^tjxorxr^ Od. 1, 101. //. 5, 747.) e dopo 
Zeus è la più onorata fra tutti gli dèi. Omero non le attri- 
buisce una madre, ma Esiodo racconta che Zeus, dietro 
il consiglio di Gea, ingoiò Metis (prudenza) e quindi 
partorì dal suo capo Atena (Esiod. Teog. 886-900 
conf. Om. Inno 28 ti; 'AQ^xv. Pind. 01 7, 34 e seg.) 
Questa favola in più tardi tempi è stata maggiormente 
«volta, onde si conta che Efesto (o Prometeo), per co- 
mando di Zeus, gli spaccasse la testa con un'ascia di 
rame, e che subito Atena in piena robustezza e armata 
di tutto punto balzasse fuori dal capo del padre. Tanto 
dalla narrazion d'Esiodo come da quella de 'posteriori, si 
rileva ugualmente, che Atena è la personificazione della 
valida prudenza di Zeus: e infatti, presso Omero e anche 
dopo, ella apparisce una divina fanciulla piena di consi- 
glio e di forza, destra in ogni maniera di arti virili e 
femminili, e regolatrice dell'ordinato e prudente guer- 
reggiare : protegge tutti quelli che si mostrano avveduti 
e prodi, come, fra gli altri, specialmente Odisseo. La sua 
cura per quest'uomo industrioso come pure per tutta la 
casa di lui, sì per la saggia lavoratrice Penelope, sì 
per l'intelligente Telemaco, si fa palese per l'intiera Odis- 
sea. Ella persuade il padre Zeus ad apprestare il ritorno 
di Odisseo a casa, contro il volere di Posidone; ella con- 
forta Telemaco e lo accompagna nel suo viaggio a Pilo 

(l) IIaX\à$ significa robusta fanciulla, come U<k\)jxvTis forzuti 
ffiovani Ma questa parola, in Omero ed in Esiodo, non è mai sola. 



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FIG. V. 



i 




PaMade Atena. 



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- 49 — 

e Sparta, rotegge l'uno e l'altro nella lotta coi proci. 
Nell'Odissa, Atena è sempre di un volere con suo pa- 
dre che le prta singolare predilezione: invece nell'Iliade, 
spesso eli* si oppone a lui, quantunque poi, alla fine, 
l'amore cb le porta lo faccia far sempre a modo di lei. 
(R 8, 39,22, 183-185. 5, 877). 

Atena essendo uscita belPe armata dal capo del ro- 
busto su< padre, è una dea della guerra, ma di natura 
opposta ìd Ares, il quale si diletta solo nelle discordie 
e nel saiguinoso tumulto delle battaglie, mentrechè ella 
è la regolatrice del combattimento assennato e ordinato 
che porfa sicuramente al trionfo : è il senno di Zeus che 
trionfa dappertutto. Essendo ella dunque la foriera della 
viteria, perciò moW simulacri di lei come p. e. la Pal- 
late 7r<xc0ivos nominata più sotto, che era situata sul ca- 
stello d'Atene, portavano in mano Nice, la dea della 
littoria; anzi ella medesima chiamasi Nice (Sofocl. FiloL 
134. Eurip. Ion. 469. 1551) e come tale aveva un tempio 
ad Atene nei Propilei. Il qual soprannome dee riferirsi 
specialmente alla battaglia dei Giganti (vedipag. 14) nella 
quale ella segnalossi sopra tutti gli altri dèi, dopo Zeus. 
Questa fanciulla battagliera e indomita ('Atputumi, IL 5, 
115) è ancora la protettrice delle città e degli stati ('AXaK- 
xc/x£v^i5, là difenditrice, *Egujt7TToXc$, la salvezza della città 
IL 5,908. 6, 305, Ogó/xa^os la propugnatrice), quella che 
eccita il popolo a battaglia (Aaosaóos, Od. 22, 210) e lo 
guida al trionfo e alla preda CAytXa'a, A>jTt*$, Aa<j>^'a, 
predatrice), e protegge mura, castelli e porti. Onde le 
rocche delle città sono specialmente la sua sede ('Alpaca, 
'Ax^éa); i Palladii, antiche statue in legno della dea, con 
lancia impugnata e scudo imbracciato, erano gelosamente 
conservati e venerati in molte citta, come simulacri pro- 
tettori e mallevadori della salvezza dello stato e della» 

4 



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pubblica prosperità. Il pm celebrato palladi* era quello 
di Troia cui una volta Zeus avea gettato d& cielo, e il 
re Ilo avevalo collocato nella città da lui rodata. Dio- 
mede e Odisseo rapirono il simulacro, sapendo ae la città, 
finche racchiude sselo nelle sue mura, sarebbe: tata ine- 
spugnabile. Più tardi, diverse città asserivano li posse- 
dere questa miracolosa immagine, come Atene d Argo, 
e ancora Roma e Lavinio. 

Ma Atena procura la prosperità dei cittadini aneliti 
colle arti e colle istituzioni di pace ; ond'essa è ma arti- 
ficiosa manifattrice (*e? àv>i), ha inventato ogni sjecie di 
arnesi e di suppellettili, e insegnato le arti più s\ai"at(\ 
ma segnatamente le arti femminili di filare e di tessere* 
e molti mestieri propri degli uomini, come del falegname 
e dell'artefice di navigli, dell'orefice ecc. (//. 5, 61 ; On. 
6, 232). Ella presiede inoltre all'amministrazione della 
giustizia, ai tribunali, alle assemblee, e agli ordini ci- 
vili (BcuXara, WycfaTa), si da cura del ben essere cor- 
porale del popolo, onde è la nutrice della gioventù 
(KoufoT£Ó<po;), la salvatrice e risanatrice (1ùtìi*x, Yyiua). 

Ma a preferenza delle altre città, è questa saggia dea 
la protettrice di Atene, della città piena di spiriti acuti, 
della città che ha il nome comune con lei. L'attica terra, 
per il possesso della quale ella ebbe lite con Posidone 
(Vedi Posidone), era riguardata come sua proprietà spe- 
ciale, e tutte le condizioni del paese eran poste in istrettu 
relazione col culto di lei. Ella è la protettrice della città 
(HoXtà;, IloXtoO^o;), delle fratrie e delle stirpi (^garpta) 
di cui si compone il nucleo del popolo, essa ha fondato 
l'Areopago e creato leggi e ordinazioni, essa ha dato al 
paese l'olivo, ha insegnato frenare il cavallo (MTrrna) e 
aggiogare i tori. Sulla rocca aveva due templi, TErecteon, 
dove si trovava il più antico simulacro in legno della 



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— 51 — 

dea, catlu^o da} cielo, e il saci;o olivo, cui aveva ella 
!=te3fia piantato al tempo della lite con Posidone (come 
pare mpsti-avasi ancora la sorgente dell'acqua marina 
fatta scaturire da questo dio in quella occasione) e in- 
oltre il deporoso Partenone con la celebrata statua di 
Atena Partenos lavorata da Fidia. A lei eran sacre le 
feste più importanti, come le Errefòrie, le Panatenee 
grandi e piccole , delle quali le piccole celebra vansi' ogni 
anno, le grandi ogni quattr'anni, dal 25 al 28 del mese 
Kcatombeone (Luglio «Agosto). Nel primo giorno delle 
grandi Panatenee si faceva la corsa colle faci nel Ce- 
ramico, il secondo giorno i giuochi" ginnastici, il terzo le 
prove musicali dove pigliavan parte poeti, cantori e ora- 
tori.. Il vincitore riceveva una corona di olivo e un'anfora 
di olio fine dell'albero sacro. Ma singolarmente splendida 
e solenne era la processione per l'internò della citta al 
castello, il 28 del mese Ecatornbeone, nella quale il cro- 
ceo manto (tj^Xo?) tutto figurato, cui ogni anno le attiche 
donne ricamavano appositamente per l'antico simulacro 
della dea, era sospeso a guisa di vela su una nave munita 
di ruote, e intaiforma portato al Partenone (un preludio 
di tale cerimonia si vede già nell'Iliade 6, 269 e seg. 

297 eseg.). . , 1 

Per quello che abbiam detto, Atena si mostra a prefe- 
renza una divinità morale: pur non ostante, trovansi nelle 
tradizioni intorno ad essa e nel culto di lei molte traccio, 
onde si rileva essere stata anch'ella in quell'antico tempo 
pelasgico una divinità naturale, al pari degli altri 
dèi, come p. e. in Attica il lato suo naturatesi manifesta 
nella relazione di essa coll'agricoltura e la piantagione 
degli alberi, e nella sua unione con Erittonio figlio del 
serpente (yedi le fav. ateniesi), simbolo del germogliare 
delle piante dalla terra. Derivando ella da Zeus, dio del 



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— 52 — 

cielo, deve esser considerata, secondo la sua intima es- 
senza di dea naturale, come un lucido parto dell'etere 
alto e sereno, ma nelle tante sue qualità e svariate ope- 
razioni ella tiene anche moltissime relazioni colla vita 
naturale della terra. Singolarmente ella trovasi in istretta 
dipendenza coll'elemento dell'acqua, e perciò sovente è 
in compagnia di Posidone. Le sedi più antiche del suo 
culto sono specialmente sui fiumi e sui laghi, per esem- 
pio a Alalcomene in Beozia sul lago Copaide, e sul fiume 
Tritone , non lungi da un luogo ove dovette esser si- 
tuata l'antica città Atene inghiottita dal lago. Ivi sul 
Tritone dice vasi ancora esser nata la dea ; e questo 
vanto si davano eziandio diversi altri luoghi della Gre- 
cia appellati collo stesso nome (in Arcadia, in Creta), 
dove fioriva il culto di Atena. PerciòAtena si sopran- 
nomina Tptrwvk, Tpcro7Év£«(X, nata dalla corrente , si- 
gnificando TpiVwv Tonda romoreggiante. Anche in Li- 
bia eravi un lago Tritone, dove Atena era venerata 
insieme con Posidone che colà si dicea padre di lei: 
(Erod. 4, 180) questo culto però, per quanto si crede, 
non vi era già originario, ma importato dai Minii stirpe 
greca là trasmigrata. 

È sacro a Atena l'albero dell'olivo, la pianta più rag- 
guardevole dell'Attica, e la nottola (rXavg) ; chiamasi 
ella stessa y\<xw&ms Vocchiazzurra , (cioè la dea di 
acuto discernimento), epiteto che presso i greci signifi- 
cava uno splendore di occhi tutto speciale, simile a quello 
. della nottola. La statua più bella e più grandiosa 
di Atena era quella di Fidia, rappresentante Pallade 
Parttnos che sta in piedi, ed era posta sulla rocca di 
Atene. Il tipo di questa divinità è la tranquilla severità, 
la gagliardia consapevole di sè stessa, e la limpidezza 
della mente. Il capo e l'occhio sono alquanto chini come 



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FIG. VI. E VII. 




Afrodite. 



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— 53 — 

di persona che medita. Porta Telmo in testa, sul petto 
l'Egida , corazza squamosa , fregiata di serpenti, con in 
mezzo il capo della Gorgona. L'Egida le è comune con 
Zeus ( Ih 5, 736 e seg. 2, 446), ma il terribile capo 
della Gorgona che spaventa tutti i nemici di essa, o l'ha 
avuto da Perseo (vedi Pere.), o se Pè posto sul petto uc- 
cidendo da sè medesima la Gorgona nella battaglia dei 
Giganti (Eurip. lon. 991). (Vedi Fig. 5. Statua di 
Atena a Velletri, nel Louvre. Fig. 6. testa di Atena, 
della villa Albani.) 

§ 4. — Febo Apollo (tioifios 'AttóXXwv, Apollo) 

Apollo è figlio di Zeus e di Leto Titanide (Latona , 
Esiod. Teog. 918), nato, secondo la nota tradizione, in 
Delo sul monte Cinto (quindi A>jKto$, KvvBios ). Leto fu 
perseguitata per tutto il mondo dalla gelosa Era, finche 
poi l'isola di Delo, che fino allora avea vagato nuotando 
pel mare ( Pindaro), le offerse una sede sicura pel parto 
de'figli suoi Apollo e Artemide (Om. Inn. Apoll. 25. 
130 ). Apollo è per propria essenza un dio della sanità e 
debordine, il figlio prediletto di Zeus che è il supremo 
protettore dell'ordine (quindi, presso Omero, sovente 
Apollo è detto Aiì pi'Xo; e vien chiamato da Zeus q>&i 
$o?/3i). Egli è la divinità serena ($o?*0os ) che odia tutti 
i malvagi e punisce gli oltracotanti , mentre poi pro- 
tegge il buono e mantiengli la sanità. Sono sue armi 
arco e freccie, con cui egli colpisce da lungi, e manda 
rovine agli empi (àpyvpòroìo; Ih 1. 37. £xaro$, ìxàipyoc, 
^JSóXos). Cosi egli uccise i superbi Aloadi (figli di 
Aloeo ) Oto ed Efialte che volevano assaltare il cielo 
( Od. 11, 305 e seg. ). I suoi dardi portano la peste che 
negli anni della gioventù e della forza priva a un tratto 



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gli uomini della dolce vita. Quando i Greci accampati 
davanti a Troia negarono al suo sacerdòte Orise i do- 
yuti onori, si apposto lontano dalle navi, e per nove 
giorni volarono le sue perniciose saette negli uccampn- 
inenti, tantoché vi fu grande mortalità di uomini e di 
bestie (Wcid. da principio). Quindi chiamasi ancóra per 
antonomasia il pestifero, il funestò (o!>).co;), quindi si fa 
derivare il suo nome da à7ró>.)-j/x« distruggo. Ma come 
egli sa arrecare malattie è morte, così egli sa ancora pre- 
servare da questi mali, uomini e fiere; egli è óìXìzìihxm ; 
àuGio;, awrvip il protettore, il medico, il padre di Ascle- 
pio dio della medicina. (1) La gioventù maschile è sotto 
la protezione di questo, iddio giovanile, specialmente nei 
ginnasn e in guerra: quindi egli divenne ancora (come 
in Sparta) un dio della guerra, che nei combattimenti era 
invocato per soccorso. Come egli di compagnia con Erme 
sorveglia i ginnasii, così egli tiene àncora a comune con 
questo dio, la tutela delle vie e delle strade {àyvtvj;) 
6upato;), della campagna, delle selve è degli armenti 
(Ó7r£wv jxyjXuv, vófuo$)j alle quali' cose egli porta ferti- 
lità e ; prosperità. (2) Egli pasce va i giovenchi di Lao- 

(1) Asclepio (Aesctdapìu9) è figlio di Apollo, da Coronide figlia 
del Lapite Flegia. Poiché egli risanava tutti, gli uomini e anche gli ri- 
suscitava da morte, Zeus lo fulminò, perchè non fosse pili a lungo scon- 
volto l'ordine delle cose umane. Fu specialmente venerato a Epidaum 
È sua figlia Igiea (Yyuca, Hygèa, Hygia), la sanità. — Peano 
(IJxt^wv, IIa«wv, Uyxiàv) è presso Omero il nome di una partici», 
lar persona, cioè dei-medico degli dèi in Olimpo (11.5, 401. 89i>), più 
tardi ei divenne il soprannome di Apollo e di Asclepio. 

(2) Come dio degli armenti, dei campi e delle selve. Apollo era 
soprannominato Aristea (T òttimo) : più tardi 'questo soprannome si 
sciolse da Apollo e diventò nome di una divinità speciale che proteg- 
geva gli armenti, faeea prosperare la, coltivazione del vino e dell'oli"- 
tutelava la generazione delle api e la fortuna della caccia. Questo Ari- 

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F1(t. viik 




Apollo. 



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— 55 — 

niedonte sul monte Ida (II. 21. 448) e i cavalli di Ad- 
meto in Piena (II. 2, 763) (1). Insieme colla sorella Ar- 
temide egli è amante e protettore delle selv<e, e cac- 
ciatore e persecutore ardito delle fiere selvaggie : 
nondimeno questa qualità si manifesta assai più chiara 
presso Artemide. 

Apollo è il più tenero figlio di Zeus: mentre, presso 
Omero, gli altri dei nell'Olimpo si ribellano spesso a Zeus, 
egli, benché privilegiato di un grado eccelso fra gli dèi, 
è sempre d'accordo col padre e strettamente unito con 
lui. E il profeta di Zeus e annunzia ai mortali i voleri e 
le disposizioni di lui (Om./»«. 1, ad A poli. 132). (2) Per- 
ciò è il nume della divinazione e degli oracoli, nei quali 
egli non annunzia la propria volontà, ma quella di suo 
padre. Già anche presso Omero è egli il dio pitico, il 
possessore dell'oracolo di Delfo (Od. 8, 79). Poiché 
le spedizioni delle colonie ordinariamente accadevano 
per cooperazione dell'oracolo, -c spesso le costituzioni 

i 

W * \ * * *•)>**•"•* 

steo si fece figliuolo di Apollo dalla ninfa Cirene : era adorato in Tes- 
saglia, Arcadia, sull' isola Geo, in Cirene e altrove (Virgil. Georg. 4, 
;ìir> e seg. Pind. Pitie. 4). 

(1) Apollo servi ad Admeto re in Fere, e gli pasceva le greggi. 
Per Famore che gli portava, impetrò dalle parche che, quando giun- 
gesse l'ora della morte di Admeto, egli potesse rimanere in vita, pur- 
ché un'altro si offrisse a morire in sua vece. A ciò mostrossi pronta 
Alcesti sua moglie, la più bella delle floride figliuole di Pelia (II. 2, 775). 
Ma Persefone a causa del fedel amore di lei, rimandolla nel mondo o t 
seeondo un altra favola, liberolla dalla morte Eracle. Admeto (? indo- 
mabile) era un soprannome di Ade. 

(2) Nella formola che spesso ricorre in Omero : ou yàp<, ZéO .ts 

ràrcp yjxi 'Afcivaftì x*ì 'Airottov (fi- 2 > 371 > 4 > 28 *- 0d - 7 > 311 > 
troviamo la pienezza dell'essenza divina distinta nei suoi tre principali 

fattori: Zeus come la potenza sovrana fondamento delle altre due e 

avente l'autorità di padre, Atena la pxpit; personificata, e Apollo il 

profeta di questa Potenza, , ; 



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— 56 — 

stesse degli stati eran prescritte da Delfo, quindi Apollo 
era anche il fondatore di città e stati e di loro costitu- 
zioni. H reggimento dorico posava tutto quanto sul culto 
di Apollo. Questo dio, a cagione del suo ufficio di pre- 
siedere agli oracoli, divenne l'arbitro e il regolatore della 
storia greca. — Come la divinazione, così ancora la poe- 
sia deriva da una certa entusiastica agitazione dell'animo 
che era propria del culto di Apollo, senza che però que- 
sto perdesse quella originale severità e dignità che ren- 
dealo ben distinto dalla passionata alienazione mentale 
del culto di Dioniso. Quindi Apollo è anche un dio 
della poesia, si diletta del canto e del suono a corda, ed 
è il duce delle Muse. Presso Omero, non è veramente an- 
cora il Musagete (condottier delle Muse), ma già vi si ma- 
nifesta in società con queste dèe, e nell'adunanza dei 
numi suona la bella formingx, mentre le Muse fanno 
echeggiar l'aria del lor canto soave ( IL 1, 603). 

Nel suo primitivo significato naturale, Apollo era un dio 
della luce: quindi si chiama Avwyvjv&Jiglio della luce, Aù- 
x«oc, ed è fatto figliuolodi Leto (XvjOw, Xav0*yw, fatacelo* 
della oscura notte,secondo il comune concetto che la luce 
scaturisca dalle tenebre; e poiché la luce è nemica di ogni 
cosa impura e sozza, e condizione di ogni bellezza e or- 
dine nella natura, come pure la sorgente di tutta la vita, 
quindi da questo fondamentale concetto del nume, pote- 
rono svolgersi le diverse qualità della sua essenza accen- 
nate di sopra, le quali riferisconsi specialmente jalla vita 
morale. Così da un lato egli divenne la severa e sublime 
divinità dell'ordine morale del mondo, e della purità dei 
costumi, nemico dell'orgoglio e di ogni malvagità; ma 
dall'altro lato egli fu anche un benefico dispensatore di 
vita e di forza, e, come la luce penetra dappertutto, e ci 
«vela e manifesta il mondo naturale, così Apollo fu an- 



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FKJ. IX. 




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— 57 — 

che il dio sapiente per eccellenza, il dio della divinazione. 
Nel mondo ellenico, il lato naturale del dio della luce re- 
stò adombrato da quello morale: ma poi riapparve a poco 
poco per lo scemare di questo, poiché Elio, il dio del sole 
nel quale anzi la luce principalmente si manifesta, venne 
identificato con Apollo. 

Nella guerra troiana, Apollo tien le parti dei Troiani, 
quantunque prima il re di Troia Laomedonte gli avesse 
negato la mercede da lui meritata per la fabbricazione 
delle mura d'Ilio cui die mano insieme con Posidonc, e 
per avergli pascolato gli armenti sull'Ida ( II. 7. 452, 
21, 441 e seg.): protegge specialmente Ettore e lo aiuta 
a riportar vittoria di Patroclo: così anche Paride, aiutato 
da lui, può uccidere Achille. 

Ad Apollo si attribuiscono molti discendenti: special- 
mente si fan derivare da lui veggenti o cantori, e gli 
eroi delle schiatte, in paesi e città dove il suo culto era 
maggiormente diffuso. 

Tra i luoghi dove Apollo aveva particolarmente ono- 
ranza, accenniamo noi primieramente Delo e Delfo o 
Pito. A Delo si dice che egli fosse nato, e quindi gli era 
dedicata tutta quanta l'isola, e nessun omicida poteva 
esservi seppellito, perchè il dio puro e immacolato non 
avesse a contaminarsi dal contatto di cosa immonda. Da 
Delo sarebbesi Apollo recato a Delfo per pigliar pos- 
sesso dell'oracolo che vi era. Questo aveva appartenuto 
prima a Gea insieme con Posidone, poi a Temi, ed era 
custodito dal serpente Pitone o Delfine, figlio di Gea. 
Apollo lo uccise (Om. Inn. 1 in ApolL 300 e seg.), 
ma in pena dovette per un anno grande (8 anni) 
vivere in bando e in servitù (in casa di Admeto). L'im- 
macolato dio che in Delfo era eziandio adorato come un 
persecutore dei delitti sanguinosi e soprastante all'espia- 



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asiana dell'omicidio, dovottc, prima di ricevere questi 
onori, sottoporsi anch'egli alle leggi dell'espiazione, e so- 
stenere il conveniente gastigo.Quando egli si fu purificato, 
prese possésso dell'oracolo, e nel luogo dove era anni- 
dato il serpente rappresentante dell'oscure potenze ter- 
restri e delle tenebre in senso naturale e morale, fondò 
egli, come pitico iddio, un più alto ordine morale per 
mezzo di sue divinazioni. Ne egli invero può ingannarsi, 
]K>ichè dinanzi al suo pensiero indagatore si manifesta il 
j ire sente e il futuro, ma il limitato spirito umano non 
sapeva sèmpre decifrare i suoi responsi. Quindi chiamasi 
Apollo -xoiji'as, l'avviluppato, l'oscuro. Il responso da vasi 
per mezzo di una sacerdotessa, la Pizia, la quale si col- 
locava sopra un treppiede sospeso su un'apertura del 
terreno, e invasata dal vapore che esalava fuori di quella 
cavità, pronunciava parole ispirate delle quali poi i sa- 
cerdoti mettevano insieme la risposta dell'oracolo. Ogni 
quattro anni, in Delfo celebravansi, in onore d'Apollo, i 
giuochi Pitici, a'quali i Greci mandavano ambascerie e 
offerte; poiché il nume delfico e il suo oracolo per tutta 
la Grecia erano in grande onoranza, nè s'imprendeva 
cosa alcuna d'importanza, senza aver prima sentito il con- 
siglio di quello.Dalla invasione dorica in poi,tutti gli altri 
oracoli rimasero offuscati da questo di Apollo che era il 
nuroenazionaledei Dori etessi,non escluso eziandio quello 
così famoso di Dodona, e gran parte di essi vennero di 
lì in pòi nel possesso di Apollo. Così in Beozia l'oracolo 
di Tilfossa, onde egli prese il nome, di Tilfossio: inoltre, 
sul fiume Ismeno presso Tebe egli aveva un santuario e 
un oracolo sotto il titolo di Apollo Ismenio; nell'Asia 
minore, dove questo nume godeva antica venerazione ed 
aveva più citta a lui dedicate, fra le quali Troia, sono 
famosissimi l'oracolo a Didima presso Milcto (Apollo 



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Didimèo), c quello a Claro presso Colofone (Apollo 
Clario). In qualità di nume degH oracoli, Apollo è que- 
gli che dona l'arte agli indovini (IL /, 72. 86, Od. 15, 
245). Indovine e sacerdotesse del culto di Apollo erano 
le Sibille, le quali sembra abbiano avuta sede più spe- 
cialmente sulla costa occidentale dell'Asia minore a Troia, 
Cuma, Eritra: la più riputata fu la Eritrea detta Ero/ile. 
la quale dicesi che emigrasse a Cuma in Italia, e da lei 
vennero i libri sibillini in JEtdma. 

Ad Apollo eran sacri, il lauro (oà^); quindi formosi 
la favola che Apollo avesse amata la ninfa Dafne, e che 
questa già presso ad essere raggiunta dal dio che le cor- 
reva dietro, ottenesse da Zeus di esser trasformata in un 
lauro (Ovid. Met 1, 452 e seg.)\ il cigno, che si credeva 
cantare l'estremo lamento prima della morte, il delfino, 
come amante della musica, il lupo, il quale, a causa del 
suo nome (M>cos;),era simbolo della luce, ma forse ancora 
della vendetta sanguinosa, ecc. 

Dall'arte plastica Apollo era per lo più rappresentato 
ignudo, in forma di un giovane svelto e gagliardo senza 
barba. La sua lunga capiglicra si vede ordinariamente 
raccolta in un nodo sulla fronte al di sopra della faccia 
ovale bislun£a,c così serve di colminolo all'ardito slancio 
della figura. In tutti i suoi tratti si manifesta una mento 
♦levata, baldanzosa e serena. I più comuni attributi suoi 
■ono l'arco e le freccie, o la v.etm 9 fvrmingxi Abbiamo di 
lui molte antiche statue, la più riputata e celebre delle 
quali e l'Apollo di Belvedere, nel Vaticano a Roma:,cssa 
rappresenta il dio nel momento che egli ha ucciso il 
serpente Pitone (Vedi fig. 8 — fig, 14 è un capo cor- 
rispondente all'Apollo di Belvedere — fig. 9 Apollo 
Musagete o duce delle Muse) 



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— 60 — 

§ 5. — Artemide ("Aprc/u;, to*o?. Diana). (1) 

Artemide figlia di Zeus e di Leto, sorella di Apollo, 
ritiene originalmente la essenza medesima di quest'ul- 
timo, ma in foggia femminile; perchè i Greci espressero 
sovente la pienezza di uno stesso divino concetto in due 
persone, Tuna maschio, femmina l'altra (Zeus e Dione, 
Zeus ed Era, Apollo ed Artemide). Quindi Artemide, 
nelle stesso modo che il fratello, reca colle sue saette 
rovina e morte improvvisa, ma non meno eziandìo pro- 
tegge aneh'ella quelli che ama, ed accresce la loro pro- 
sperita. Nondimeno spicca in lei più singolarmente il 
concetto di una calciatrice ch'e si compiace dei dardi 
(ìo^loupa), concetto che in Apollo è affatto secondario. Ac- 
compagnata dalle ninfe, figlie di Zeus, si aggira la ver- 
gine (poiché fu sempre restìa ali amore) per i selvosi 
monti cacciando, e prende suo diletto nei cinghiali e nelle 
snelle caprette: si leva al disopra di tutte le sue com- 
pagne colTaltezza del capo e col leggiadro baleno degli 
occhi, talché facilmente si può distinguere fra di loro 
l'agile dèa {Od. 6, 102 — 109). Ma quando ella è sa- 
zia della caccia, e stanca di quel trambusto, allora sen va 
a Delfo, sede dell' amato fratello, e quivi piglia diletto 
con belle carole in compagnia delle Muse e delle Cariti 
(Om. Irin 27 in Dianam). Come calciatrice, porta anche 
i nomi di ro^opópog armato d'arco, e di ^ujvjXàxaTos dal- 
l'auree freccie, e di *Xa<j»i£ó\o; saettatrice di cervi. 

La Dea della caccia ama le fiere dei boschi, le pro- 
tegge, e le nutrisce, e similmente fa prosperare le greggi. 

(1) Il nome *Apr£ut; discende verisimllmente da àpTf/x>]$> J*r- 
fetto, sano : infatti essa è la fanciulla intemerata che dona la sanità e 
la perfetta forza. 



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FKf . X. 




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— 61 — 

In generale si è conservato anche in lei, fino dalla anti- 
chità, une relazione speciale colla natura: essa è la di- 
spensiera della fresca e fiorente vita della natura, essa è 
che porta vita e luce. Quindi era anche una dea della na- 
scita (EtX>]0uca), e nutrice della gioventù ( xoupoTpó<j>os, 
KxtSoTpópos), divenne, poi solo più tardi, la dea della luna, 
quando appunto anche suo fratello era divenuto dio 
del sole, e come tale essa è confusa con Ecate. 

Artemide fu venerata in molti luoghi della Grecia, 
per lo più in compagnia di Apollo. In Arcadia, ove ab 
antico ella appare peculiarmente come la cacciatrice cor- 
teggiata dalle ninfe, e come l'amica delle cime selvose, 
ella è interamente separata da Apollo, ed ha i suoi san- 
tuari nei boschi presso i fonti e i laghi e i fiumi (1) — 
L'Artemide Efesina è una divinità asiatica, che original- 
mente non ha nulla di comune coli' Artemide greca, e 
rappresenta una dea della natnra,nutrice di tutte le cose. 
Anche l'Artemide venerata in Tauride è una dea stra- 
niera, che da qualche lato può avere avuto somiglianza 
coli' Artemide greca. A questa divinità offrivansi in Tau- 
ride sacrificii umani. Ifigenia, figlia di Agamennone, 
recò, secondo la tradizione ateniese, la statua di lei, dalla 
terra dei barbari a Braurone nell'Attica, e perciò chia- 
mossi quella, braur ortica. Questa cruda divinità avida di 
sangue fu adorata anche a Sparta sotto il nome di 'Offl/a, 
ladea stante in piedi,e invece dei primitivi sacrifici umani, 
si flagellavano intorno al suo altare de' fanciulli con tal 

( \) In Arcadia Artemide aveva ab antico il soprannome di Callisto, 
la bellissima. Questo nome si divise più tardi dalla dea, e Callisto di- 
venne una persona indipendente, una ninfa e compagna di Artemide. 
Zeus generò con lei Arcade, e perciò fu ella da Era trasformata in un 
orsa che venne saettata da Artemide. Zeus la trasportò fra le costella- 
àoni facendone l'orsa maggiore, Arctos. 



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violenza che essa rimaneva spruzzata di sangue. Questo 
stessa Artemide aveva il nome di Ifigenia. 

Dall'arte è comunemente rappresentata Artemide 
come cacciatrice, svelta e veloce di piedi al pari del suo 
fratello Apollo, col quale sèrba somiglianza anche nei 
tratti del viso. Se è ritratta come dea della luna, ( port<a 
un velo sul capo, una mezzaluna sul cocuzzolo e in mano 
una face. La sua statua più celebre è l'Artemide di Ver- 
sailles riel Louvre, che raffigura una cacciatrice boscarcc- 
cia, presso la quale viene a rifugiarsi una cervia inse- 
guita. 

• § 0. — (Erme Mercurius) 

■ ■ 

Erme, figlio di Zeus e di Maia (Madre) figlia di Atlante 
(Esiodo, Teog. 938), nacque in una caverna di Cillcne, 
monte dell'Arcadia (quindi Erme KuWvjvios, Od, 24, 1). 
In Omero egli è l'ambasciatore e l'esecutore di Zeus 
(Aib$ oiyyi\o^ Sii,ATopo;), destro, sufficiente e pieno d'atti- 
vità, è quegli che compie (àtàyw) il tutto felicemente, e 
che guida e sostiene gli uomini. Non è, come Iride, un 
semplice ambasciatore e nunzio degli dei, ma colla pro- 
pria attività favorisce, per incarico di Zeus stesso, iì 
buon esito delle faccende umane e divine, in qualità di 
nume destro, e valente regolatore delle cose. Così, per 
esempio, ei liberò colla propria astuzia Ares dai ceppi 
degli Aloadi Oto ed Efialte (vedi Ares), condusse 
Priamo nottetempo, per mezzo agli accampamenti greci, 
nella tenda di Achilie (II. 24, 336 e seg.), uccise Argo 
(quindi 'Àpyu^óvn*: vedi Era), protesse il prudente Odis- 
seo contro i raggiri della maga Circe (Od. 10, 277) ec. ec 
Per la stessa ragione egli è in Omero il guidatore dei 
morti: colla aurea verga a tre rami conduce, per disposi- 



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\ 

1 . ' Digitized by Google 



FIO. XI. 




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zione e per comandò di Zeus, le anime nell'Inferno* 
(^wtaró/nros) : in generale è resécutore della volontà di 
Zeus, mentre Apollo ne è il rivelatore ed il profeta. Per- 
ciò si trova dovente in unione con Apollo. 

Il luogo che generalmente tiene Enne, nelle poesie 
omèriche, rispetto a Zeus e agli altri dèi, gli fu dato pro- 
babilmente o da questo poeta per la prima volta o certa- 
mente nell'età di esso. Nel tempo anti-omerico pelasgico 
antico, Erme era un nume la cui potenza si estendeva 
nel cielo e sulla terra, un ordinatore e un conciliatore, 
un mediatore in tutte le sfere della natura e della vita 
umana, la cui conciliante potenza reca agli uomini salute 
e prosperità ; quindi è chiamato foriero di buona sorte e 
<li ricchezza (àxàiojra, ipioùvtoc. owrvjp iàwv) (1) Più tardi 
poi, quando le divinità, prima separatamente venerate, 
furono insieme riunite e ordinate in un tutto nel regno 
degli olimpici dèi, allora Erme, il dio dell' operosità 
e dell'attività dovette anch'esso subordinarsi a Zeus, 
signore del mondo, e divenne il ministro di Zeus, e l'ese- 
cutore e il conservatore dell'ordine mondiale da lui sta- 
bilito. Ma un tratto essenziale di questo dio sta in ciò, 
che gli è carissimo il conversare eogliuomini (II. 24, 334), 
e come dio amico degli uomini, fa prosperare le opere 
di tutti i mortali. 

Quale l'ha rappresentato Omero, tale si rimase gene- 
ralmente anche nei posteriori tempi ; se non inquanto 
<] lessi maggior rilievo e perfezione alle proprietà partico- 

Probabilmente il suo nome deriva da upu connettere, ipjtx 
corpo ooìnpatto- Si usava per le vie di accumulare, in onore di questo 
dio, dei mucchi di pietre ('Ep^xatot \6poi Odiss. 16, 471 ), immagine 
della Connessione, ai quali ognuno che passava doveva annettere un 
altra pietra ; su questo pilastro poi composto di pietre si sovrapponeva 
una testa, e così ne risultava gli Ermi, le colonne di Erme. 




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lari ed ai tratti fondamentali della sua essenza. L' Inno 
ad Erme attribuito ad Omero, pone in luce singolar- 
mente, come il dio nato in Arcadia in qualità di nume 
delle greggi (vó/xtos), ottiene, per la sua astuzia e scal- 
trezza, di esser ricevuto nell'Olimpo fra i primi dèi : e 
qui la destrezza, la furberia e l'abilita ci offrono il fondo 
della sua indole. Appena che egli è nato entro la caverna 
di Cillene, scivola dalle fasce, e del guscio di una tarta- 
ruga che trova dinanzi alla caverna, sventratala, si forma 
una lira; poi va nella Pieria dove Apollo pascola le greggi 
degli dèi, e ruba 50 giovenche, menandole e nasconden- 
dole con tal arte che non se ne può scoprire alcuna trac- 
cia. Allora se ne ritorna in un attimo a Cillene e si riac- 
concia di nuovo dentro le fasce : ma Apollo, avvisato da 
un vecchio che avea veduto il fanciullo colle giovenche, 
e conoscendo per propria virtù che Erme testé nato do- 
veva essere il ladro delle sue giovenche, si reca all'antro 
Cillenio per ricattarle. Mettendosi Enne in sul niego. 
Apollo il costringe a venir seco, così in fasce, davanti a 
Zeus nell'Olimpo, dove giunto, persiste Erme a negare, 
ma Zeus che ha penetrato la scaltrezza del fanciullo, gli 
comanda di cercare, insieme con Apollo, le giovenche e 
di rendergliele. E così vien fatto. Apollo ode sonar la 
lira a Erme, e di quel suono piglia tanto diletto, che 
volentieri gli dà le giovenche per avere in cambio quello 
strumento. Ma temendo egli che Erme in avvenire po- 
tesse rapirgli la lira e per soprappiu l'arco, si fa giurare 
solennemente che non lo ruberebbe mai più, e in ricom- 
pensa gli dona la verga d'oro a tre rampolli ( Tge7rÌ7>jXoi/ 
ftójSaov) portatrice di prosperità e di ricchezza (1), e lo 

(1) Questa verga magica che comunemente porta Erme, risulta di 
tre rampolli, dei quali i due superiori sono intrecciati in un nodo : piti 
tardi si sostituì la verga coi serpenti. 



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t 

— 65 — 

invita a andare in Parnaso dalle Trie (fàftae) le tre alate 
donzelle profetesse, per imparar da loro l'arte dei pre- 
sagi, non potendo egli insegnare ad alcuno la sua spe- 
ciale arte d'indovinare. Lasciando adunque a lui que- 
st'ufficio della più alta divinazione, possa Erme dilettarsi 
dei greggi e delle fiere tutte delle terni, e possa gui- 
dare al regno di Ade le anime de 1 morti. Co^ì separa- 
ronsi in buona pace ed amicizia i due figli di Zeus. Que- 
sto è il contenuto dell'inno omerico intorno ad Erme. 
Dove si vede, oltre a quello che abbiam menzionato di 
sopr£, che Erme ed Apollo in origine debbono aver avuto 
a comune molti uffici, i quali poi in processo di tempo, 
determinandosi maggiormente il concetto delle due di- 
vinità, vennero separati e reciprocamente limitati. Non- 
dimeno tengono ancora molto di comune : ambedue sono 
vóy.ioi e ÒLywioi 0£o', ambedue sono musici e presiedono 
alle strade, Apollo come xyvuvs, ed Erme come ivàfoo;. 

Le varie proprietà che maggiormente spiccano in Erme 
come divinità operatrice nella vita degli uomini, sono le 
seguenti. Egli è protettore e guardiano delle greggi 
(vójLuos) e perciò porta ricchezza agli uomini : 2. il dio di 
molteplici invenzioni 3. il dio degli ambasciatori, essendo 
egli stesso ambasciatore degli dèi # £ w v ) ; e come 

gli ambasciatori nei sacrifici esercitavano ancora funzioni 
sacerdotali, così anche Erme era nunzio e presidente dei 
sacrifici, che si dice avere egli stesso inventato 4. comu- 
nica il parlare piti acconcio (\òyto; } facundus) ed è dio del 
prudente conversare. Al commercio si richiede astuzia, 
menzogna ed inganno, ed anche talora ruberie e sper- 
giuri : quindi Erme stesso soccorre agli ingannatori ed 
ai ladri, purché essi sappiano fare i loro affari con certa de- 
strezza e buon garbo ÌXH 1 ^ Odis. 15, 318). Perchè Erme 
protegge i commerci e i viaggi, egli è anche 5. il dio dei 



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— 66 — 

viaggi, che tutela i viandanti (viyipx>nog) e dà le buone 
venture, come quella di trovare cose perdute o guadagni 
non sperati (?g//.3uov). 6. come duce, guida i morti all'in- 
ferno (^uxoTrojuiTrcs, XBàviog) e per converso li fa tornare alle 
regioni superiori in occasione di certe feste per mezzo di 
oracoli o scongiurazioni di morti. A causa di questa sua 
relazione col regno dell'ombre, egli colla sua verga conci- 
lia il sonno negli occhi degli uomini (II. 24. 343. 445) e 
manda i sogni (Om. In, a Mere. 14 cf. Od. 7, 137,). 7. 
come destro e aggraziato, egli è inoltre il nume della gin- 
nastica (vjxyu)vio$ 9 preside dei certami). Cf. Oraz. CarmA, 
10. — Sotto tutte queste proprietà si rivela sempre il 
concetto fondamentale, che Erme in qualità di nume de- 
stro, attivo e amico degli uomini, dà buona fortuna e 
ricchezza. 

Erme fu onorato ab antico in Arcadia, Atene, Samo- 
tracia (quivi sotto il nome Cadmilo), e già per tempo in 
tutta la Grecia: i suoi altari e le sue statue (gli Ermi) 
erano specialmente nelle strade e piazze e sull'ingresso 
delle palestre. 

Secondo il concetto artistico, Erme era un giovine 
svelto ma robusto (cf. Od. 10, 277-279) Portava incapo 
un cappel da viaggio spianato e con larga tesa (rirajcc), 
a cui più tardi si unirono le ali : altre ali se gli posero 
agli stivaletti (7ri5dXa), le quali egli si legava quando vo- 
leva affrettarsi a compiere qualche ordine : ed esse il por- 
tavano sul mare e sull'ampia terra, pari al soffio del vento. 
Teneva in mano la verga magica detta di sopra, che rap- 
presenta ancora la mazza di araldo (Fg. 11, statua di 
bronzo di Erme, trovata a Ercolano) 



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— 67 — 

§ 7. — Efesto CllpxLrroc, Vulcanus). 

Efesto rappresenta la forza creatrice del fuoco, e nei 
tempi più antichi anteriori ad Omero, fu un essere natu- 
rale potentemente creatore, ma più tardi perdette que- 
st'alta dignità. Presso Omero e dopo di lui, egli è un dio 
artista, un fabbro, il quale colla virtù del fuoco liquefa i 
metalli e li lavora ingegnosamente, %hnùriyyns 9 tto\u?>gwv, 
V artista rinomatoci prudente ,£aX>uu<, Mulciber, il fabbro): 
si dice figlio di Zeus e di Era, o anche di Era solamente 
(Esiodo, Teog. 927),ma perchè era debole, brutto e zoppo 
(à/x^cyuvjHc, kuXXo7toòiu)v) la madre, dopo che fu nato, lo 
gettò giù dall' Olimpo. Teti ed Eurinome, dèe marine, lo 
accolsero nel lor grembo e lo allevarono (II. 18, 394 — 
405). Essendo ritornato nell'Olimpo, mentre un giorno 
voleva soccorrere sua madre maltrattata da Zeus, fù di 
nuovo lanciato giù del cielo dal padre: rotolò per un in- 
tero giorno, e al tramontare del sole cadde mezzo morto 
nell'isola di Lemno, dove uomini pietosi lo levarono da 
terra e lo accolsero benignamente (TI. 1, 590 — 94) (1); 
e quest'isola fu amata da lui più di ogni altro paese del 

* 

mondo, (Od. 8, 284), come quella che è vulcanica. 

A cagione dell'essere zoppo e brutto, Efesto serve 
spesso di zimbello agli dèi d'Olimpo. Una volta, durante 
il banchetto, essendo sua madre crucciata con Zeus, 
prese la tazza e con blande parole l'offerse alla madre, e 
quindi recò il dolce nettare anche agli altri dèi, onde al- 
l'improvviso si destò un riso inestinguibile fra gli dèi, che 
io vedevauo correre quà e la per la sala zoppicando 

» 

(1) Più tardi si attribuì a questa caduta la disgrazia dei piedi, ma 
per Omero egli è zoppo dalla nascita. 



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— 68 — 

(//. 1, 571 — 601). Del resto egli ha sembianza robusta 
e forte qual conviene a un valente fabbro: ha la sua fu- 
cina nell'Olimpo, con venti buoni mantici (II. 18, 470) (1) 
e con due schiave (Toro da lui stesso lavorate, che par- 
lano e si muovono, sulle quali egli si poggia camminando 
(11. 18, 416); ed egli stesso ha edificato agli altri dèi pa- 
lazzi di bronzo (lì. 18, 370. 1, 608) sull'Olimpo. Lavorò 
ad Achille uno scudo pieno di bassi-rilievi (77. 18, 478 
e seg.) e a Diomede una corazza (//. 8, 195. Altre 
belle opere di lui sono rammentate nell'Oc. 7, 91. 24, 74 
e II. 2, 101. 14, 238. 15, 310. 18, 376. Virgil. Enei- 
de, 8, 426, 612). 

Siccome quel dio che coi suoi leggiadri lavori (yjxpitvTOL 
lpy&) abbella la vita, egli ha per moglie, nell* Iliade, la 
bella Caritè (18, 382, presso Esiodo Teog. 945, essa è 
Aglaia, la più giovane delle Cariti); neH'Odisseaal contra- 
rio è sua sposa Afrodite (2). Ma essa cura poco del suo 
fabbro rozzo e deforme, e da il suo amore ad Ares bello 
e robusto. Efesto è sovente messo in relazione con Atena, 
come dea dell'arte, e con essa ammaestra e protegge 
gli artisti della terra (Omer. Inn. 19. in Vulcanum. 
Od. 6, 232). Ad Atene principalmente era venerato in- 
sieme colla dea Atena e Prometeo, come fondatore e 
inventore dell'umana cultura, e come institutore della 
vita di famiglia riunita intorno al focolare, e di un più 
mite costume. In molti luoghi di Omero campeggia an- 
cor meglio la natura fisica di questo dio ; il fuoco è 
chiamato soffio e fiamma di Efesto (II. 21, 355. 17, 88) 

(1) Più tardi la sua fucina si trasportò nell'Etna o ingenerale, 
su qualche isola vulcanica, e si gli die a ministri i Ciclopi, Bronte, Ste- 
rope, e Piracmone ecc. (Virgil. Eneide 8, 416 e seg.) 

(2) Per altro, questo luogo dell'Odissea sembra doversi tenere a ra- 
gione per un'interpolazione di più tardi tempi. 



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— 69 — 

■ 

anzi questo elemento stesso è sovente presso Omero 
(II. 2, 426) e presso poeti posteriori, distinto col nome del 
dio, come la guerra col nome di Ares. 

Fuori di Lemno (A^vco*) e dell'Attica, Efesto ebbe 
poco onore in Grecia. L'arte plastica di tempi più 
bassi lo rappresentava comunemente siccome un uomo 
robusto e barbuto, cogli strumenti dell'arte sua, e il di- 
fetto del piede non si accennava altro che con gran de- 
licatezza. 

§ 8 — Afrodite ('AppctìiTii, Venùs). 

Afrodite, la dea dell'amore, secondo Omero, è figlia 
di Zeus e di Dione (vedi Zeus pag. 42), ma un'altra fa- 
vola seguita da Esiodo ( Teog. 190) racconta che nascesse 
dalla schiuma del mare e approdasse nell'isola di Cipro 
(A<ppoyivu%, 'AvaSuopv^, Kwrrpcyivuoi). Quindi le derive- 
rebbe il nome Afrodite, cioè nata dalla schiuma. Presso 
Omero e i poeti posteriori, è la dea dell'amore e dellabel- 
lezza, l'aurea Afrodite, la più bella e fiorente tra tutte le 
dee, dallo sguardo propizio, dal sembiante dolce ridente, 
accompagnata e servita dalle Ore e dalle Cariti. L'aureo 
guo abbigliamento splende più chiaro che il fuoco e il 
raggio della luna, le sue preziose vesti e la chioma inghir- 
landata d'oro spirano odore d'ambrosia. Nel suo cinto 
sono riuniti tutti gl'incantamenti, languido amore e ge- 
losia, intrattenimenti soavi e lusinghevoli preghiere, che 
tolgono la mente anche ai savi (//. 14, 215, confr. i due 
inni omerici ad Afrodite, 3 e 6). 

Come dea dell'amore, trionfa degli uomini e degli dèi; 
tuttociò che ha vita sente la sua potenza irresistibile. Es- 
sendo la più bella delle dèe presta anche ai mortali bel- 
lezza e attrattive, e li felicita coll'amore (essa è quindi 



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— 70 — 

• 

, la dea anche delle nozze, ya/xojTÓXo;, Ti\i<jiyot.\i.Q$) ; ma 
chi resiste alla sua potenza, è perseguitato da lei con 
fieri gastighi, come Dafni , l'eroe de' pastori siciliani 
(Teocr. 1). 

Paride, figlio del re di Troia, aggiudicò a lei, prefe- 
rendola ad Era e ad Aten*, il premio della bellezza 
(//. 24, 30), il troiano Anchise fu da lei amato, e per 
lui divenne madre di Enea : perciò essa menò a Paride 
Elena la più bella delle donne, e nella guerra di Troia 
tenne le parti de' Troiani. Protesse Paride, Enea ed Et- 
tore nel combattimento, e ardì mescolarsi ella stessa fra 
lo strepito della pugna ; ma, appunto mentre toglieva 
Enea da una zuffa, fu ferita in una mano da Diomede, e 
sul cocchio di Ares tornò in fretta all'Olimpo. Lamen- 
tandosi colla madre Dione del suo dolore, questa prese 
a consolarla, ma Atene ed Era la dileggiarono, e Zeus 
disse ridendo " A te non son date, o mia fanciulla, le 
opere della guerra: regola tu le soavi faccende d'a- 
more, e quelle lascia al torbido Ares e ad Atena {11. 5 
311 -430). 

Quanto alle sue relazioni con Efesto e al suo amore 
per Are*, vedi Efesto (pag. 67) ed Ares. A cagione di 
questa sua colleganza con Ares, ella è anche una dea 
guerriera, la quale guida le armi della guerra. A Sparta 
vi era un Afrodite 'Apa'a ed *£vÓ7rXios. Ma il soprannome 
yc/xipópos può anche riferirsi al trionfo che riportano 
l'amore e la bellezza. 

Afrodite era originariamente, por quanto parc.una di- 
vinità asiatica, pari alla siria Astarte, la gran diva della 
natura, che dall'umido, dall'acqua, trae fuori la genera- 
zione di tutte le cose terrestri, e quindi appunto si fa- 
rebbe nascere dalla schiuma del mare. Il suo culto passò 
dall'oriente in Grecia,dovc prese a poco a poco la schietta 



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— 71 — 

forma di una greca divinità. Perciò fu specialmente ve- 
nerata sulle isole, nei porti, e sulle rive del mare, come 
in Cipro, a Pafo, Amatunta,Idalio ecc. a Cnido nella Ca- 
ria, nell'isola di. Coo,in Citerà, in Corinto, sul monte Erice 
in Sicilia : quindi i suoi soprannomi Kurpc;, llapta, *A/xa- 
ùcj7Ìtx, 'ISaXta, KvtSt'a, KvSìpuot,, 'Epuxivvj. Sempre fu dai 
G reci riguardata come una dea che avesse relazione col 
mare, e sÌ9hiamòEi/7rXo«a datrice di prospera navigazione^ 
TaX^vat'a 'pacificatrice dell onde. 

È una favola asiatica quella dell'amore di Afrodite per 
il bello Adone figlio di Fenice e di Alfesibea. Questa 
favola dai posteriori poeti è stata più volte trattata e al- 
terata e accresciuta; ma pure si lasciano scorgere ancora 
chiaramente i tratti fondamentali. Adone, fanciullo o 
almeno tenero giovinetto, fu amato da Afrodite e da lei 
affidato a Persefone dea dell'Inferno : ma Persefone che 
altresì amava il giovincello, non volle più renderlo alla 
luce. Onde Zeus die sentenza, che per un tempo dell'anno 
dovesse stare con Afrodite, e il rimanente con Perse- 
fone. Secondo un'altra favola, Adone nel fiore dell'età, 
fu ucciso a caccia da un cinghiale e pianto da Afrodite. 
E manifesto che Adone, secondo questo concetto asiatico, 
rappresenta la floridezza della natura, la quale si desta 
in primavera (e appunto si disse eziandio che Adone 
uscisse da un albero di mirra), ma nell'autunno, per la 
potenza del mondo sotterraneo, ricade e muore. Quindi 
nelle feste di Adone, un giorno si piangeva con alte grida 
la morte di lui, e il dì seguente con giubilo ed allegrezza 
se ne festeggiava la rinascenza: si portavano a proces- 
sione le immagini di Afrodite e di Adone, come pure 
de' vasi con en trovi piante di precoce germoglio, per ac- 
cennare il rapido fiorire e appassire della natura. Questi 
sono i giardini di Adone (Teocr. 15) 



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— 72 — 

I Greci posteriori fecero differenza fra un 1 Afrodite 
Urania (Oùptxvla) dea del puro amore celeste, e un Afro- 
dite Pandemos (IIàvo>5/xo$, 7rà;-3>i/xoc) dèa del comune 
amore sensuale. Ma in tempi più remoti, il nome Paride* 
mos aveva il significato di adunatrice di popoli : e il culto 
di questa dea che collegava i popoli in un sol comune, fu 
introdotto da Teseo in Atene, e Solone le fondò un 
tempio. 

Eran sacri ad Afrodite, come simboli dell'amore, il 
mirto, la rosa, la mela; come simbolo di fecondità, il pa- 
pavero, la colomba, il passero, e la rondine come uccello 
della primavera: nella qualità di dea del mare, ò circon- 
data da fiere marine, come da delfini. La dea dell'amore 
e della bellezza ama corone e fiori (*Av0«a); quindi le si 
consacrava anche il tiglio, colla scorza del quale cinn 
legate le corone. — L'arte perfezionata rappresenta 
•Afrodite come una donna lusinghiera, in pieno fiore, 
con viso alquanto lungo, occhi languidi e bocca ridente. 
Una delle più belle e riputate statue che ancora ci re- 
stino è la Venere medicea di marmo bianco « pari ad 
una rosa che, dopo una bella aurora, sboccia all'apparire 
del sole, pari ad un frutto che dallo stato di acerbità e 
di durezza passa a quello di maturità „ (Winkelmanu 
— Fig. 7. Capo di Afrodite dalla collezione Borghese nel 
Louvre.) 

In compagnia della dea dell'amore comparisce ordi- 
nariamente Pito (Ilaflw, Suada, Suadela), la dea della 
soave e lusinghevole persuasione, e Imero (Ifupo*) e 
Potos (Ilóflos), personificazioni della brama amorosa, es- 
seri che originalmente non esistevano nella fede del po- 
polo, ma sono stati creati dall'arte dei poeti. Per contro- 
rio Eros, dio dell'amore e figlio di Afrodite, è una figura 
piena di vita e perfetta, la quale fondavasi anche nella 



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fede popolare. Per amor di coerenza, noi lo faremo se* 
guire immediatamente a quella persona colla quale co* 
munemente si trova in colleganza. 

§ 9. — Eros ("Epoos, "Epos, Amor, Cupido) 

Eros non si trova nominato presso Omero, dove la 
sola divinità ispiratrice d'amore è Afrodite : ma presso 
Esiodo ( Teog. 120) egli è uno dei più antichi dèi, una 
potenza unificante che assistè alla origine del mondo. 
Prima era il Caos, poi fu l'ampia Terra e il Tartaro ed 
Eros, il più bello fra gli dèi immortali. Questo antico 
dio della natura fu adorato a Tespia in Beozia, dove 
ogni cinqu'anni gli erano celebrate le feste Erotidie. Ma 
è affatto distinto da lui quel dio dell'amore il cui con- 
cetto è stato così leggiadramente e ingegnosamente per- 
fezionato dall'arte de'poeti, e che è detto comunemente 
figlio di Afrodite e di Ares o di Zeus. Egli è un piace- 
vo! fanciullo, già sul confine di gioventù, pieno di astu- 
zia e di fierezza, il quale ferisce co'suoi dardi il cuore 
degli uomini e degli dèi. Anche Zeus, signore del mondo 4 
e la sua madre istessa non sono sicuri da lui, ed egli 
trionfa e signoreggia in cielo, sulla terra, nel mare e 
nell'inferno. (Sofocle, Antig. 75 e seg.). Vola attorno 
con l'ali d'oro, si arma d'arco e di freccia che porta en* 
tro un aureo turcasso, e chi resta colto dalle sue freccio 
prova le angoscio e le gioie d'amore. x 

La sacra schiera de' giovani tebani era devota ad Eros: 
veneravanlo in Atene come il liberatore della citta, poi- 
chè Armodio ed Aristogitone, i due giovani amici, aveano 
tentato di toglier via la servitù dei Pisistratidi : Eros è 
quindi anche il dio dell'amicizia, e dell'amore fra uomini 
e giovinetti; e perciò, venerato anche con particolare 



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— 74 — 

onore nei Ginnasii. Su questo amore posava anche la 
stretta disciplina nell'esercito : quindi i Lacedemoni e i 
Cretesi, presso i quali la relazione di amicizia e d'amore 
fra gli uomini maturi e i giovinetti era sorvegliata dallo 
stato come un mezzo di educazione, sacrificavano, prima 
della battaglia, ad Eros. 

Nei posteriori tempi de' Greci, e nel tempo romano 
sì circondò Eros con una schiera numerosa di fratelli e di 
compagni, gli Eroti o Amoretti. Gli si diè anche un An- 
teros ('ÀvTfgwf), cioè un dio dell'affìtto reciproco o della 
corrispondenza, il quale coi suoi lieti trastulli fé' ben 
presto crescere e prosperare il maggior fratello. Spesso 
Eros appare in istretto vincolo con Psiche (Tu^y), perso- 
nificazione dell'anima umana, che è una forma creata an- 
ch'essa dai Greci in tempi più recenti. Eros o è legato 
d'amore con lei, o la tormenta con viscere crudeli; il quale 
tdtimo concetto è specialmente rappresentato coll'imma- 
gine di una farfalla, simbolo dell'anima, cui Eros tiene 
sopra una face e le strappa Tali ecc. Questa pratica fra 
Eros e Psiche è stata svolta da Apuleio, scrittore fiorito 
al tempo degli imperatori romani, con un tenero e pia- 
cevol racconto (1) il quale, benché foggiato a novella, 

(1) Un re avea tre figlinole, delle qnali la minore che era insieme 
la più bella e amabile, si chiamava Psiche. Se ne innamorò Eros, e la 
recò in un luogo separato dal mondo, ove unito con lei in amore, senza 
però essere da lei nè conosciuto nè visto, piacevolmente si vivea. Ei le 
aveva proibito di darsi opera per vederlo e di palesare a chicchessia il 
segreto del suo amore : ma essendo una volta venute a visitarla le mal- 
vagie sorelle, queste, invidiose del felice stato di lei, la indussero mali- 
ziosamente a cercar di conoscere la stirpe e la natura dell'ignoto marito. 
Quindi fu ella abbandonata da Eros, e lo cercò con angoscia e fra mille 
pene e pericoli su tutta quanta la terra. Finalmente, quando pel lungo 
soffrire e stentare si fu purificata dal male commesso, si uni di nuovo 
con Eros e per questa unione raggiunse l'immortalità. La sua figlia si 
chiama Felicità. 



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— 75 - 

ha però un fondamento filosofico. Poiché anche i Filo- 
sofi, come p. e. Platone nel Simposio, hanno cercato di 
determinare pili esattamente l'essenza di Eros : il quale è 
per loro un gran genio o dèmone, che purifica l'anima 
umana e la educa al bene e perciò alla felicità. 

Un altro amico e compagno di Eros è Imene o Ime- 
nèo (Tpiv, Tp.ha.tog, Hymenaeus) il dio delle nozze, il 
quale era invocato nel canto nuziale o Imeneo. Quindi 
si dice figliuolo di Apollo e della musa Calliope. La 
maggior parte delle favole che tentano di spiegare per- 
ch'egli sia invocato nelle nozze, si fondano sul fatto che 
egli avrebbe liberato alcune donzelle rapite dai corsari, e 
quindi nelle lor nozze sarebbe stato cantato in suo onore 
un canto nuziale. Ma questo si riferisce al costume greco, 
di rubare la sposa prima delle nozze. Imene è rappre- 
sentato dall'arte come alquanto più attempato e maturo 
che Eros. 

Di Eros si hanno due tipi diversi. L'arte più antica 
lo rappresenta come un fanciullo maturo di compiuta 
bellezza, l'arte più recente al contrario come un piace- 
vole e vezzoso fanciulletto. 

§ 10. — Arcs (Apvis, Mars). 

Ares, figlio di Zeus e di Era (Esiodo, Teog. 022), è 
presso Omero il nume selvaggio della battaglia, che si 
rallegra del tumulto dei combattimenti, e dell'uccisione 
degli uomini. Quindi è indifferente per lui il combattere 
da una parte o dall'altra : egli è un fazioso (àXXc7roósa>Aos. 
H. 5. 831) il quale, insaziabile di guerra, con alte strida 
imperversa dattorno alle mura, e reca strage e rovina per 
tutto. A cagione di questa sua selvaggia ferocità è il 
pili odioso a Zeus fra tutti gli dèi (II. 5,888) e un ne- 



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mlco di Atena, la quale presiede ai combattimenti ordi- 
nati. Questa gli si oppone comunemente nella guerra 
troiana, e aiuta Diomede a ferirlo, onde il ferreo Dio 
pel dolore leva un grido così forte come potrebber farlo 
9000 anzi 10000 robusti uomini in lite (//. 5, 765. 856. 
15, 125, e seg. 20, 69. 21, 400 e seg.) Quando egli sul 
sua carro da guerra passeggia armato per la battaglia, 
gli vanno allato Dimos e Fobos (Af(//.o;, <t>6fio;) Terrore 
e Spavento, Eris, (*Epi$) la instigatrice delle liti (Il 
4,440), e Enio ('Evuw) la guerresca dea che uccide, e 
rovescia le città (//. 2,651.). Dal significato del nome di 
lei, Ares piglia anche il soprannome di 'EvuàXtos (//. 2,651), 
quantunque Enialio si appresenta anche come una di- 
vinità speciale che accompagna Ares, secondochè invo- 
cavasi nel giuramento degli efebi Ateniesi. Dimos e 
Fobos son figli di Ares e di Afrodite, come pure Ar- 
monia, (la Concordia, Esiodo Teog. 933 e seg.), ed Eros 
e Anteros. Oltreacciò si chiaman suoi figli i guerrieri 
valorosi, e specialmente selvaggi e feroci. 

Nell'inno omerico ad Ares (No. 8) egli è invocato 
come un dio che pugna per cause della più alta impor- 
tanza; è chiamato protettore dell'Olimpo, padre de' 
trionfi bene acquistati, soccorritore di Temi, della Giu- 
stizia. Ma questo è un inno filosofico diverso affatto da- 
gli altri inni omerici e composto in più tardi tempi, e 
Ares ci è considerato aneora come il pianeta del mede* 
simo nome. 

Ares non fu originariamente il dio della guerra: ina 
dapprincipio era una divinità naturale fecondatrice, ap- 
partenente al ciclo degli dèictonici (sotterranei), e poteva, 
arrecare tanto prosperità quanto sterminio. In questa 
guisa fu specialmente venerato ab antico nella terra te- 
bana, dove però venne in maggior rilievo il lato perni- 



' ~r~f ■ 



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■ 



FIO. XIII. 




Estia. 



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— 77 — 

cioso di lui. Quindi dal concetto più generale di quel 
dio che manda la guerra e i morbi, si svolse più tardi e 
predominò il concetto particolare di nume guerriero. Ma 
in Sofocle, egli è tuttora l'autore della pestilenza (Ed. 
Re. 185). Si riferisce probabilmente all'antico Ares di- 
vinità naturale, il mito di Oto e di Efialte, i quali lega- 
rono Ares e lo tennero chiuso per 13 mesi in un ricinto 
di bronzo, finche Erme per astuzia lo trasse di la, quasi 
affatto consunto. (//. 5,385). 

Il culto di Ares fu generalmente scarso nella Grecia: 
secondo Omero (Od. 8,361), egli aveva la sua sede nella 
terra dei selvaggi Traci, popolo passionatissimo per la 
guerra. Quanto più l'arte greca è stata restìa a rappre- 
sentarlo, come quello che ha troppo poco del figurato 
nel suo concetto ideale, tanto più frequenti sorsero le 
statue di lui presso i romani. La sua figura è di un uomo 
robusto e giovane, per lo più nudo, coll'elmo in capo. 
(Fig. 12 Ares , statua della villa Ludo visi). 

11. _ Estla. (T^Wa, Jartvi, Festa.) 

Estia, la pura dea del focolare e della fiamma dome- 
stica, nell'Iliade e nell'Odissea non è ancora menzionata 
uome divinità : per la prima volta si trova nominata 
presso Esiodo ( Teog. 453) e negli inni omerici, i quali 
manifestamente sono stati composti dopo Omero. Fù 
figlia di Crono e di Rea, secondo alcuni la maggiore, se- 
condo altri la minore tra i figli di Crono ; e anch'oggi si 
questiona se sia stata venerata in Grecia fino dai tempi 
antichi o se, come è più verosimile, il concetto di questa 
dea sia sorto per la prima volta dopo Omero. Secondo 
l'inno omerico ad Afrodite (20 e seg.), ambirono le sue 
nozze Posidone e Apollo; ma ella giurò pel capo di Zeus 



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— 78 — 

che voleva rimaner sempre nubile. Perciò Zeus le donò 
il privilegio onorevole di essere adorata, nel mezzo della 
casa sul focolare, e in tutti i templi. Il focolare è il cen- 
tro della casa, e quello che tiene uniti nell'amore i mem- 
bri della famiglia : quindi E stia è la dea della concordia 
domestica, e mantiene in casa la sicurezza, la pace e la 
prosperità. Ella è dunque una dea propizia singolarmente 
per gli uomini, ed è volentieri posta insieme con Erme 
benefico, il quale, al pari di essa, favorisce le opere degli 
uomini (Om. inn. 29 ad Estia). Poiché i sacrifici si fanno 
sul focolare, Estia presiede ai sacrifìci e alla sacra fiam- 
ma ; e perciò nel convito che accompagnava il sacrifìcio 
se le facevano libazioni al principio e alla fine, e vene- 
ravasi anche nei templi delle altre divinità. 

Sul focolare cercava protezione l'esule e il persegui- 
tato: quindi Estia è anche, dopo Zeus, la protettrice dei 
miseri che cercano ricovero e aiuto. Insieme con Zeus 
ella veglia ancora sul giuramento, poiché presso il foco- 
lare e il desco ospitale si giurava a Zeus. (Om. Odi&s. 
14,158) 

La città e lo stato sono in certo modo più vaste fami- 
glie : quindi la dea aveva nel palazzo del Consiglio ossia 
nel Pritaneo (Pind. Nem. 11. 1.) come centro dello stato, 
il suo speciale santuario con un focolare sul quale da 
fanciulle nubili le si manteneva il fuoco perpetuo, e da 
questo le colonie che partivano pigliavano il fuoco sacro 
per collocarlo nel nuovo pritanco che avrebber fondato. 
Ella era dunque simbolo di civile concordia, e di 
sede e culto comune. Anche associazioni nazionali 
più vaste, specialmente d'indole religiosa, aveano, nella 
città del culto comune, un santuario di Estia : onde la 
Estia del santuario di Delfo valea in certo modo come 
il centro religioso di tutto insieme il popolo greco. Anzi 



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— 79 — 

la dea rivestiva eziandio un significato molto più largo, 
riguardandosi come fondamento e centro di tutto l'or* 
dine del mondo, sì naturale come morale : perciò aveva 
il suo speciale pritaneo in casa di Zeus, regolatore del- 
l'universo, dove brucia l'eterno fuoco celeste,' del quale 
Prometeo una volta recò una particella agli uomini sulla 
terra. 

Rade erano le statue e i templi di Estia : l'arte la 
rappresenta col contegno severo e venerando di una no- 
bil matrona, coi tratti del volto schietti e sereni (Fig. 13, 
la così detta Vesta Giustinianea) 

Noi comprendiamo qui fra gli dèi olimpici, anche 
quelle divinità di second 'ordine le quali appartengono 
per certe relazioni, all'Olimpo. Sono esse in parte divi- 
nità ministre dell'olimpo, in parte certi esseri che 
hanno svolta in sè stessi una singola proprietà di 
qualche divinità Olimpica, come le divinità del destino, 
gli dèi della tempesta ecc. eoe. 

12. — Mira. (1) (MoTpa, Parca, la Parca). 

La parola /xorpa. ha in origine il significato di porzione> 
porzione assegnata ; quindi quella porzion di vita, che a 
ciascun uomo è assegnata (fxótpx [siotoio 11. 4,170), la 
durata della vita, e il destino della vita stessa, e la morte 
fissata a chi vive (Oxvxtos ica* fioipot, IL 3,101 /xot£ òXovj 
Gavàroto Od. 2,100). Questo concetto fu dunque perso- 
nificato dai poeti in una Mira (quasi dispensa trice), in 
una dea del destino. Trattando di Zeus, noi abbiamo spie- 

(1) A pag. 33 e 34 scrissi Moira per fare avvertire il signifi- 
cato della parola. Qui dove si tratta ex-professo di questa dea, scrivo, 
legando il dittongo, Mira e Mire. (Nota del traduttore). 



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— 80 — 

gato la relazione delia Mira con Zeus c cogli altri dèi, 
è abbia m veduto che la Mira fu considerata ora come 
superiore a Zeus e agli dèi, ora come dipendente da 
quelli. Quindi o riguardavasi la Mira come una cieca 
dominatrice che non si può evitare, o si credeva che, 
per mezzo di preghiere e di scongiuri agli dèi si po- 
tesse vincere la Mira stessa. Presso Omero la Mira 
appare comunemente in numero singolare : nondimeno 
troviam già anche in due luoghi d'Omero ii plurale 
Mbrpac (//. 24,40) o K«micXwfli$, le filatrici (Od. 7,197) 
le quali filano agli uomini le sorti della vita (//. 24,209) 
(1). In Esiodo per la prima volta compariscono esse in 
numero di tre, coi nomi Cloto, la filatrice, Lachesi, la 
dispensiera delle sorti, Atropo, l'inevitabile, figlie della 
notte (Nói;) o anche di Zeus e di Temi ( Teoc/. 217. 904). 
In processo di tempo furono immaginate o come le no- 
bili divinità del destino universale, che sorvegliano l'or- 
dine nella natura e nella vita umana, collo scettro nelle 
mani, o come le divinità dello spazio di vita, le quali filano 
all'uomo lo stame della sua vita, e finalmente lo tagliano. 
Come tali, collegansi facilmente colle divinità della na~ 
scita e della morte. E a quel modo che dispensano la vita, 
e il destino di questa, così anche prevedono i destini degli 
uomini e li cantano, presagendoli fino dalla cuna (Ovid. 
Met. 8,452 e seg. Oraz. Carni. Secol. 25). I poeti dipin- 
gono per lo più le Mire come vecchie e brutte, ma dal- 
l'arte son rappresentate come fanciulle di severo conte- 
gno. L'arte più recente dà a Cloto una rocca in mano, 
a Lachesi, per indicare i destini, un globo e un ruotolo 

(1) Del resto, il filare le sorti della vita non è proprio solamente 
delle Mire, ma questa espressione si usa anche generalmente riferita 
agli dèi, Od. 3, 208 àk\' oj uoi tocoutov ìttUXwjav Gioì ÒX/^ov. 
Cs. Od. 1, 17. 



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— 81 — 

«di scritti (Iovjc si contengono le sorti umane, e Atropo 
taglia il filo, o tiene una bilancia, o mostra Torà della 
morte sopra un oriuolo a sole ecc. ecc. In alcuni luoghi 
della Grecia, come a Sparta, a Olimpia, a Corinto, Mira 
avea tempio e altare» 

Un concetto quasi uguale a Mira è presso Omero ! 
•quello di Esa. (A??**.). Anche questa parola indica in 
origine la porzione ì ed è poi divenuta una personificazione 
del destino: essa, del pari ohe Mira, fila agii uomini lo, 
stame dei destini fino dal nascer loro (IL 20,127. Od. 
7,197). Ma questo concetto restò, più ancor della Mira, 
una semplice personificazione priva di vita. , . \. 

Una personificazione che da Omero ancora non si co- 
nosce è la 

* 

,13. — Tlcbe. (Tùx>), Fors, Fortuna). 

• • • 

la dea del caso e della ventura, la quale tiene in mano 
il timone della vita. In Esiodo ( Teog. 360), Tiche è . 
noverata fra le figlie dell'Oceano e di Teti, presso Pin- . 
darò, e una delle Mire. In qualità di datrice della for- 
tuna, porta in braccio il corno di Amaltea, simbolo della 
abbondanza dei beni, o Pluto, la ricchezza ; e si chiama 
Tux>i àyzfy (bona Fortuna) la buona ventura. Come tale, 
em onorata in diversi luoghi, specialmente come reggi- 
trice e custode dello stato (Sumcpa, Pind. 01. 12, fi- 
glia di Zeus 'EUvQipiof) ; perciò aveva il suo santuario 
in Spione, sulla fortezza, come Aerea (A*pot.ioi). Nei più 
tardi tempi di Grecia e di Roma, i singoli stati venera- 
vano le loro speciali Tu***, le quali corrispondono,, in 
forma femminile, ai Dèmoni o Genii dei luoghi 




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§ 14- — demolii, (3N?LLj<jts.) 

«'1 ifiiiV». ili . * •*! .«>'♦) 'ìjii* <; i jitiM'io i:n j/w,,. -jj... " 

) i " ;;r,!'0 • ,y. i <ì:<\<. li . ' > .::!**tm) * li*; 1 

Nemesi, non conosciuta da Ornerò come dea,, ma in 
Esiodo ( Teoff. 223) figlia della lolite, apitartieiie ancR e 
essa *llè divinità jdel -dentino. Là parola' vipièii; (da viu*) 
dì*tribitir*y significa» originariariien te^ la divisione di ciò 
che spetta a ciascuno ; dùnt|àe N^mebi pereonifioatsv ò 
una v divinità la quale distribuisco agM: dòmini eib Iche è 
lo^o dlovivto, e porte fortuna o sfortuna « eeoonda ragione 
e dovere. In ciòpertahto si distìngue dalle Mire,cjie que* 
ste, come" divinità deldestmoin generale, prefiggono;» i*li 
uomini, prima del loro nascere, il proprio destino* mentre 
Nemesi, premiando o castigando per le azioni già com- 
messe, a ragione ifi meriti rem o fortuna o è ventura. 
Ma specialmente spicca in lei la qualità di funesta e 
perniciosi: e à manifesti come to' dek della vendetta 
e del gnstigò, che all' ubino òrgògliòsó per soverchia 
fortuna toccatagli pòrta Viriria 'e perdita,' affinchè 'tì 
rammenti che è mortale : pcixiiocctó ima félibità iV 
conturbata è privilegio dei soli dèli Nemesi era ritratta 
in forma di una fanciulla che cól oràcòiò'pie^ató si tiene 
la Veste dinanzi al petto'(còme segno del btaccio, derla 
minleraziòtìe), ed esaminando medesimay éi l guarda in 
seno. Sono suoi attributivi freno, la spada, e là rferza. 

Nemesi fu adorata in alcnni.luoghi della Gre&a, spe- 
cialmente a Ramno borgò dell' Attica, dove aveva'un ufi- 
tieo santuario da cui le \cnne<5l toprannomo idi Jèateùii- 
sia. Questa Nemesi Ramnttsia fu confusa con Aflrastéa, 
ed ebbe anche questo nome che* derivato da 5i5pàe?*w, par 
significare la inevitabile. Ma Ad ras tèa, alia quale dev'es- 
sere stato inalzato un tempio dall'eroe Adrasto nell'Asia 



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-83- 

minore presso Cizico, (cf. Il, 2, 828, seg), è originaria- 
mente una, divinità distinta affatto da Nemesi e simile 
a Rea Cibele della Frigia, , r 

r • » • : » ■ 

• • •• • • • l« ."Il • i 

-, . §15,- -Me (-Ani). 

• * 

. " .• • 

La parola ar>j significa quell'affascinamento e confu- 
sione di mente, che conduce al delitto^ In Omero ella è 
per lo più un semplice concetto senza persona : son gli 
dèi stessi che traggono gli uomini in furore, e poi nel de- 
litto e nella sventura. Nondimeno in molti luoghi ella si 
apprcsenta come un essere personale, come la veloce, po- 
tente e nobile figlia di : Zeus. Ella accieca , eziandio la 
mente di Zeua.il quale sdegnato lagitta giù dall'Olimpo, 
ond 'ella rovescia e guasta le opere degli uomini (//. 9, 
505. 19, 91 e seg. 126 e seg.) Le , colpe che essa produce 
sono riparate dalle Lite, (A?rat) le preghiere (IL 9, 502). 
Esiodo fa Ate figlia di Eris ( Teog, 230). Presso i tra- 
gici ha molta, somiglianza con Nemesi, e porta ai colpe- 
voli i dovuti gastighi. Non era venerata, nò si conosce 
di lei alcuna statua. 

■ 

* * » 

§ 16. — Dice ><Afo> 

Dice (la giustizia) e, secondo Esiodo,figlia di Zeus e d; 
TemijUna delle Ore (Teog* 901), è protettrice del dritto 
e del giusto, e nemica dell'inganno e del delitto. Se un 
giudice trasgredisce La giustizia, ella viene a lamentar- 
sene al trono di Zeus (Esiodo Op. 256). Quindi è detta 
sedere al fianco di Zeus (Sofocle Ed.Col. 1377, cfr. anche 
Antig. 450). Come protettrice del dritto, porta tran- 
quillità e pace e legalità, quindi la sua figlia, presso Pin- 
daro, è detta Esiehia ('llsu^'a la tranquillità) , e presso 



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— 84 - 

Esiodo, 8on sue sorelle Eunomia e Irene {Legalità e 
Pace). Persegue il colpevole, gli figge in seno la spada 
che Esa le ha aguzzato, e, benché tarda, porta la Pena 
(itobv\ il gastigo) nella casa di lui : ma nello stesso modo, 
dà la mercede al buono che procede per la via di giusti- 
zia. Più tardi ebbe il soprannome di Astréa. 

§ 17. — Temi (Bé/jlc;, iSog, alt ito;, epic. e<xro;. 

Temi (V accomodamento Btu> = tc^lu) dea dell'ordine 
legale, in Omero non ha preso ancora il suo svolgimento, 
ma vi apparisce già come un'essenza divina invocata, 
insieme con Zeus, a protezione del giusto,la quale aduna 
e scioglie l'assemblee degli uomini (Od. 2, 68). È attis- 
sima a ricondurre la tranquillità nell'Olimpo, nè vuol 
saper niente dei mormorii contro Zeus, soccorre di buoni 
consigli (quindi ivfiovkog, oÙTupx) e, come Dice, siede 
al fianco di Zeus. Esiodo la chiama figlia di Urano e di 
Ge, della stirpe dei Titani, sposa di Zeus col quale ge- 
nera le Ore e le Mire (Teog. 135. 901): essa è dun- 
que, secondo questo complesso di attributi, quell'es- 
sere che insieme con Zeus porta l'ordine nella natura 
e nella vita umana. Poiché le disposizioni di Zeus 
(A*òs jxtyàXoeo 0 : 'fucTT£$) erano annunziate per mezzo degli 
oracoli, Temi è anche una dèa divinatrice (fatidica Ovid. 
Met. 1, 321), la quale ha posseduto prima di Apollo, 
il delfico oracolo. Temi ebbe santuarii in molti luoghi 
della Grecia. Suo comune attributo sono la bilancia e il 
corno dell'abbondanza. 

§ 18. — Muse (IVTouja, Mov<j<X£, Musa, Camèna) 
Omero nomina talora la Musa, dèa del canto, in sin- 



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— 85 — 

golare, e talora anche in plurale, ma senza dar loro ne il 
numero, ne il nome. Solamente in un luogo (Orf. 24, 60), 
che del resto è di origine più recente degli altri canti 
omerici, è menzionato il numero nove. Le nove muse 
coi loro distinti nomi trovansi per la prima volta in 
Esiodo ( Teoff. 77); si chiamano Clio (KXttw, Clio), Yan- 
nunziatrice, Euterpe (EOn^) la datrice d'allegrezza, 
Talia (SÀkttx, Thalia) la jìorente, Melpomene (McXirc- 
ftiv>j) la contatrice, Terpsicore (Tip^t^ópY,) la danza- 
trice, Erato ('Eparw) l'amorosa, Polimnia (UoXùfivix) la 
ricca di canti, Urania (Oùpxvlx) la celeste, Calliope 
(KoLWtóirt) la bella-voce. Sono figlie di Zeus e di 
Mnemosine. 

Presso Esiodo, le Muse si occupano anche della danza, 
mentre per Omero sono solamente le dèe del canto, le 
quali nell'Olimpo rallegrano col loro amabile canto il 
banchetto degli dèi (IL 1, 604), prestano al cantore il 
dono del canto, e gli mettono in testa la materia de 
canti» Quindi esse son invocate in ispecial modo dal can- 
tore per aiuto e assistenza, i cantori sono loro figli e 
loro amanti. Ma Tamiri il quale ardì cimentarsi con loro 
in una gara di canto, fu da esse privato del canto, e pu- 
nito colla cecità (77. 2, 594 e seg.) 

Le Muse erano,in origine, ispirate ninfe delle sorgenti, 
alle quali eran sacre le fonti, le grotte e i boschi. Furono 
specialmente adorate dalla stirpe musicale dei Traci, i 
quali dalle contrade dell'Olimpo nella Pieria, passarono 
in Beozia sul monte Elicona. Quivi eran sacre alle Muse 
le fonti Aganippe e Ippocrene, quivi i Tespii celebravano 
la festa delle Muse. Dall'Elicona si allargò il culto delle 
Muse anche in altri luoghi : ed erano soggiorni graditi 
per esse i monti Libetro (1) e Parnasso posti in vici- 
(1) Un luogo detto Libetron o Libetra era anche nella Pieria. 



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— 8C - 

tian/.a di Elicona, a pie dei quali avean sacra la fonte Ca- 
stalia non lungi da Dèìfò. A poco à poco A èjiatse il 
culto lóro per tutta la Grecia. Dai luoghi che èralió cén- 

, tri principali di questo culto, chiama vahsi èsse Rèndi, 
Olimpiadi, Pimpleidi, Elicohiadi, Tespiàdi, Parnàssidi, 
Ca^talidi. Del resto anche i nónii e il numero delle' Mufce 
come ci son dati da Esiodo, non erano ridonòseittti uni- 
versalmente: chi le riduceva a tre, Melete (MéXét>i, il pen- 
siero), Mneme (Mv/)ii>i, la memoria), e Aede ('AotSvj, il 
canto), chi a quattro, chi a sette, chi a otto. Più tardi ài 
die a ciascuna delle nove Muse un ufficio speciale, e si 
estese Fattività loro a tutti 1 rami dell'arte e della scienza. 
Quindi ebbero anche diversi attributi : Calliope dea del 
canto epico, aveva le tavolette incerate e ló stile: Euterpe ! 
dea del canto lirico, il flàuto: Melpomene, musa della 
tragedia,una maschera tragica in mano, una' ghirlanda di 
oliera in capo ecc. Erato era la musa dèlia poesia erotica, 
e della mimica ; Pòlimnia la musa degli inni, Tklittj la 
musa della poesia lieta e campèstre, della'conlmddià écc. 
e portava la maschera Comica, la vèrga pastorale e k 
corona d'ellera: Terpsicore musa delle danza, aveva la 
lira: Clio musa della storia, un rotolo di fcarte : Urania 
musa dell'astronomia, un globo. 

Le Muse sono spesso in relazione con Apollo, il qnale 
e un dio della musica e protegge i cantori (vedi Apollo)? 
quindi egli diviene il condottiero delle Muse, Musagete 
(MoxìixyiT/t). I*er questa colleganza con Apollo; e in- 
sieme per la lor natura f(i divinità ispirati^ sòno slnc'll'el'- 
lcnò profetesse. In fieria, erano esse anticamente, in 

Astretta rcìay/ibné ai^ la 
poesia drammatica, la quale ha radice specialmente lièi 
culto di Dioniso, mise nuòvamente in fiore questa loro 
relazione! ' ' A:J " •■ ' 



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- ^19. ~- 4Jarl«. Cariti (<X%* cr/tf tfòtffre» Qvmp), 

• '« « : m::-ì!« »*iu«,', .„?,.«,■ ;inVìl« !- • /«■ ; *j . :*.|. 

Le Cariti, figlia * di Zeus : e 4,i : Era ; o cH JEurupkóme (di 
lei ché làrgamafiteidispone) Esipf}» 7>^,.$,Qi7) orajjchp c|i 
Elia e diEgle (*WJa /ftc^ erano }e ; .<jM# . deU'ayvenenfa. 
IiappresenteUio specialmente , T attratti del, i viy^r 
tiìevolej la concorde legi^la^ion e tra gli. npipiiù, (quandi 
lor madre è v Aletta atKk«; Eunpmia), e la yijta Uare e 
festante. Nell'Iliade; di QmerOj è; Cari$ U :; sDQsa di Efe- 
sto ( l£, -3B2. Esiodo la chiama Aglakt), mentre nell'Odis- 
sea gli- è congiunto Afrodite (vedi Efesto). In un altro 
btogò^dellUlÌade(H, 26r)i Omero parla delle Cariti, in 
■plurale; é - ! fa che Era ^promette al dio del isonno unji 
delle più» giochi .Culti, Pasitea (V ammirabile)* >I£sipdp 
{Tcfyi 907), nomina tra Cariti, Eufrosine (allefrr&qzjak) 
Airfaia ^sple rtdore) c Talia (floridezza). Secondo Hdea 
<\ e l fct ; socie volezza che i n loro: ipredominay sòaio essg i n* e - 
pamVili 'tra di loro 3 : in qiialitù di dee dolila vveneiu^-e 
della «yrazia, abbelliscono tatto che può. rallegrare l'uomo, 
f festej danzo i c balocchi, o * ' anche gJLi . dèi non aggqn 
irvrii. wmua hi scorta . delle Cafiti^ a lieta danza, n<\ ,a fe- 
stcvol banchetto. ^» (Piiidar W f(?i. 14, 9) t Per tutto $flyc 
gli nomini si raccolgono a festiva giocondità, e a sollazzo 
temperato da co6*uma^zz^/?[-d4 :sep?p del bel|o, ivi ap- 
pariranno; 1q dèe c}iq pi dilettano delja $anza, e elei l^e^o 

canto, 1/atftoi tiene* Mh ìg^m U WQ -P^gio^ . la. sua 
vera nobUjt*: , quindi .CìuJ^ è la>po*a di Efesto, quindi 
le Cariti w acoonìfpagn^OtCojl^ Mu^e, ;dèe dei, ean^p^q 
abitano, con loro insieme, sull'Olimpo: sono le assisjenjti' 
dei facondo Erme e di Pito (la Persuasione), poiché la 
eloquenza, senza grazia e piacevolezza, non raggiunge lo 
scopo. La bellezza senza la grazia non può avvincere gli 



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— 88 — 

animi durabilmente ; quindi sono le Cariti compagne e 
ministre di Afrodite. Spesso ùniscoasi frnche eolle Ore, 
dalle quali però si distinguono come distinguesi la vita 
f iimana dall'ordine della natura. 1 * Le Ore maturano il vino, 
le Cariti godono di aiutarle, e mentre, presso Esiodo, le 
Ore coronano Pandora, figlia degli dèi, coi fiori della pri- 
mavera, le Cariti l'adornano di un'aurea collana: quelle 
còlgono e spargono fiori, queste li tessono in ghirlande 
e ne mandano attorno il profumo. „ (O. Muller). 

Il culto più antico delle Cariti fiorì in Beozia, fra la / 
stirpe dei Minii a Orcomeno, ove il re Etcoclé sembra 
àver introdotto pel primo questo culto. Da Orcomeno* 
passò poscia nelle contrade di Elicona, dove fu collegato 
col culto delie Muse, e in altri luoghi della Grecia. A 
Sparta furono adorate due sole Cariti, Cleta e Faenna 
(suono e bagliore): due sole ancora in Atene, sotto il 
nóme di Aucso la crescente e Egèmone, la condottiero. ; 
queste Cariti ateniesi sembrano essere state antiche dèe 
delle stagioni, simili alle Ore Tallo e Carpe, e a Pandroso 
dea della rugiada, le quali^erano invocate insieme con 
Elio, per tener lungi funesti incendii e arida siccità. In 
generale è verosimile che le Cariti fossero in origine di- 
vinità naturali poco distinte dalle Ore, ma che più tardi 
la loro attività si trasferisse interamente alla vita umana. 
* Le Cariti erano ordinariamente rappresentate in nu- 
mero di tre tutte insieme, senza vestimenti, in» ingenuo 
è schietto contegno di donzelle nel fiore della gioventù, 
con forme svelte e perfettissime, con sembiante propizio. 
Sono loro attributi strumenti musicali, o mirto, rose e 
tìadi. • . 




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— 89 — 

20. — Ore fPpac, 

Le Ore dai bei ricci, le fiorenti dèe delle stagioni, sono 
per Omero le ministre di Zeus (Atòs r Opat Od. 24,344), 
le custodi dell'Olimpo, la cui porta aprono e chiudono 
(//. 5,749), e per l'avvicendarsi delle stagioni fanno pro- 
sperare le piante e maturare i frutti. Perchè esse possano 
esercitare sulla natura questa loro benefica attività, bi- 
sogna che tale avvicendamento percorra un ciclo pro- 
porzionato, e segua un ordine regolarmente stabile. Cosi 
le Ore rappresentano la regolarità delle stagióni, l'uni- 
forme scorrere dei tempi ; e quindi sono esse di prefe- 
renza le divinità del corso annuale : ma originariamente 
la parola wpa significa qualunque spazio di tempo deter- 
minato, sia dell'anno, sia del giorno e dell'età dell'uomo, 
specialmente quegli spazi di tempo che recano floridezza, 
perfezione e maturità, (primavera, gioventù, autunno). 
Le Ore son quindi in istretta colleganza con Zeus come 
colui che, secondo il primitivo concetto, dominando nel- 
l'alto de'cieli, dà origine alle stagioni, e dalla cui volontà 
muove l'ordine nei cambiamenti della natura. Omero 
non le dice figlie di Zeus, nè fissa il numero o il nome 
loro: ma Esiodo pel primo (Teog.-QQl e seg.) le fa nascere 
da Zeus e da Temi, chiamandole Eunomia (legalità)* 
Dice (giustizia) e Irene (pace). Da questi nomi si co- 
nosce che Esiodo non le considera solamente come le 
divinità delle stagioni e dell'ordine annuale, ossia nel 
loro aspetto naturale; ina le pone anche in relazione 
colla vita umana: e cosi quelle dèe che mantengono 
nella natura ordine quieto e proporzionato, divengono 
protettrici dell'ordine e della pace nella umana società 



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— ,90 — — 

(Pinti 01. 13, 6 e seg.). Ma il concetto fisico di queste 
dèe è poi sempre restato il prevalente. 

Il numero ordinario delle Ore è di tre, perche i Greci 
solcano divider Tanno in tre stagioni, primavera, estate 
e verno: in pili tardi tempi se ne trovan nominate an- 
che quattro. Ma in origine si conobbero probabilmente 
solo due Ore. Onde a Atene si venerava l'Ora della pri- 
mavera, Tallo dal verbo 0d&W) che fa-, ger- 
mogliare e fiorire le piante, e l'Ora dell'estate, Carjpo 
•(Kflc ( ^ro[) da jcapra$) che matura i frutti; Come le Ore fanno 
creare e fiorire le piante, così' esse; possono dar pro- 
sperità alla vita degli uomini, e sono le nudrici e le edu- 
catrici della crescente gioventù, perciò liarrno allevato 
Krav Erme e Dioniso. Inoltre, esse menano l'operare 
dell'uomo ad esito felice, e infatti, nel corso del tempo, 
-fra ìn danza dell 'Ore, maturano a poco a poco le opere 
umanel ■ • • • »}• -.1 . -i» . ..•:•»«•• 

L'arte rappresenta le Gre o sole b : in compagnia^ ^or- 
dinariamente coi simboli delle; stagioni : l'Ora- «Iella pri- 
mavera (Cleri, Za sfiorente) più spesso si vede sola* obi 
grembiule pieno di fiori. Sovente son ritratte in danza. 
Sono in* figura di lusinghiere fanciulle. A vean culto s*\ 
A tene, a Corinto e 1 altrove. » » *.i \- \ \ • 

I/Iadi, le piovose, (1) «ono una costellazione sul 
capo del tòro, quali quando Porgono insieme col 
* sòie, Còmincia il tempo tempestoso-'- e ! piovoso (triste*, 
pluvine VVtgV'E*. 1 J44, Oraz. CM. IrS, < 14).; Quindi 
essS, considerate come^ttirifei «tannó'itt Cagione con 

^ £Ì) Trifori anche derivate ila è imlna^naVe coinè liti a' greggia 



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- 01 — 

Zeus dodonèo, il quale, èssendo ttio del cielo, manda 
la pioggia e si chiama anche *Y>rs il pluvio, Yumido. An- 
che Dione sposa di Zeus dodonèo, è chiamata tm v 'Y*;. 
In qualità di ninfe dodonèe èsse furono le balie di Zeus. 
Anche Dioniso che porta appunto il soi>rannonied!i /, YiT?, 
umido, sarebbe stato allevato da loro, ónde si chiamano 
anche le ninfe nisée. Pel* quésto merito verso il suo fi- 
gliuolo, Zeus le ricomperò col porle fra» le stelle. In- 
torno al lor numero, ni nóme è alla stirpe, varK sono i 
pareri. Si novVrano'da due infitto a sette, ma quest'ulti- 
mo è il nurnétt) piti usltato. Esiodo conósce cinque Iadi. 
Deriverebbero pòi da Atlante e?d Etra o Pleionéi a da 
Oceano, da Melisseò, Tm^w del mele, poiché vieti da 
loro il dolce nutrimento ecc. ecc. Di un culto che loro 
si prestasse nòn'si sirmehiè. utf , * M * , ''i-'" ai i 

•• ' "» •!♦;*'» ' -j •.•'•«;*• ' ì ". ;i ì- • » 

22. — ; Vìv la di (tìku&Sisl nXvjYàfo, fitólMlì' • 

' Pliades, Vcrgìljaey : » ^" 

Le Pleiadi fùron messe iri' parentela éolle Iadi, facen- 
dosi lor dorelle', e figlie anch'eie 'di Atlante (l) e di 

■\ . '?•) »! il-» i,. <•<••.•., J | Ì?<Xw.i .v.i'M Vi.-. . .iU . 

(U Eàio4. Op. 383 v Atlante è detto padre delle Pleiadi; perchè 
queste si ealano in mare e tramontano a occidente, ove appunto si inette 
il soggiorno di Atlante. Quindi anche Calipso, la nascosta, puh dirsi sua 
figlia (Od. 1, 52). ; Atfeiitè è figlio di'Giapeto e di QHitieW delta 
Ktlrpe dei Titani " un, «ay'ó che. conosce il profondo del mare, e reg^e 
le grandi colonne che tengono separato il cielo dalla terra " (Od. 1. 1.). 
E la personificazione di un, monte sul quale si credeva che si appog- 
giasse il cielo. Cangiato il monte in persona, rie venne che egli 
non fosse più l'appoggio del cielo, ma il sostenitore di esso ap- 
poggio. TI piò del monte è coarto dal mare : quindi Atlante conosce 
il fondo del mare, e si chiama, come gli dèi del mare, òXoó^pwv Se- 
condo Esiodo (Teog. # 17)» egli è condannato a 'portare il fciélo col 
capo e colle instancabili braccia, per gastigo di aver preso parte nella 



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— 92 — 

Etra o di Pleione. Rappresentano le sette stelle, costel- 
lazione della navigazione (da *rX|u>), (1), poiché ai sorger 
loro, comincia la stagione quieta e favorevole a navigare: 
ma quando tramontano, allora è il tempo delle tempeste 
e della pioggia, e il nocchiero schiva il mare. Sei di que- 
ste stelle sono visibili, la settima è oscura; quindi si 
dice che ella si tenga nascosta per la vergogna di essersi 
unita, sola fra le sorelle, con un uomo mortale. Per do- 
lore della morte delle Iadi loro sorelle, si uccisero da se 
stesse e furono trasferite fra le stelle : ovvero si raccon- 
tava, che essendo state inseguite per cinque mesi dal 
gigantesco cacciatore della Beozia, Orione, fossero, a 
lor preghiera, cangiate in colombe (TriXuàfos) e quindi in 
stelle. Quest'ultima favola che dev'essersi formata in 
Beozia, ha per fondamento il fatto, che la costellazione 
Orione si muove in cielo per cinque mesi vicino alle 
Pleiadi (Pind. Nem. 2,11 e 12. Esiod. Op. 615). Le 
Pleiadi anticamente sembra che fossero, al pari delle 
Iadi, messe in relazione con Zeus dodonèo. Infatti, a 
Dodona le sacerdotesse di Zeus chiamavansi IhXaà&s, co- 
lomòe: le colombe erano a Dodona uccelli di vaticinio, 
e Omero (Od. 12,59 e seg.) racconta che le colombe 
portano a Zeus l'ambrosia, ma che, volando esse rasente 
alle Plancte, isole enabonde nel mare, una di loro è 
uccisa, onde Zeus ne ricompie ciascuna volta il nu- 
mero. La qual favola si riferisce, senz'altro, alle Pleiadi, 
che hanno una delle stelle, invisibile. 

lotta dei Titani : quivi egli sta dinanzi alle Esperidi. Egli deve avere 
abitato e signoreggiato nell'occidente, dove possedeva grandi greggi e 
pomposi giardini, i giardini esperidi (gli occidentali). In più tardi 
tempi fu confuso con Atlante monte Africano. 

(l) Un* altra derivazione è da 7rXiw, q>X'w, pko> costellazione 
pella pioggia. 



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— 93 — 

I nomi delle Pleiadi furono diversi : i più uditati sono: 
Alcione (l'uccello marino, poiché cova nella primave- 
ra, quando sorgono le Pleiadi, e il nocchiero ritorna 
in mare), Merope (genere umano), Celeno (RiXacvw, la 
oscura, che rappresenta probabilmente la oscura nube 
portatrice di pioggia), Elettra (la lucida), Sterope (la 
lampeggiante) Taigete e Maia, la più antica e la piti bella. 
I due ultimi nomi accennano al Peloponneso, perocché 
Taigete si nomina dal monte laconico Taigeto, e Maia é 
una diva arcadica, madre di Erme. Ma in Arcadia spe- 
cialmente fioriron le favole intorno alle jPleiadi (1). In 
complesso i Greci aveano una ristretta cognizione delle 
stelle ; e solo assai tardi si trova fatta menzione dello 
zodiaco colle dodici costellazioni. 

« . 

§ 23. Iride ("Ipt?, «*os). 

Iris o Iride, figlia di Taumante (0xOjxa, prodigio) e del- 
Toccanina Elettra (luce, Esiod. Teog. 265) è la dea del- 
l'arco baleno. L'arco baleno lega il cielo colla terra : 
quindi è Iride un'ambasciatrice degli dèi, e porta i loro 
ordini di cielo in terra. Una volta divenuta ambasciatrice 
degli dèi, non solo può esser mandat i sulla terra, ma 
per tutto, anche nel mare e nell'inferno. (//. 24, 78. E&iod. 
Teog. 784 e seg. Virgil. En. 9, 803). Più specialmente 
ella riceve i comandi da Zeus e da Era: poi la dea 

(1) Fra le stelle, oltre l'Iadi, le Pleiadi e Orione {IL 18, 486), Omero 
conosce anche Eosforos ('Ew^ópo^ la stella del mattino, che precede 
Eoa (//. 23, 226. Od. 13, 93): si chiama Espero fE^Tr^o;) stella 
della s«ra, quando si mostra sulla sera (//. 22. 318): inoltre Sirio (Sirìus 
la ardente costellazione del cane) che porta agli uomini gravi febbri, il 
cane del cacciatore Orione (77. 22, 26 e seg.), Arct«s, l'Orar, chiamata 
anche il carro, c Boote o Arctofìlace il custode deWOrsa (7/. 18, 486. 
Od. 5, 272). 



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piè»veloGC se ne vola sui vanni d'oro, " come la neve 
vola via dalle -buoi* o la grandine spinga dal vento set* 
tentrionale „ 15 s 170)^ Poeti posteriori l'accompa- 
gnano singolarmente con Km, facendola sua nunzia e 
miniera (Ovid. fi Af^ 1„ 270. 14, 85 r Virg. En. 5, 606. 
4, 693). , Benché aWbia uà ufficio cimile ad Erme, si di- 
stingue da lui in. ciò, che., quoti è piuttosto l'esecutore 
<lei comandi di -'eus, (.vqdi Ermt?), mentre che Iri adem- 
pie quasi solamente l'ufficio diannunziatriee.Ma divenuta , 
un tratto anch 'ci la una libbra; persona, n'avviene che dia 
spesso coosigli arbitrarli o pjresti il suo aiuto (/Z.23, III 8 
eseg. 15, 201. 24, 96. 5,;353). Bell'Odissea ella no» ha 
parte, ed Erme ne è esclusivamente l'ambasciatore. — 
Iride non si trova rappre senta ta; in istatue, ma bensì in 
vasi o bassorilievi, in sembianza di una leggiera forma 
alata, spesso con un boccale, \ perocché si credeva che 
somministrasse alle nubi L'acqua. Di un culto presta ti a 
Iride si trovano deboli traccie (l) ; J . 

: § 24 — Elio "\l\Lo; (HiUo^ So!.) 

Elio, dio del sole, è figlio dei titano Iporione (l'asc i- 
dente: quindi si chiama Elio %mp io yc&j5, o anch'esso ' IVé- 
p/wv, <M 1. 8, 24) e della titana Tia (0«V Esiod. 
Teog. 371 e seg.) ò di Eurifaessa (Oni. . /z/ Sole), e 
perciò è detto anche per eccellenza il Titano. Egli, du- 
rante il giorno, mena pel cielo il lucido cocchio d'oro del 
sole colla muta dei cavalli che sbuffali fuoco dalle nari, 
e illumina così gli dei e gli uomini : è un giovane e ro- 

(I) UOs&a, che si trova personificata in Omero (//. 2, 93. Od 24, 4 i3) 
rappresenta la voce della fatua. Si chiama anche Ai'jc, àrY^Xo^, seuza 
che ahbia però un ufficio determinato. Le corrisponde la/'a/«« dei poeti 
romani (Virg. En, 4, 173). 



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— 9* — 

busto dio, dallo sguarda splendente, ed orna il ricciuto 
capo con lucida coróna dì raggi '(Omero, -tanti al'Snle)* • 
La mattina ai Leva in oriente dall'Oceano {htpw> CW. 3.1. 
un tranquillo seno del ti a me Oceano)* la sera, giunto in 
occidente alle porte d^l sole dov'è l'ingresso all'oscurità*, 
rientra nell'Oceano e fa riposare gli stanchi cavalli. Coc- 
chio e muta si trovano per la prima volta menzionati ne- 
gli inni Omerici (à Mere. 69, é Cer. 88): nondimeno bi- 
sogna presupporre queste immagini anche nell'Iliade e 
nell'Odissea, benché là non se \ ne faccia alcuna men- 
zione. Ma in Omero e in Esiodo non è determinato, per 
qua! guisa Elio dall'occidente ritorna all'oriente. Poeti 
di più tardo tempo favdféggiarotio ohe Elio navighi la 
notte sull'oceano entro un battello d'oro lavoratogli da 
Kfesto, percorrendo l'emisfero nòrdico della' terra fino 
ad oriente dovepossiedeunmagnifico palazzo.(Unas])len* 
dida descrizione poetica della città del sole, come puro 
del cocchio e degli apparecchiamenti alla par te nza, ve- 
dila in Ovid. Met . Sl'd e segs.) . Più tardi ebbe anche in 
occidente un, simil palazzo!/. . >• 

Elio vede : e ascolta tutto 1 {noLvàipìn^e, omniveg gente. 
II. 3, 277. Od. 11, 109): penetra colla sua luce nei luo- 
ghi più segreti, trac in luce il nascosto, e spesso ancora 
gastiga il colpevole (SofocL Ed. Còl. 809). Quindi si in- 
vocava nelle' protestazioni e nei giuramenti. 

Nell'isola Trinaoia aveva M sette greggi di giovenchi 
e altrettanti di elette pecore, cinquanta per ciascun 
greggie, e giammai non ne cresceva o scemava il nu- 
mero „{Otf. 12. 127 e seg.) Probabilmente, queste greggi 
<lel solo non eran altro Sri origine che una simbolica im- 
magine dei giorni dell'anno prodotti dal dio del sole: lo 
anticaanno consisteva in 5Q settimane di sette giorni e 
nette notti. Dove Elio è venerato, vi si trovan anche or- 



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dinariamente lo greggi a lui sacre, di color bianco o 
rosso (Om. In. ad Ap. P. 233. Erod. 9, 93). Le greggie 
di Trinacia erano pascolate da Faetusa(<pào$,/tice) e Lam- 
pezia (Xà/xrw, risplendere), figlie di Elio e di Neera 
(Nixipa, nuov'anno o forse nuova luna). Quando i com- 
pagni di Odisseo ebbero ucciso alcuni dei sacri giovenchi, 
furono tratti a sterminio da Zeus a preghiera di Elio 
a cui Lampezia aveva riferito il loro misfatto (Orf. 12, 
3T4. ef. 1, 7). 

Oltre Faetusa e Lampezia, sono anche ricordati come 
figli di Elio L'incantatore Eete che regnava in oriente 
nella terra Ea (A?a), e la maga Circe che abitava nel- 
l'isola Ea situata a occidente. Madre di ambedue era 
Perse o Perseide. Con Climene Elio generò Fetonte 
(Faetonte, fcwfciv). (1) Questi, come fu divenuto un bel 
garzone,visitò il padre nella città stessa di lui,ed ottenne 
da lui,a forza di preghiere,che per un giorno gli lasciasse 
guidare il carro del sole. Ma non potendo reggere i fer- 
vidi cavalli, si avvicinò di troppo alla terra, e ben to- 
sto l'ebbe messa in fiamme. Allora Zeus lo percosse col 
fulmine, ond'egli cadde nel fiume Eridano. Le Eliadi o 
Fetontidi, sue sorelle, lo piansero e nel loro dolore furono 
cambiate in ontani o pioppi: le loro lacrime divennero 
ambra, y,X£xtoov (Ovid. Met. 2, 1 e seg.) (2) 

Soprannomi di Elio sono : a**/**;, infaticabile, iJXé- 
ìt-rup, pxibw rxuapxvòuv, pxiaL^poTo; il lucente Tipy\tiu.fipo- 
to; V allegrato™ degli uomini: ma il soprannome <t>oTfio$ 9 il 

(1) Fetonti- fu in orìgine, nn soprannome di Elio (CW.|5,479); poi si 
seiolse da lui e divenne il nome di una special persona. Molti esempi 
simili si trovano nella Mitologia (vedi Callisto in Artemide), 

(2) L'ambra è introdotta nel mito del dio del soie a causa della so- 
miglianza fra le parole yjXjjcroov e vjKIjctwo, il Sole radiante ( IL 6, 
513). 



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— 97 — 

il puro, il lucido, gli venne solo più tardi, dopoché fu 
identificato con Apollo. In Euripide per la prima volta, 
troviamo confuse insieme le due divinità, del dio del sole 
che tutto vede #di Apollo profeta che tutto conosce e 

Elio fu adorato in molti luoghi della Grecia, come a 
Corinto, ad Argo, in Elide, ma specialmente sull'isola di 
Rodi (Pind. 01. 7, 54 e seg.), dove era la sua colossale 
statua alta 70 braccia, la quale teneva le gambe aperte, 
posandone una su ciascuna delle estremità dell'ingresso 
al porto, una delle sette meraviglie del mondo antico. Gli 
era sacro il gallo annunziatore del giorno; e gli si offri- 
vano di preferenza animali bianchi, fra gli altri i cavalli. 
Quando è effigiato in tutta intiera la persona, appare per 
lo più vestito, sul suo cocchio, colla sferza, in atto di reg- 
gere i cavalli. Il suo sembiante è alquanto più pieno di 
quello di Apollo. 

§ 25. — Selene (m>jv>j, Bfijv* Luna) (1) 

Selene, dea della luna, è figlia di Iperione e di Tia 
(Esiod. Teog.SU), sorella di Elio, e di Eos, della stirpe 
dei Titani (Tmpfc, Titanio). Nell'Iliade e nell'Odissea 
non comparisce già come diva ; ma noi possediamo un 
inno omerico a Selene (Inn. Om. 32), nel quale essa, la 
figlia di Pallante (Inn. Om.% 99), si appresenta come la 
dea dalle bianche braccia e dai bei ricci, con lunghe ali, 
ornata d'aureo diadema. Quand'essa ha bagnato il suo 

(1) La parola 2£X.vjv>) ha relazione con aika.; splendore: fra M>iv*» 
• 2eXv)W) mettono i poeti questa differenza, che l'uno è il nome dato a 
questa dea dagli uomini, e l'altro è quello datole dagli dei; cioè Mvjvn 
e il nome della vita ordinaria, 2*X>jv>i è il nome poetico. 

7 



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— 98 — 

bel corpo nell'Oceano e si è cinta di lucide vesti, attacca 
il suo carro e percorre il cielo versando sulla terra la sua 
benefica luce. Il cocchio è tratto da bianchi cavalli, da 
muli o da vacche (1), e sopr'esso la mite dea muove len- 
tamente pel cielo, facendo così contrasto alla furia con 
che il suo fratello Elio manda la quadriga. 

Questa dèa scarseggia di miti: quello più volentieri 
espresso e lumeggiato dai poeti abbraccia le relazioni di 
lei con Endimione. Le favole qui accennano parte a 
Elide, e parte a Caria.InElide, ove si celebravano i giuochi 
olimpici, era Endimione il figlio del re Etlio (a*0Xoc, lotta 
nei certami) e a lui succedette nella signoria : egli ge- 
nerò con Selene cinquanta figlie, che indicano i cinquanta 
mesi decorrenti fra le celebrazioni dei giuochi olimpici. 
Questo re d'Elea, per quanto raccontano i poeti, si sa- 
rebbe portato a Caria, o piuttosto era un cacciatore o un 
pastore di Caria- In una grotta sul monte Latmo si 
giace egli in perpetuo sonno, e tutte le notti Selene, 
accesa di lui, si cala dal cielo per baciare il bel gio- 
vanetto e posarsegli accanto. In questa favola Endimone, 
V insinuante si, rappresenta il sonno che 6'introduce negli 
uomini (tvSòw); e infatti ei riposa nel monte dell'oblio 
(>,à0w, Xavflàvw). È un pastore che in dolce ozio si ad- 
dormenta, o un cacciatore, che caccia gli uomini, o un 
re; immagine del sonno (*Yirvo$ 7ravdaju.a7u>p), che tutti do- 
ma, e che si chiama altresì signore di tutti gli dèi e gli 
uomini (TI. 14, 233) — simile alla favola elèa di Endi- 
mione è l'altra favola ateniese, che Selene abbia par- 
torito a Zeus, Pandia (Om. Inn. 32), la qual favola 
denota il ritornare, dopo un determinato numero di 
mesi, della festa ateniese detta Pandia o le Diasie. 

(1) La vacci», per le sue corna, è simbolo della mezza-luna. 



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— 99 — 

i 

Selene fu confusa più tardi con Artemide, Ecate e 
Persefone. Quindi ha anche il soprannome di $ot'j3>j, co- 
me il suo fratello Elio è chiamato da Apollo, $or£o§ 
(Virg. En. 10,216). Nelle ordinarie rappresentazioni 
artistiche ella si distingue da Artemide solamente pel 
volto più pieno, pel vestimento più compito, e per un velo 
in forma d'arco che porta sul capo. È incerto, se abbia 
avuto, come dea della luna, un suo proprio culto. 

26. — (Eos 'Hw 5 , Aurora) (1) 

Eos, dea dell'aurora, è figlia di Iperione e di Tia e 
sorella di Elio e Selene. (Es. Teog. 371 e seg). _Di pri- 
missimo mattino levasi la rosata e ricciuta dea in abito 
color zafferano tfpiyivuix, £Ù7rXó)ta/AO$, poooSàjcruXos, pooc- 
t>jX u $> *poxÓ7r£7rXoc, purpurea> lutea,) la chiaro-splendente 
portatrice del giorno (Kaprpopavjs, pxicrpópog), e lasciando 
il croceo abituro,coi suoi veloci cavalli (Od. 23,244,) bian- 
chi o rossi, muove pel cielo. Presso Omero ella sale bensì 
dall'oceano orientale, ma non percorre già, come Elio, 
il firmamento per immergersi ad occidente, poiché è so- 
lamente la dea del sorgere del giorno e della luce diurna 
in generale, ma non rappresenta la durata del giorno in- 
tero. Solo più tardi prese lo stesso significato di Emera 
('H/x-pa), per modo che questa, presso i tragici, ne fa in- 
tieramente le veci. Anche in Esiodo (Teog. 124), Emera 
è tuttor distinta da Eos, ed è figlia della Notte e del- 
l' Èrebo, poiché la luce scaturisce dalle tenebre; tra- 

(1) Il nome deriva acconciamente da auw, ayjjxi, soffiare, spirare, 
perchè, col primo rosseggiare del cielo, si levano ordinariamente dei ven- 
ticelli. Od. 5, 469. aup>i 5* U 7rorajULOU ^u^pvj nviu >$w0i np6 Eoli- 
camente si dice )ju>5 auw$- Così Aurora viene da aura. 



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— 100 — 

monta in occidente, e sulle soglie di questo saluta la ma- 
dre Notte che le viene incontro, (iv. 748). 

A questa veloce dea che si leva insieme col venticello 
della mattina, la tradizione ha associato un simil concetto 
come alle rapaci dèe del vento, alle Arpie; quello cioè, 
di rubare e portar via gli uomini; se non che ella non 
fa questo in sembianza di nimistà, ma per amore. Cosi 
ella rapì il bel Titone, figlio di Laomedonte re di Troia 
(//. 20,237), e lo fece suo sposo, e gli ottenne da Zeus 
il dono di una vita immortale; ma essendosi dimenticata 
di procacciargli anche una perpetua giovinezza, i membri 
di lui col tempo inaridirono, e gli venne meno la voce. 
Perciò ella lo nascose in una camera (Om. Inn. a Afrod. 
3,219-238), o lo cambiò in nna cicala, poiché colla sua 
natura terrestre non potea sostenere l'immortalità. Son 
figli di Eos e di Titone, Emazione e Meninone (Es. 
Teog. 984). Quest'ultimo, secondo la tradizione poste- 
riore ad Omero, fu un condottiero degli Etiopi orientali 
abitanti sull'oceano, e cadde sotto Troia in lotta con 
Achille, e in molti luoghi dell'Asia fu festeggiato e 
pianto, come giovanetto di belle forme e troppo presto 
tolto alla vita, il qual mito originariamente sembra che 
accenni al pronto scolorare della bellissima stella matu- 
tina. Oltre Titone, Eos rapì eziandio il cacciatore Orione, 
ma gli dèi ne serbaron collera e rancore, finché Arte- 
mide in Ortigia non l'ebbe ucciso colle sue placide saette 
(Od. 5,121-124); inoltre Clito figlio di Manzio (Od, 
15,250), e dal vertice dell'Inietto in Attica, Cefalo ma- 
rito di Procri (Ov. Met. 7,700). Ad Astreo (Vuomo de- 
gli astri) partorì Eos i venti Argeste, Zefiro, Borea e 
Noto, come pure Eosforo e le altre stelle (Es. Teog. 
.378 e seg.) 

Eos non godè presso i Greci un'adorazione speciale. 



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— 101 — 

Dall'arte è rappresentata come una figura maestosa, per 

10 più alata, o sul carro, coi cavalli pure alati, o in atto 
di condurre i cavalli del sole : spessa » porta una face in 
mano. 

§27.-1 Venti f Avtpe) 

Anche i venti sono esseri divini; nondimeno sì in loro 
come in altre divinità naturali, si trova un ondeggiare e 
un alternarsi fra l'elemento della natura e la libera 
personalità. Nell'Iliade d'Omero (23,200 e seg.), essi abi- 
tano in Tracia, e menan chiasso e buon tempo in brigata 
nella casa di Zeflìro. Ai venti si pregava e si offrivano 
libazioni, come fece Achjlle quando accendeva la pira 
di Patroclo (II. 23,194 e seg.). Secondo l'Odissea d'O- 
mero (10,1 e seg.), sulla lontana Eolia isola occidentale, 
signoreggia un dèmone Eolo (1), figlio d'Ippote ('1*71-0- 
r£S>)$), a cui Zeus ha dato il governo dei venti perch'ei 

11 faccia soffiare o li calmi a sua voglia. In quest'isola, 
cinta intorno da mura di bronzo e alte rupi, abita egli 
entro un ricco palagio, con «uà moglie e 12 figli, sei ma- 
schi, sei femmine, i quali egli ha maritato gli uni colle 
altre. Odisseo nei suoi errori giunse a quest'isola e fu ospi- 
tato benignamente da Eolo per un intero mese, e quando 
finalmente seguitò il viaggio, il principe gli diè chiusi in 
un otre i venti contrari, facendo spirare a lui nelle vele 
un vento propizio. Ma durante la navigazione, i compa- 
gni di Odisseo apersero l'otre, mentre egli dormiva, cre- 
dendosi essi che in quell'otre avrebber trovato tesori, 
onde i tempestosi venti Eruppero, e risospinsero la nave 
all'isola d'Eolo. Il quale sdegnato rimandò Odisseo, ne- 

(1) atóXos, mobile, proprietà dell'aria. 



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— 102 — 

gando di poter più a lungo assistere un uomo che era 
così in odio agli dèi immortali (Od. 10, 13-75). Eolo 
non si trova ricordato nè nell'Iliade, nè in Esiodo, e non 
ha neppure goduto di un culto in Grecia. Poeti 
più recenti fanno sua dimora Lipara o Strongile, una 
delle isole eolie, dove egli, collo scettro in mano, siede 
in cima a rupe elevata, e tien soggetti i venti che stan- 
nosi chiusi in una caverna (Virg. En. 1, 52, 140. 8, 416. 
Ovid, Met 1, 262). Questo dèmone dei venti fu in 
molte guise scambiato e confuso con Eolo, eroe della 
stirpe degli Eoli. 

Presso Omero i quattro venti principali si chiamano, 
Euro (V abbronzante vento d'oriente) Noto (J umido mez- 
zodì) Zefiro (l'oscuro occidente che arreca pioggie) e 
Borea (il fremente setténtrione). Borea e Zefiro sono 
spesso da Omero accoppiati, come pure Euro e Noto 
( Ih 2, 145. 9, 5. Od. 5, 295): solamente Borea e 
Zefiro hanno epiteti comuni, mentre nissuno epiteto di 
Euro o di Noto può convenire ad alcuno altro vento. 
Esiodo ( Teoff. 378 e seg.) nominò anch'egli questi quat- 
tro venti, ma invece di Euro, ha il nome Argeste (il 
chiaro e sereno, perchè spira da oriente, ove sorge il so- 
le). In Esiodo son figli di Astreo (Vuomo degli astri) e 
di Eos. Del che vedi la ragione in Eos 9 in nota. 

Borea, il più forte e violento di tutti i venti, aveva 
santuarii in alcuni luoghi della Grecia. In Attica rapì 
Orizia figlia di Erecteo, e portolla in Tracia: onde quando 
gli Ateniesi, essendo in guerra con Serse, ricevettero dal- 
l'oracolo ordine di invocare il lor cognato, essi fondandosi 
su quella favola, credettero cheTsi accennasse loro Borea, 
e perciò gli fecero sacrifici e invocarono il suo aiuto* Ac- 
cadde che la flotta dei Persiani presso il promontorio Se- 
pia fu gravemente danneggiata dalla tempesta, onde, te- 



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nendosi per certo che Borea avesse soccorso i suoi 
parenti, gli fu edificato un tempio sui fiume Ilisso (Erod. 
7,189). 

Zefiro, il più mite fra i venti, (il romano Faoonius, il 
propizio ) avea parimente in Atene un altare. Essendo 
egli il vento occidentale che arreca le pioggie, promuove 
il crescere delle piante. Quindi gli si die per isposa Clori, 
TOra della primavera, che egli pure si sarebbe rapita, e 
Carpos (frutto) per figliuolo (Ovid. Fast. 5, 197). Pro- 
babilmente a causa di questa sua relazione col vegetar 
delle piante, fu dai poeti favoleggiato che amasse Gia- 
cinto (Tàx«v$os) figlio di Amicla fi), il quale è, al pari 
di Adone, un immagine del fiorire e del successivo appas- 
sire della natura. Infatti, avendo il giovinetto volto il suo 
amore ad Apollo, Zefiro ingelosito, appostando una volta 
che Apollo giocava al disco insieme col suo innamorato, 
spinse il disco che Apollo avea lanciato, nel capo a Gia- 
cinto, per modo che questi morì, e dal suo sangue ger- 
mogliò il fiore di questo nome (Ovid. Met. 10, 184). In 
onor di Giacinto celebravansi a Sparta le feste Giacintie: 
il primo giorno offrivansi sacrifici da morto, ma il secondo 
e il terzo, si menavano processioni festive. — Degli altri 
venti non si trovano miti speciali. Oltre ai venti princi- 
pali suaccennati, più tardi se ne distinsero dei nuovi,. 
Nella torre dei venti ottangolare. che si vede tuttora in 
Atene notavansi bene otto venti principali : sulla cupola 
della torre stava un Tritone, ohe con una verga mostrava 
ciascuna volta qual vento appunto spirasse. I venti ai 
rappresenta van comunemente colle ali al capo e alle 
spalle. .' { .* ' ■ . .*'• .• . ■ 

Alle divinità dei venti appartengono anche le Arpie 

(l) Eroe dell'antica città Amicle presso Sparta. ; 



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— 104 




della tempesta rapace. Presso Omero, che solo imperfet- 
tamente le personifica, non hanno numero nè nomi ben di- 
stinti : bensì egli ne chiama una Podarge (LI. 16, 150). 
Sono veloci dèe che si credea avesser rapito quegli uo- 
mini dei quali non si fosse trovato più traccia (Od. 1, 
241. 14, 371. 20, 66 e seg.). Presso Esiodo (Teog. 267) 
son già divenute dèe corporee, alate e dai bei ricci : egli 
ne nomina due, Ocipete e Aello, e dà loro per genitori 
Taumante ed Elettra, e per sorella Iride. Da posteriori 
poeti son rappresentate come mostri alati, colle membra 
parte di donzella, parte di uccello. Compariscono spe- 
cialmente nella favola di Fineo cieco vate di Tracia, al 
quale rubano il convito, ingoiandolo in parte, secondo 
una più recente tradizione, e in parte insozzandolo (Virg. 
En. 3, 216, e seg.) Così ci offrono l'immagine compiuta 
della lurida fame che di tutto fa rapina. 

Tifone, Tifeo (Tupàwv, Tupwiùs, Tvpu$) è il pernicioso 
vento della tempesta e il padre dei venti, da' quali però 
sono eccettuati quelli benefici, Borea, Zefiro, Noto e 
Argeste. In origine, egli rappresenta l'impetuoso vapore 
che con forza distruggitrice erompe dalla terra per i 
vulcani. Secondo Omero, ei giace nel paese degli Arimi 
dove la terra è percossa r dai fulmini di Zeus (11. 2, 
781). Esiodo distingue Tifone (leog. 306 e seg.) 
da Tifeo, e fa questo, padre del primo. Tifeo, il minore 
dei figli di Gea e del Tartaro, gigante poderoso con 
cento capi di dragone, pretese di signoreggiare gli dèi 
e gli uomini, ma Zeus lo abbattè col fulmine e gettollo 
nel Tartaro (Teog. 820 e seg.). Favole più recenti lo pon- 
gon sepolto sotto il monte Etna (Pind. Pit. 1, 15 e seg.) 9 
come pure si pose in altre terre vulcaniche, in Frigia, in 
Lidia e via dicendo. 



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*— 



, . ---- . 



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— 105 — 

IL 

Gli Dèi "del mare 
§. I. Posidone (Uocra&jv, IIoc7£c5àwv, Neptunus) 

Posidone è figlio di Crono e di Rea, fratello di Zeus 
(Esiod. Teog. 453) e, presso Omero, è il minore. Allor- 
ché, dopo aver trionfato di Crono e dei Titani, i Cro- 
nidi si divisero la signoria dell'universo, a lui toccò il 
mare (Il 15. 187 e seg.) Secondo Omero, egli è adunque 
il nero chiomato (xuavox<%tV>i$) dominatore del mare: solo 
nei suoi epiteti youvjóxos, ivvoaiyouog, ivojt^wv, il cingi- 
terrario scuoti terra, serba ancora unsegno che prima egli 
era una cosa sola con questo elemento. Zeus è maggiore -e 
più savio di Posidone, e ha quindi superiorità su di lui, 
ma Posidone non vuol però sempre riconoscerla. Quando 
una volta Zeus mandò Iride a richiamarlo dal combat- 
timento sotto le mura di Troia, egli crucciato disse 
che, come fratello, aveva un' autorità uguale a Zeus, e 
non era solito ubbidirgli : comandasse pure ai suoi figli, 
non a lui, sè non voler concedere a Zeus più che il 
diritto della signoria patriarcale sopra la sua famiglia. 
Ma Iride gli fè osservare che Zeus è il maggiore, e che 
quindi lo secondan l'Erinni (IL 15, 158 e seg.) L'Erinni 
rappresentan qui la maledizione che viene addosso a chi 
manca della dovuta pietà verso i genitori, o verso un fra- 
tello maggiore. Adunque l'obbligo ad obbedire si fonda 
anche qui sul diritto di famiglia. Un caso simile di ribel- 
lione si trova (II. 1 400), dove raccontasi che Posidone 
con Era ed Atena fecer disegno di legare Zeus: altrevolte 
invece, Posidone si mostra docile e compiacente ai 



» 



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— 106 — 

voleri del fratello (Il 8,440), e Zeus lo riconosce come il 
7rp£<j£u7aTos yjxì &pt<7To$ fra gli dèi (Od. 13, 142). Nel- 
l'Odissea, Posidone perseguita e tien lungi dalla patria 
Odisseo che gli aveva accecato il ciclope Polifemo figlio 
suo e della ninfa Toosa: Zeus ha avuto riguardo per 
lungo tempo al cruccio del fratello, ma finalmente, nel 
tempo che Posidone si trovava lontano presso gli Etiopi 
e si godeva i lor sacrifici, cede alle preghiere di Atena, 
e insieme con gli altri dèi decreta il ritorno di Odisseo 
(Od. 1, 11-79). Nell'Iliade, Posidone è un nemico de' 
Troiani, essendo stato, già prima della guerra, acerba- 
mente offeso dal re troiano Laomedonte. Infatti, egli 
insiem con Apollo gli aveva edificato le mura di Troia, 
senza però ottenere la pattuita mercede (77. 7, 452. 21, 
443): quindi suscitò un mostro marino che avrebbe di- 
vorata Esione figlia di Laomedonte, se opportunamente 
non compariva Eracle ad uccider quel mostro. 

Come dominatore del mare (&va£, £Ùpuxp£twv, Saturnius 
domitor maris) ha il suo palazzo nel profondo del mare, 
a Ege (Il 13, 21. Od. 5, 381) (1) Ivi stanno i suoi tem- 
pestosi cavalli, dall'unghie di bronzo, coi quali egli 
scorre in cocchio sopra i flutti del mare. Allora tutto il 
mar si rallegra, egli appiana le onde, e i mostri levan- 
dosi dal profondo, riconoscono il lor signore, e accorrendo 
da tutti i lati gli saltellano intorno scherzevolmente 
(//. 13, 17 i seg. Virg. En. 5, 817 e seg.). Gii dèi del 
mare gli stan soggetti e l'onorano come loro padrone. 
Tutti i cangiamenti del mare derivan da lui: egli calma 

le onde e presta favorevol navigazione, ma desta poi 

« 

0) A '7 -oli. Qual Ege sia accennata, non si sa appunto. Si ondeg- 
gia fra quella in Achaia, in Eubea, e un' isola scogliosa fra Teno e 
Clio. Probabilmente quest'ultimo luogo è la sede di Posidone accen- 
nata da Omero (vedi pag. 17 in notaj. 



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— 107 — 

anche la burrasca, e solleva potentemente i flutti imper- 
versanti. Allora trema la terra sotto la sua collera, e si 
'spaccano le rupi (lYJoaiycuos, £vo(jc^3wv, xcvàxrwp yxioc; Sof. 
Trach. 498). Di poca levatura come il mare è anche il 
suo animo: è violento e stizzoso, e persegue con tenace 
rancore quelli che lo abbiano offeso: affonda le navi, 
inonda la terra e fa preda dei flutti le intere citta: manda 
in terra dai profondi del mare mostri marini funesti 
{vedi Esione, Andromeda) e fiere selvagge (vedi Ippo- 
lito, Eracle c. 8), per gastigare gli uomini. L'arme con 
cui esercita la sua potenza sul volubile elemento è il 
tridente (rptaeva, tridens): con esso leva i flutti e li rab- 
bonisce, spezza le rupi, e fa scaturire di terra le sor- 
genti. (Od. 2, 292. //. 12, 27. Virg. En. 1, 138). 

Posidone, nel tempo antico pelasgico, era un dio vene- 
rato generalmente anche in luoghi non marittimi: e ori- 
ginariamente rappresentava il complesso delle acque che 
cingolo e intersecano la terra. Quindi era un dio nutri- 
tore Celle piante (fcurà) /x£os, fertile, a Ermione), e in 
molti luoghi stava in istretta relazione con Demeter, la 
madre terra. Da lui derivano fonti e fiumi e laghi — Ma 
in protesso di tempo, ei divenne a preferenza il potente 
dio de mare, e quel primo significato tanto esteso venne 
dileguindosi sempre più dalla coscienza del popolo. In 
molti lioghi declinò il suo culto, e prevalsero altri culti; 
al conrario, in altri luoghi vicini al mare fu il suo culto 
di nuoro introdotto. Quindi derivan le favole delle tante 
liti ch< avrebbe avuto con altri dèi intorno al possesso 
di varipae8Ì. Per esempio, litigò con Atena pel possesso 
di Atlca e di Trezene. Ma l'Attica toccò ad Atena, 
avend< essa fatto dono a quel paese dell'utile olivo, 
raentnPosidone avea fatto sgorgare una sorgente di 

acqua larina sull'acropoli, 0 srvvero avea dato a quella 

... 

I • ' ■ • 

i . 

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terra il cavallo (Erod. 8, 55): nondimeno, nel culto del- 
l' Attica, ambedue le divinità si trovane unite e riconciliate 
•otto l'attributo di tim* (Sof. Ed. Col 54, 706, 1070); 
come pure di Trezene fu la signoria divisa tra ambedue. 
Con Era litigò per l'Argolide, con Elio per Corinto 
ecc. ecc Ad Apollo cedette il diritto su Delfo che prima 
avea a comune con Gea, ricevendo in cambio l'isola Ca- 



A Posidone, die dell'acqua, era sacro particolarmente 
il cavallo, coma quell'animale che si pasce per umide e 
erbose praterie, si abbevera a fonti e fiumi, ed è oltracciò 
il simbolo dei tempestosi flutti marini come pure della 
nave che su i flutti stessi veleggia (Od. 4, 707). Posi- 
done creò il cavallo e insegnò l'arte di guidarlo e di por- 
gli il freno, quindi il soprannome tirmos che aveva nel- 
l'Attica e in molti altri luoghi. Come domator di cavalli 
va spesso unito ad Atena cui si attribuisce l'invenzione 
del freno e quindi anche si chiama lirmoc. Per la sua re- 
lazione col cavallo, egli è anche protettore delle corse 
dei cavalli, nelle quali egli era invocato e onoralo con 
voti e sacrifici. 

Moglie di Posidone era Amfitrite. In Omero ella non 
comparisce ancor tale: Esiodo pel primo (Teog. 930) 
la collega a Posidone e dalle lor nozze fa nascere Tri- 
tone. Oltracciò gli si attribuiscono molte Linamcrate, e 
per esse una ricca discendenza; poiché la maggio; parte 
delle città e delle stirpi che lo adoravano, rionosce- 
scevano per fondatore, o per eroe di schiatta un figlio 
di Posidone : inoltre fu ritenuto eziandio per pxdre di 
molte divinità marine, fonti ecc. e anche «penal- 
mente di mostri giganteschi, come di Polifemo, Busiride 
e altri. 

Anche nel tempo ellenico, quando Posidone fa a pre- 



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— 109 — 

ferenza divenuto il signore del mare, il suo culto era 
aparso largamente, ma in ispecie sulle terre delle coste, 
e sull'isole. Presso Omero, Nestore re di Pilo è in sin- 
goiar modo un protetto e un devoto di Posidone (Od. 
3, 5); Neleo suo padre, figlio di Posidone (Od. 11, 253. 
e seg.) o delTEolide Creteo (pag. 31) era venuto nel Pe- 
loponneso dalla Tessaglia, sede antica degli Eoli e del 
culto di Posidone proprio di quelle stirpe. La Tessaglia . 
attribuiva la sua liberazione dalle inondazioni del Peneo a 
Posidone, il quale col tridente aveva aperto la scogliosa 
valle di Tempe e così lasciato alle acque uno sfogo nel 
mare : quindi in Tessaglia si chiamava mrpoiXo^ (nirpa., 
rupe). Anche in Beozia, paese abbondante di acque, fio- 
piva ab antico il culto di Posidone, specialmente a On- 
chesto (II. 2, 506. Inn. aAp. Pit. 52). Per la stirpe degli 
lordi era V iddio nazionale. Essi abitavano da principio 
sulla costa settentrionale del Peloponneso, in Acaia: 
cacciati di là, in seguito della invasione dorica, dagli 
Achei, vennero nell'Attica, e di là passarono sulle coste 
dell'Asia minore. Già nell'Achaia il culto di Posidone 
avea fiorito per le diverse città degli Ionii, specialmente 
in Elice (ÉXi'acrw) ed Ege, e vi si mantenne anche dopo la 
partenza degli Ionii, portandovi, come dice Omero (lì. 
8, 203), tutti i Danai molti e bei presenti. Ma il culto 
di Posidone Eliconio ('EXixwvios &v<*5 II. 20. 404) tra- 
passò insieme cogli Ionii nell'Asia, ed ebbe il suo più 
venerato santuario sul promontorio Micale nel distretto 
della città di Priene. Ivi era il Panionio, ove gli Ionii 
celebravano la festa nazionale detta le Panionie (Erod. 
1, 148). A Corinto sull'Istmo celebravansi, ogni terzo 
anno, in onore di questo dio i giuochi istmici, dove il 
premio della vittoria era una ghirlanda di pino. Oltre i 
già citati, ricorderemo come sedi del suo culto Egina, 



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Eubea, Atene ed Eleusi e molte città del Peloponneso. 
Erodoto (2, 50. 4, 188) narra di un culto di Posidone 
in Libia, e ne deduce falsamente che di là venisse il culto 
di Posidone fra i Greci. 

Oltre il cavallo, sono sacri a Posidone il mugghiante e 
indomito tauro, simbolo dei flutti concitati (ravpios Uoau^ 
5ó5v, Esiod. Scud. 104), il delfino, amico del mare placido, 
e fra gli alberi, il pino a causa del suo verde cupo imi- 
tante il color del mare, e anche della sua utilità per la 
fabbricazion delle navi. Dall'arte è spesso rappresentato 
in gruppo con Amfitrite e altre divinità marine. Egli è 
grande e robusto, ma gli manca la tranquilla maestà di 
Zeus, col quale ha somiglianza di famiglia: mostra, in con- 
formità del suo elemento, qualche cosa di inquieto e di 
collerico , un certo che di dispetto e di mal umore: il suo 
corpo è più svelto che quello di Zeus, ma di musculatura 
p iù grossa: il viso ha forme più angolose, meno serenità 
e quiete nei tratti, la chioma è più irta e arruffata (Fig. 
15, Capo di Posidone nel Museo Chiaramonti del Va- 
ticano). 

- • 

§ 2. — AmfUrUc fÀ/A^wpmi) 

Amfitrite, figlia di Nereo, una delle Nereidi (Esiod. 
Teog. 243), era moglie di Posidone e con lui regina del 
mare. Il suo nome denota quella dea che colle acque si agi- 
ta intorno alla terra: ella è dunque in origine l'elemento 
del mare. Presso Omero, è sempre nominata in relazione 
coll'onde del mare ('A/xanrptr^ x.G/xa Od. 3, 91. 12, 60) o 
coi prodigi e mostri marini (Od. 12, 97. 5, 422); nè vi 
si fa alcuna menzione di vincoli fra lei e Posidone. 
In Esiodo pel primo, ( Teog. 930), Amfitrite è la mo- 
glie di Posidone a cui essa partorì Tritone (il fremente 



— Ili — 

Rode o Rodo (la strepitante, da pofltw) e la Bentesi- 
cime, (/3£v0*cxd)tu/z^, V agitatrice del fondo). Quando Po- 
sidone le facea la corte, ella fuggì ad Atlante, ma 



per gratitudine lo collocò fra le stelle o, secondo 
un'altra versione, ei rub& la dea a Nasso mentre me- 
nava un ballo tondo. Scilla fu da Amfitrite, per gelo- 
sia, cangiata in un mostro con sei capi e dodici piedi. 
I poeti si valgono del nome di Amfitrite per indicar 
il mare. Dall'arte è rappresentata come una dea lu- 
singhiera simile ad Afrodite : il suo distintivo è una 
rete da capelli, e una branca di gambero marino sul 
cocuzzolo. 

■ » 

3. — Tritone (TptVwv). 

Tritone è figlio di Posidone e di Amfitrite (o di 
Celeno, la nera), ed è un nume di vasto dominio che 
abita nei profondi del mare col padre e colla ma- 
dre, in un palazzo d'oro (Es. Teog. 930 e seg.). Ori- 
ginariamente è un simbolo generale del mare rumo- 
reggiante, derivando il suo nome da rp££w ; ma nella 
favola degli Argonauti apparisce come il dio della 
palude Tritonia nella Libia (Erod. 4, 178 e seg. 188, 
Ap. Rod. 4, 1551 e seg.). In oltre si manifesta anche 
un dèmone del mare. Vi erano anche i Tritoni in 
plurale, che servivano alle altre divinità marine per 
cavalcare e viaggiare, ed erano i giocosi compagni 
delle Nereidi colle quali, come i Satiri, Pane e le 
ninfe nel corteggio di Bacco, formavano il seguito 
delle più elevate deità marine. Avevano doppia figura 
di uomo e di pesce, poiché la inferior parte del corpo 
terminava nella coda di un delfino, e portavano un 



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— 112 — 

corno di conchiglia a forma di chiocciola, intonando il 
quale essi, secondo l'ordine di Posidone, ora solleva- 
vano, ora placavano l'onde (Ovid. Met. 1. 333. Virg. 
En. 10. 209). Se oltre le due parti d'uomo o di pe- 
sce, si aggiungevano ancora i due piè anteriori di ca- 
vallo, chiamavansi allora centauro-tritoni o Ictio-cen- 
tauri. 

4 — Oceano (Oìuavó;, Oceanvi). 

Oceano è il gran torrente che scorre intorno alla 
terra e ai mare, origine degli dèi, dell'onde del mare, 
dei fiumi e delle sorgenti, e da esso levasi il sole, 
la luna e le stelle e in lui di nuovo si calano (à^óppoos, 
in se stesso ricorrente, 3a3v ymais II. 14, 201, 246. 21» 
196. KAxkxppdTvii lento-scorrente, fiMppcos che scorre 
nel profondo, 0a6u&'v>ss che si volve nel profondo.). Presso 
Omero è il padre dei Titani e di Crono: dopo la sconfitta 
di Crono, ei seguita a godere fra i nuovi signori, ai quali 
anch' egli sta soggetto, di una quieta ed onorata vec- 
chiezza ; ma sta diviso dagli dèi regnanti, nè interviene 
alle loro assemblee (Il 20, 7). In grado egli non è infe- 
riore a ni8sun dio, tranne però Zeus, del cui fulmine egli 
ha paura (IL 14, 244. 21, 198). Egli è il padre univer- 
sale del mondo, come ne è madre universale la sua 
moglie Teti (Ti%$): questa si chiama anche per eccel- 
lenza iwTYip (77. 14, 201). Ha il suo palazzo sui confini 
della terra (77. 14, 301). Quando Zeus pugnava coi Ti- 
tani, Rea portò Era colà in casa degli antichi avi, dai 
quali ella fu allevata. Omero in oltre nomina le figlie di 
Oceano e diTeti, Eurinome e Perse (R 14, 303. 18, 398. 
Od. 10 139) — Presso Esiodo (Teog. 133, 337 e #ey.) f 
Oceano è figlio di Urano e di Grea, ed il maggiore dei 



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.a . i 



Titani,, e con Teti ha generato 3000 fiumi e 3000 Ocea- 
nine, fra i quali il poeta nomina come primi di tempo 25 
fiumi e 41 Oceanine. Il più venerato e di maggiore im- 
portanza fra di essi è Stige. In più tardi tempi il nome 
Oceano significò il vasto mare esterno, in opposizione al 
mediterraneo. 

5. — Ponto (IldvToO e la »«a stirpe 

Ponto, personificazione non molto chiara del mare 
profondo, si appresenta come ceppo d'una seiie di dèi 
marini. Si dice figlio di Gea , e generò con questa 
Nereo, Taumante, Forci, Ceto ed Euribia (Es. Teog. 
131, 233 e seg.). Fra questi, il nome Euribia è V espres- 
sione del vasto dilatarsi del potente elemento, Taumante 
(5*0^*) padre di Iride e delle Arpie, è un immagine 
dei niaravigliosi fenomeni non solo del mare, ma spe- 
cialmente anche del cielo, poiché si credeva che questo 
fosse sorto dal mare. Ceto (/.viro;) e Forci (<I>óp/cuc, flópxuv, 
il grigio) vecchio marino a cui era sacro un porto 
in Itaca (Od 13, 96), rappresentano il lato mostruoso e 
spaventoso del mare, e sono detti i genitori di molti 
favolosi mostri, come delle Graie, Gorgoni e del serpente 
Ladone, il quale custodisce i pomi dell'Esperidi (Es. 
Teog. 270, 333): Forci si vuol anche padre della ninfa 
Toosa (3gós), dell'impetuoso flutto marino, che fu madre 
del ciclope Polifemo((W. 1, TI). Nereo finalmente colla 
sua stirpe sta a denotare l'aspetto propizio e benefico 
del mare. 

G. — Nereo (N/jpfus) e le Nerelill (NvjpaoiS) 

Nereo, vecchio marino (yjpwv &Xto; IL 18, 141) che 
abita nei profondi del mare era, secondo Esiodo ( Teog. 

8 



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— 114 — 

abiti nei profondi del mare era, secondo Esiodo ( Teog. 
233 e seg.) 9 figlio di Ponto e di Gea, e marito di Doride 
con cui generò le Nereidi, ninfe marine. Omero non fa 
menzione dei suoi genitori. Alcuni spiegano Nereo come 
il non scorrente (v>i-p£u, Nefiuus), cioè il dio del fondo 
del mare sempre quieto e inalterabile. Egli è in singoiar 
modo il nume del mare Egeo, dove ha la sua dimora: è 
un vecchio indovino, schietto e di buon cuore, che nella 
favola di Eracle tiene presso a poco le stesse parti che 
Proteo nell'Odissea e Glauco nella favola degli Argo- 
nauti. Queste divinità, oltre il dono delia profezia, hanno 
anche potenza di cangiarsi nelle forme che vogliono, 
rendendo cosi immagine del mare che è instabile e sem- 
pre muta aspetto. Quando Eracle si fu messo in via per 
impadronirsi dei pomi delle Esperidi, indettato dalle ninfe 
e da Zeus afferrò Nereo che dormiva e lo legò. Nereo si 
trasmutò in mille forme, ma Eracle nonio sciolse finché 
non ebbe saputo da lui per qual modo potesse giungere 
alle Esperidi. Questa favola è copiata da quella omerica 
di Proteo. Nelle statue di Nereo, agli occhi, al mento e 
al petto, invece di peli, veggonsi, come in altre simili 
divinità del mare, foglie di una pianta marina smerlata. 

Il numero delle Nereidi è, secondo Esiodo, di 50 : 
Omero ne nomina 34, ma avverte però che ve ne hanno 
molte altre (//. 18, 37 e seg.). I loro nomi indicano le 
svariate qualità del mare e le relazioni della vita marit- 
tima. Esse son le ninfe del mare interno, mentrechè lo 
Oceanine sono quelle deljWre esteriore, dell'Oceano: le 
Naiadi al contrario sono le ninfe dell'acque dolci. Le 
Nereidi abitano nel fondo del mare presso il vecchio pa- 
dre, in una grotta splendente d'argento, intente a lavori 
femminili, specialmente al filare (xpu^àaaroe, dagli au- 
rei fusi Pindar. Nem. 5, 36, Ovid. cf. Mei. 14, 264). A a- 



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— 115 — 

sistono i nocchieri e quindi sono onorate specialmente 
nei luoghi portuosi. Si rappresentano come svelte e gra- 
ziose forme di giovani, sen'alcun vestimento, e spesso 
formanti un gruppo con Tritoni e mostri marini. 

Le più ragguardevoli fra le Nereidi sono Amfitrite 
moglie di Posidone, e Tetide (6ìrig) moglie di Peleo e 
madre di Achilie (IL I, 538. 18, 35 e seg.). Di que- 
ste, la prima per la sua unione col dominatore Po-i- 
done divenne la suprema regina del mare, l'altra, per 
le sue nozze con un mortale, partecipò a tutti i do- 
lori della vita umana. Essa conosce il destino appa- 
recchiato al suo figlio Achille, e sa che egli dovrà pe- 
rire nel fior degli anni. Lo ama con tutta La tenerezza 
«materna , ascolta i suoi lamenti e piange con lui , e 
lamenta la immatura morte di quello. Fu allevata 
da Era, e da lei e da Zeus sposata, contro sua voglia, 
a Peleo (i7. 24, 60). Secondo favole più recenti, 
Zeus e Posidone ambirono entrambi la sua mano, ma 
Temi presagì che il figlio di lei sarebbe divenuto più 
grande del padre. Perciò ne deposero il disegno, c 
Zeus la unì con un mortale. Alla festa delle sue nozze 
preser parte tutti gli dèi. Ella è una dea benevola e 
soccorritrice come le sue sorelle, insiem colie quali 
abita in casa di Nereo, nel profondo del mare. Lk ac- 
colse ella Dioniso perseguitato da Licurgo (lì. 6,135. 
Od. 24, 75), come pure Efesto quando fu da Era 
gettato giù dal cielo; e allorché Zeus corse pericolo 
di esser legato da Posidone, Atena ed Era, essa chiamò 
in aiuto Egeone (pag. 36) 

Poeti più recenti presero a dirittura Tetide pel 
mare medesimo. Ebbe culto in alcuni luoghi, come a 
Farsalo e a Sparta. 



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— 116 — 

7. — liCiicotc» Ino (àivxpbitx 'Ivw) 

Leiicotca è una compagna delle Nereidi. Omero parla 
di lei (Od. 5, 333 e seg.), narrando convella apparve 
al naufrago Odisseo, e lo salvò porgendogli il suo velo. 
Sembra rappresentare la calma del mare che succede 
alla tempesta, merce la quale possono i naufraghi ripigliar 
terra. Omero la nomina Ino Leucotea, figlia di Cadmo 
(cf. Es. Tcog. 075), la quale era prima una mortale, ma 
poi nel profondo del mare si ebbe onori divini. Nel qual 
luogo d'Omero si vede manifestamente che il poeta avea 
cognizione di una favola più lunga, ma che non la volle 
per disteso raccontare. La più semplice storia, che può 
aver servito di fondamento a Omero, è la seguente: Ino, 
figlia di Cadmo tebano, era moglie di Atamante re 
d'Orcomeno.a cui ella avea partoriti Learco e Melicerte. 
Essa prese a educar Dioniso figlio di Semele sua sorella, 
della qual cosa adiratasi Era fece andare in frenesia Ata- 
mante. Questi negli eccessi del furore, uccise Learco, e 
perseguitò Ino e Melicerte, ond'elia insiem col figlio si 
gettò in mare, e ambedue, per mercè di aver allevato 
Dioniso, furon elevati al grado di dei marini, Ino come 
Leucotea, e Melicerte sotto il nome Palemone. Ora essi 
dan soccorso, nel bisogno, ai nocchieri (Ino awrapa, Od. 
1, 1): Ino fu adorata in molti luoghi della Grecia, come 
a Mogani e Cheronea, a Creta, e sull'Istmo di Corinto 
insieme con Posidone e Palemone. I Romani la identi- 
ficarono in parte con Albunea, in parte coll'antica dea 
italica Mater Matuta, la benigna dea del dì sereno, caro 
ai nocchieri. 

Palemone o Melicerte, figlio di Ino, fu specialmente 
venerato a Corinto, e in suo onore furon la prima volta 



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— 117 — 

celebrati i giuochi Istmici. I Corinzii raccontavano, che 
le onde aveano portato il suo cadavere all'Istmo, nel 
porto Scenus: dove Sififo signor di Corinto e fratello 
d'Atamante avrebbelo trovato e, per comando delle Ne- 
reidi, instituito in suo onore i giuochi Istmici. Finché 
questi giuochi furono consacrati a Palemone, il vincitore 
riportava una corona di apio ; ma quando si cominciò 
a dedicargli a Posidone, all'apio fu sostituito il pino — 
L'arte rappresentava Palemone come un fanciullo portato 
da divinità marine o da delfini. I Romani lo identifica- 
rono con Portunus e Portumnus, cui facevan figlio della 
Mater Matuta. 

8. — Proteo (Upuriù;) 

Proteo è un vecchio marino divinatore, addetto a Po- 
sidone, che pasce le foche di Amfitrite e soggiorna sul- 
l'isola Faro, lontano una giornata di viaggio dalle bocche 
del Nilo (del fiume Egitto). In sul mezzodì, egli spinge 
il gregge dal fiume sulla riva, e meriggia con esso al- 
l'ombra delle rupi. Quando Menelao ritornando da 
Troia giunse a quest'isola dove fu trattenuto lungo 
tempo dai venti contrari, egli, per consiglio di Idotea (1) 
figlia di Proteo, afferrò il vecchio assorto nel sonno 
costringendolo a manifestargli per qual via potesse ri- 
tornare alla sua terra. Proteo si cambiò in forme d'ogni 
genere, in leone, serpente, pantera, in acqua, e in albero; 
ma quando ebbe veduto che non ne poteva scappare, ri- 
presa la consueta forma, manifestò il vero a Menelao, 
mostrandogli prima la via di ritornare, poi dicendogli 

(1) Idotea (dea della conoscenza) denota, col nome della figlia, que- 
sta proprietà del padre indovino. 



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— 118 — | 

qua! beni o mali avesser eofferto gli amici e la casa di 
lui, durante la sua assenza; e finalmente gli annunziò 
che .gli non sarebbe morto, ma come genero di Zeus, 
sarebbe passato nei campi elisi, dove abita il biondo Ra- 
damanto. Ciò detto si risommerse nel mare (Od. 4, 351- 
570. cf. Virg. Georg. 4, 387 e seg.). Secondo spiega- 
zioni mitologiche più recenti, Proteo era un re d'Egitto, 
chiamato dagli Egiziani Cetes (da kvjtos mostro marino): 
Za cui moglie era detta Psamate ( v Fà/xa3o;, arena). Eu- 
ripide nella tragedia intitolata Elena, suppone che TElena 
rapita da Paride fosse portata da Erme a questo re Pro- 
teo. Secondo altre favole, si racconta che Paride con 
Elena arrivasse a questo luogo, e che Proteo ritenendosi 
la donna, rendesse a Paride in quello scambio un'aerea 
figura a somiglianza di lei, finché poi, ritornando Mene- 
lao dalia guerra di Troia e la capitato, ei gli avrebbe 
restituito la vera Elena. 

9. — Glauco (TXauju*) 

Glauco (il verde-azzurro, immagine del colore del 
mar tranquillo) era in origine un dio de* nocchieri e de* 
pescatori, venerato a Antedone in Beozia. Di là trapassò 
a far parte della favola miniese degli Argonauti. Egli 
fu (dicesi) il pilota della nave Argo da lui stesso fab- 
bricata, e nella battaglia navale degli Argonauti contro 
i Tirrenii, restò egli solo senza ferite, ma poscia, per vo- 
lere di Zeus, divenne un dio del mare, il quale apparisce 
a Giasone. I poeti più recenti, che hanno rifatto la fa- 
vola degli Argonauti, lo riducono, come Proteo e Nereo, 
ad un dio marino vaticinatore, al profeta Nereo, che 
emergendo dall'onde predice spontaneamente il futuro 
agli Argonauti. Gli abitanti di Antedone raccontavano, 



nioitÌ7firthy,(,rtQglfi| 

* l 



essere stato Glauco un pescatore, che per aver gustato 
di certa erba, si senti spinto a saltar nel mare dove 
Oceano e Teti lo fecero un dio (Ov; Met. 13, 904 e seg.) 
Altri lo trasferiscono a Delo ove insieme colle Nereidi 
avrebbe spiegato il futuro, e anzi insegnato l'arte sua ad 
Apollo medesimo. Come dio della divinazione, fu fatto 
padre della sibilla Deifobe (Virg. En. 6, 36) — La sua 
derivazione è spiegata in diversrmodi: chi lo dice figlio 
di Copeo (il manico del remo), chi di Polibo (il nutritore) 
ehi di Posidone. Più tardi fu confuso con Melicerte. 
Al regno di Posidone appartengono anche 

10. — I fiumi (riera/coi) 

figli deirOceano, il più grande di tutti i fiumi, e di Teti* 
dei quali accennare tutti i nomi non è possibile ad uom 
mortale; ma nei singoli paesi son conosciuti e adorati 
come attive e potenti divinità. Presso Omero, da una 
parte compariscono identificati coll'elemento naturale, e 
in forma di fiumi violenti e fragorosi, ma da un altra 
parte, si manifestano come divinità libere e indipendenti. 
Il Csanto o Scamandro in Troia, aveva suoi speciali sa- 
cerdoti (IL 5, 78): Peleo promise allo Sperchio di of- 
frirgli nel suo sacro bosco (té/aevos) e sul suo altare, un 
ecatombe, e consacrargli il crine di Achille, *se questi 
fosse ritornato felicemente a casa dalla guerra di Troia 
(//. 23, 140 e seg.). Ma le chiome dei giovani erano sa- 
cre agli dèi dc'fiumi perchè si concepivano come quelli 
che insiem colle piante, fanno prosperare la crescente gio- 
ventù del paese. In un giuramento, Agamennone chiama 
in testimonianza Elio che tutto vede e ascolta, e i fiumi 
e la terra e gli dèi inferni (II. 3, 276); dove i fiumi invo- 
cati a canto degli dèi celesti e inferni, rappresentano in- 



— 120 — 

8Ìeme con Gea, il regno terrestre. Ciò mostra esser an- 
ch'essi potenti dèi e partecipi di alto onore, benché tutti a 
Zeus sottoposti. Nelle generali assemblee degli dèi, com- 
pariscono essi pure sull'Olimpo (//. 20, T). Nei singoli 
paesi essi sono comunemente i padri degli croi delle 
stirpi — Omero, oltre i summenzionati, nomina come i 
fiumi più rilevanti Acheloo, Acsio, Alfeo, Enipeo, Si- 
moente (//. 2, 849. 5, 545. 21, 194, 307). I fiumi 
troiani pigliali parte attiva, in battaglia, a favore del 
patrio terreno. Quando Achille infuriando in mezzo 
alla strage, riempiva le correnti dello Csanto coi ca- 
daveri de'Troiani, l'irato dio fe' traboccar le sue onde, 
e minacciò d'ingoiare il nemico; ma per comando di 
Era, Efesto assalì col suo fuoco il dio del fiume, e lo 
abbruciò spaventosamente (//. 21, 136 e seg.) 
Il principale di tutti i fiumi Greci è 

Acheloo ('A^sXwfo;, 'AytX&c;) 

Questo fiume (oggi Aspro-potamo) scaturisce dal 
monte Pindo, e scorrendo per la Dolopia sui confini 
dell' Acarnania e dell'Etolia, va a sboccare nel mare 
ionio, di faccia alle isole Echinadi. E il più gran fiume 
della Grecia, e già negli antichissimi tempi fu in gran 
venerazione, perche scorrente vicino a Dodona. Quindi 
è detto anche il più antico de' fiumi, e Omero lo 
chiama il re (//. 21, 194 xpa'wv). L'oracolo dodonèo 
sulla fine dei suoi responsi dicesi che raccomandasse 
ogni volta di far sacrificio ad Acheloo. Concepivasi 
anche in forma di un toro e con le corna di toro, poi- 
che il toro è un simbolo della fecondazione, e del cre- 
scere delle piante : ma forse anche al capo del toro 
si lega l'idea di forza sempre crescente. Amò Deia- 



— 121 — 

nira figlia di Eneo re d'Etolia; ma essendosene in- 
vaghito anche Eracle, fu forza che venissero a lotta. 
Egli si cambiò in un serpente, in un toro e via di- 
cendo : ma finalmente soggiacque al potente avversa- 
rio (Sof. Truck. 9 e scg.). La favola aggiunge che 
Ercole nella lotta gli svelse un corno cui le Naiadi 
empiron di frutti e lo resero il corno dell'abbondanza, 
come quello di Amai tea (Ovid. Met. 9, 1 e seg.), ma 
Eracie lo dette a Zeus suo padre. Intorno all'origine 
delle isole Echinadi che si fa derivare da Acheloo, vedi 
Ovid. Mct. 8, 570- 588. Presso i poeti e nei responsi 
degli oracoli, Acheloo diventò un appellativo, e stette 
a significare l'acqua in generale. 

Agli dei de' fiumi si rattaccano le ninfe delle fonti 
delle quali parleremo più sotto, trattando delle ninfe 
in generale. 



III. 

Le divinità della terra, e dell' inferno. 

§ 1 — Cca, Ge (rata, Tv}, Tellus). 

( 

Gea, la terra, che produce dal suo grembo la vita 
e porta tuttociò che ha vita nel suo seno (sùpvcrfpvos, 
dal largo petto), fu riguardata e venerata dagli antichi 
come una divina potenza : essa era la madre che tutto 
produce e tutto nutrisce. A questo essere femminile 
fu opposto come principio maschile il cielo, il quale 
colle sue pioggie feconde desta i parti della terra. 
Quindi, nella canzone antica delle sacerdotesse dodonèe, 



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— 122 — 

Gea fu invocata, comunemente, insieme con Zeus dio 
del cielo. 

" Zeus era, Zeus è, e Zeus sani. O dio grandissimo Zeus ! 
Frutti versa la Gea : perciò madre si chiami la Gea. " 

Demete r, la divina madre Terra, significava in origine 
il medesimo essere. Ma poiché il culto di questa divinità 
si fu generalmente sparso per la Grecia, dovette Gea 
perdere assai d'importanza : nondimeno qua e cola se ne 
conservò ancora il culto. 

Presso Omero, Gea è una divinità onorevole e gloriosa 
(ipi/ufa), invocata nei giuramenti e negli scongiuri, dopo 
Zeus, Elio, cielo e inferno, (Il 3, 277 e seg. 15, 36, 19, 
268). Le si offriva un agnello nero, come ad Elio uno 
bianco (//. 3, 404). Come divinità di gagliarda forza 
produttiva, partorì ella i robusti giganti, fra i quali Tizio 
in Eubea. Inoltre è la madre dei mostri spaventosi, come 
del serpente Pitone a Delfo, c di Tifone: ogni cosa pau- 
rosa e orribile a vedersi esce dalle sue cieche profondità. 
Quando il titano Crono mutilò il padre Urano, raccolse 
ella le goccie di sangue che ne cadevano, e generò le 
terribili Erinni, i Giganti e le ninfe Meliche (divinità 
della battaglia sanguinosa, poiché da pi\ix abete si fa- 
cevano i fusti delle lancie. Teog, 183 e seg.). A Ponto 
partorì Nereo, Taumante, Forci, Ceto ed Euribia (232 
e seg.) Vedi ancora pag. 10. 

Gli Autoctoni cioè i nati dalla terra, come Y attico 
Erecteo, diconsi figli di Gea (Il 2, 548 : in questo luogo, 
la parola "Apoupa è usata invece di Tata). La nutrice e 
dispensiera di tutti i beni (*£($wpos, ravSwpa, av^i&ópa, 
Tra/xavjTfepa, mater alma) ha cura eziandio della crescente 
gioventù del paese : quindi fu venerata come xcuporpó<jx>$ 
nutrice dei fanciulli, e come tale aveva un tempio in 



.. . _.-^---y -nn i - 



— 123 — 

Atene sull'Acropoli. Essendoché i vapori che ispiravano 
la divinazione esalavano dalla terra, quindi Gea appar- 
tiene anche alle divinità profetesse : era la prima assi- 
stente all'oracolo delfico: ella fu che manifestò a Crono 
come egli dovea essere spodestato da un suo figlio : 
e da lei indettato, Zeus costrinse Crono a rivomi- 
tare i figli che avea ingoiato, e pure per consiglio di 
lei sciolse, nella pugna dei Titani, gli Ecatonchiri e i 
Ciclopi. 

Eran sedi del suo culto (oltre di Atene) Sparta, Delfo, 
Olimpia, Tegea e altri luoghi. Dagli antichi son ricordate 
atatue di Gea, ma nissuna se ne è conservata. Ella porta 
in mano una chiave, come quella che apre il seno della 
terra e ne fa uscire ogni cosa vivente. 

2. — RJinfe (Nuftp*e, Nymphae). 

Le ninfe cioè zittelle, erano divinità di più basso grado 
che abitavano sulla terra, in boschi e sui monti, nelle 
fonti, nei fiumi, nei torrenti, in valli e per grotte. La 
loro origine deve riportarsi a quel sentimento religioso 
che vede in tutte le sfere delle natura muoversi e agi- 
tarsi potenze divine e che personifica le forze della na- 
tura stessa. Presso Omero, debbonsi distinguere le ninfe 
propriamente dette da quelle così chiamate solo in un 
*enso più largo. Calipso, figlia di Atlante {Od. 1, 14), 
Faetusa e Lampezia, figlie di Elio e guardiane del suo 
gregge ( Od. 12,132) si chiamano anch'esse ninfe: ma son 
distinte dalle ninfe in pia stretto senso, figlie di Zeus 
(jcoupat Ató $ ) che hanno lor sede nei monti, nei boschi 
nelle fonti, nei prati (77. 6, 420. 20 8. Od. 6, 123. 17, 
240), e sono le potenze benefiche dei singoli luoghi. 
Presso Omero, esse non hanno in generale alcuno stretto 



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— 124 — 

legame cogli oggetti della natura ; poiché questo poeta 
cerca sempre di mostrare le sue divinità sciolte dai vincoli 
della natura, e libere e indipendenti. Elleno son bene le 
abitatrici dei luoghi summentovati, ma il viver loro non 
rassomiglia punto ad un ozioso vegetare nell'interno della 
natura : anzi menano liete danze e siedono su purpurei 
tappeti entro fresche grotte, occupate nei tessere. So- 
vente fan seguito e corteggio a più alte divinità, scor- 
rono con Artemide in caccia per monti e per boschi, 
son ministre di Circe e via discorrendo (Od. 6, 105. 9, 
154. 10, 348. 12, 318. 13, 107. 10. 17, 240. II. 6, 420. 
24,016). Se si tiene una generale adunanza degli dèi, 
vengono anch'esse all'Olimpo (IL 20, 8.). Coi mortali 
conversano volentieri, li favoriscono per lo più e li 
aiutano, nutriscono i fanciulli a loro affidati, scovano al 
cacciatore la fiera, piantano alberi e li fanno crescere. 
Ma però possono anche riuscire agli uomini assai fu- 
neste : rapiscono bei giovinetti (Ila), sono occasione di 
morte immatura, e specialmente le ninfe delle fonti 
mettono le menti in frenesia. Gli uomini le fanno par- 
tecipare agli onori divini : Odisseo offre loro Ecatombe 
e le prega (Od. 13, 350 e seg.). In Itaca avean un al- 
tare, presso una fonte vicina alla città, dove si andava 
per l'acqua (Od. 17, 210). 

In un altro luogo d'Omero (Od. 10, 350) che è 
probabilmente di più recente origine, si dice che le 
ninfe derivano dalle fonti e dai boschi e dai sacri fiumi. 
Secondo questo passo adunque V esistenza loro è col- 
legata cogli oggetti stessi naturali , esse abitano in 
quelli e li animano, onde ne consegue naturalmente che 
con essi ancora si spenga la vita loro. Questo concetto 
prevalse in più tardi tempi. 

Secondo i varii obietti di natura ai quali esse si ranno- 



— 125 — 

dano, portan le ninfe diversi nomi : noi pertanto distin- 
guiamo. 

Le ninfe dell'acque. Possiamo riportare a quest'ordine 
anche la sacra stirpe dell'Oceano, le Oceanine od Oceanidi 
(QxtctvTvxi, 'fìxsavi&c) come pure le Nereidi (Nijprt&s), di- 
vinità del mare interno (Sof. FU. 1470 Nu/xpxt &\ixt). Le 
ninfe dell'acque terrestri in generale si chiamano Naiadi 
(Nv&s) e si suddividono in ninfe dei fiumi (IloTau^?), 
che hanno ricevuti nomi speciali dai singoli fiumi loro as- 
segnati (Acheloidi Ismenidi ecc). ninfe delle fonti (Kp>i- 
va?a«, ILjyaiae), ninfe delle acque stagnanti ('EXacvóuot, 
A«u.vax.tó£c, À£/xvao£c). Poiché alle fonti attribuivasi una 
forza inspiratrice, cosi ascrivevasi anche a queste ninfe 
l'arte della divinazione, e rìferìyad loro anche la musica 
e la poesia. Quindi avrebber esse educato anche Apollo, 
e probabilmente le muse stesse altro non erano in ori- 
gine che ninfe fontanine ispirate. Vati e sacerdoti pos- 
seduti dall'estro diceansi figli di ninfe : e uomini va- 
neggianti e profeti estatici eran detti vuu4>óx>]7rrcj. Sic- 
come certe sorgenti hanno virtù salutifera, però entrano 
anche le ninfe nella classe delle divinità sanatrici ; e 
poiché esse, per la loro umidità, nudriscono fiori ed erbe, 
quindi son anche le benefiche nutrici delle bestie e de- 
gli uomini (x.ovporpópct, KCcpTrorcòpci, vó/xtat), e da loro fu- 
ron allevati Zeus e Dioniso. Per questa loro qualità, 
vanno spesso unite ad Erme protettore delle greggi. 
In compagnia di Dioniso e de' suoi compagni Sileno, 
Pane e i Satiri, scorrazzano quà e là pei monti, e me- 
nano allegre danze. 

Le ninfe dei monti, le Oreadi ('Opaiotc, 'QptG-ioidis, 
'Opo$tfivtà$t$, Oreudes), pigliano anch' esse il lor nome 
speciale dai monti a cui sono addette, come le Peliadi, 
le Citeronidi, le Dicteiche, ecc. dal Pelio in Tessaglia, 



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— 126 — 

dal Citerone in Beozia, dal Diete in Creta. La loro at- 
tività si limitava sempre al distretto loro assegnato. 
— Alle Oreadi apparteneva Eco ('Hxy), la quale, per 
castigo ricevuto da Era, nè potea parlar per la prima, 
nè, se parlava un altro, poteva tacere. E: legata in soli- 
tarie foreste amò il giovine Narciso (Narcissus), ritroso 
ad ogni altro amore e invaghito sol di sè stesso, on- 
d'ella talmente per l'angoscia amorosa si venne meno, 
che all'ultimo le sue ossa si confusero colla rupe della 
montagna, nè di lei rimase altro che la voce. Narciso fu 
condannato ad amar pure la propria immagine, e seduto 
sulla fonte guardava pure in quella sè stesso, finché, non 
trovando al suo amore soddisfazione, a poco a poco si 
consumò ; e il suo cadavere fu cambiato nel fiore di que- 
sto nome (Ovid. Met, 3, 341-510). — Di simil guisa 
come TOreadi sono le Napèe (Na7raTat), ninfe delle 
valli e dei burroni, le Alseidi ('AXcrv)?^) ninfe dei boschi 
e delle selve, che spesso faccan paura al passeggiero. 
Un'altra classe affine a questa, sono 

Le ninfe degli alberi, le Driadi, Amadriadi (Apuàfc;, 
'ÀpcSpuà&s), hanno annodata la loro vita ai singoli 
alberi, e secondo la varia specie degli alberi, portan 
nomi diversi. Omero non conosce questa classe di 
ninfe. Esiodo nomina le ninfe meliache cioè ninfe del 
frassino, (Vedi Gea). Secondo l'inno omerico ad Afrodite 
259 e seg. le Driadi abitano per montagne selvose ove 
insiemecogliimmortali menano splendide danze, e dentro 
amene grotte vivono unite in amore con Erme e i Sileni : 
ad una col lor nascere spuntano dalla terra alte quercia 
ed abeti, ma quando, dopo lunga età, l'ora di lor morte 
si avvicina, allora appassiscono anche i nobili alberi, e di 
pari con essi l'anima delle dèe abbandona la luce del 
giorno. 



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— 127 — 

Oltracciò, si trovan anche delle ninfe di certi luoghi 
determinati, che senz'avere alcun nome generale, si chia- 
mano dai luoghi dove abitano e operano, come le ninfe 
di Nisa, Dodona, Lemno ecc. ecc. 

Le ninfe aveano santuari in molti luoghi, presso fonti 
e fiumi, in boschi e in grotte. Eran rappresentate come 
fanciulle belle e sul fior degli anni. 

3. — Rea, Cibele (T«a, Tia, KujSIXn, Cybelé) 

Rea fu in origine, per quanto sembra, una forma spe- 
ciale della dea della terra considerata come la dea che 
versa torrenti di prosperità: era sorella e mo- 

glie di Crono e madre di Zeus e degli altri CronidL 
Omero ne fa menzione in un unico luogo {II. 15, 187), 
e anche nella Teogonia d'Esiodo, ha importanza solo 
come madre dei Cronidi (vedi sopra, Zeus e le stirpi di- 
vine). Anche il culto che ebbe qua e là per la Grecia 
non fu indipendente, ma subordinato a quello de 1 suoi 
figli coi quali si riguardava congiunta. La favola della 
nascita di Zeus si è svolta specialmente nell'isola di 
Creta : ma quivi già per tempo il culto asiatico erasi 
confuso col greco. Onde accadde che Eea si unì con 
Cibele o Cibebe di Frigia, sua affine, e si confuse intie- 
ramente nel concetto di quella. 

Cibele, la gran madre, la madre dei monti, era adorata 
dagli antichi, sotto diversi nomi, in molti luoghi dell'Asia 
minore e di preferenza su monti, con un culto orgiastico, 
e riguardata come una dea della terra, potente e diffon- 
ditrice di vita. Quindi era segnatamente una dea della col- 
tivazione del vino e dell'agricoltura, e della civiltà che se 
ne deriva, e però eziandio una fondatrice di città e di 
castelli, e in segno di ciò, portava in capo la corona di 



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— 128 — 

mura. Va attorno per silvestri monti, circondata da leoni 
e pantere, e intronata dalla musica lamentevole dei genii 
suoi ministri. Questi erano in Frigia i Coribanti ; nella 
Troade, dove era adorata sul monte Ida col titolo di Ma- 
dre idea, le facean corteggio i Dactili idèi, artisti lavoranti 
in bronzo. Il suo tempio più antico dedicato a lei sotto 
il nome Agdistis (dalla cima del monte Agdo), era in 
Galazia a Pessino sul monte Dindimone; quindi si chia- 
mava ella anche Dindimene : in un tempio fatto a guisa 
di caverna, rà Kv£eXa, si trovò la sua immagine più antica, 
cioè una rozza pietra (forse ia pietra d'una meteora), che 
poi più tardi fu portata a Roma. Suoi sacerdoti cola erano 
i Galli, che esercitavano un certo dominio sacerdotale in 
quel paese. Intorno al culto speciale di questa gran Dea 
si hanno poche notizie: in generale era un culto selvag- 
gio con musica strepitosa dove specialmente avea parte 
il timpano, e con sanguinose mutilazioni. Il sacerdote 
prediletto alla Dea fu il bel giovane Ati ("Atos, A'Vrt?, 
*Amw) che morì barbaramente, e piangevasi la sua morte 
con segni di feroce dolore. Anche questo giovane (al 
pari di Adone) rappresenta la natura che sorge a vita 
florida e rigogliosa e poi tosto appassisce e muore. Al- 
trove teneva il suo luogo Sabazio, che era identificato 
con Dioniso. 

Questo culto asiatico di Cibele si dilatò a poco a poco 
per tutta la Grecia, e la dea fu confusa, come già prima 
con Rea, anche con altre greche divinità ; come Gea (Sof . 
FU. 391) e Demeter (Eurip. Elen. 1301 c seg.) y cosicché 
ne sorse una generale confusione d'idee la quale si fece 
anche maggiore quando ci fu annessa la dea Egiziana 
Iside, (1) 

(1) Una tale fusione di diverse divinità, distinte in origine l'una 
dall'altra, dicesi Sincretismo. 



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vm. xix. 




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4. — Dioniso (Alóvucro;, Acwvucro;, Bìk^o; 

BacchuS) Liber) 



Dioniso, dio del vino, è sol di rado nominato daOmero. 
il poeta lo conosce come figlio di Zeus e di Semele te- 
bana (11. 14, 325. cf. Es. Teog. 940) (1), e ricorda di lui 
due miti, quello intorno ad Arianna (Od. 11,321 e seg.) 
e quello intorno a Licurgo (//. 6, 130 e seg.). Di Arianna 
figlia di Minòsse, racconta, che Teseo, da Creta volea 
condurla ad Atene, ma che tra via ella fu uccisa nell'isola 
Dia (Nasso) per le saette di Artemide (2). Licurgo, 
figlio di Driante (della macchia silvestre), re degli 
Edoni in Tracia, cacciò le nutrici dell' ubriaco Dio- 
niso (pt£vó/x£vos -£àìtx«os) dalla campagna di Nisa (3), 
per tal modo che esse lasciaron cadere a terra le 
sacre suppellettili, percosse dai flagelli del feroce 
Licurgo; Dioniso stesso saltò impaurito nell'onde del 
mare, dove Tetide lo ricevette nel grembo. Ma tatti 
gii dèi abominarono quell'empio re, e Zeus lo acciecò e 
gli abbreviò la vita. In questo luogo d'Omero, Dioniso ò 
noverato fra gli dèi- celesti, quantunque nè egli nè De- 

(1) Presso scrittori più recenti, si fa anche figliuolo di Zeus e di De- 
meter. 

(2) Questo luogo d'Omero è guasto, perchè vi sono confuse insieme 
due lezioni di soggetto interamente diverso. Secondo una di quelle. 
Arianna fu uccisa a Nasso da Artemide : secondo l'altra, ella fu tratte- 
nuta là da Artemide a richiesta di Dioniso (Acovu jou ^ia£Tupi)'|a'£v), 
affinchè divenisse sposa di lui. 

(3) Il monte Nisa, dov'era adorato Dioniso e dov'egli nacque e fu 
educato, si faceva situato in diversi paesi, in Tracia, Arabia, India, 
Egitto. Città di questo nome sono ricordate in Tracia, Beozia, in Eubea 
* Nasso, in Asia e Affrica. Questo dio avea quindi il soprannome di 



— 130 — 

meter entri fra gli dèi dell'Olimpo, poiché l'attività di 
questi due esseri divini si estende, per sua natura, alla 
vita pacifica in terra. Quindi è ancora che nelle poesie 
d'Omero vengono sì raramente nominati, conciossiache 
queste due divinità d'indole mite, e dedite all'agricoltura 
e alla coltivazione delle viti, stieno lungi dai feroci tu- 
multi guerreschi e dall'agitata vita della navigazione. 

Omero chiama Dioniso allegrezza degli uomini (II. 14, 
325), e parla delle Menadi compagne ubriache di Dioniso 
e del tirso come di cose a lui note. Dunque il concetto 
di Dioniso come di quel dio che col dono del vino ral- 
legra il cuore dell'uomo e fa sparire cure e tristezze, do- 
veva già essersi formato generalmente, e già il suo culto, 
e in parte la forma ispirata e orgiastica di esso, doveano 
essersi allargati per la Grecia. 

L'origine del culto di Dioniso deesi probabilmente ri- 
cercare presso la stirpe dei Traci, che dal settentrione 
della Grecia aveva immigrato nella Beozia: onde sarebbe 
Tebe la patria del dio (1). La favola racconta che Semele 
figlia di Cadmo, essendo amata da Zeus, fu dalla gelosa 
Era persuasa a dimandare a Zeus (il quale aveale pro- 
messo di adempire ogni suo desiderio) che le apparisse 
in tutta la sua maestà e in quel modo che soleva presen- 
tarsi ad Era stessa, armato della folgore e del tuono. 
Ciò fu fatto; la fiamma divorò Semele e la sua casa: ella 
morendo, partorì un fanciullo tuttora immaturo, cui Zeus 
si fé' cucire in una coscia (2), e co?ì lo condusse a ma- 
turità. Allora Erme, per suo ordine, portò il fanciullo 

* 

(1) Anche altri luoghi, doye fioriva il culto di Dioniso, arrogavano 
l'onore di avergli dato i natali, come Nasso, Elide, Eleutere, Teos, e 
Creta. 

(2) M>ip<ta la coscia: da questa parola sorse la favola di un monte 
Meros in India, sul quale sarebbe nato Dioniso. 



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FIG. XVI. E XVII. 





Arianna addormentata. 



— 131 — 

a Ino e Ataniante in Orcomeno. Ma avendo Era tratto 
Atamante in frenesia, Enne portò il fanciullo alle ninfe 
di Nisa, che lo tenner nascosto in una grotta e lo alleva- 
rono con dolce nutrimento. 

Dalla Beozia si dilatò il culto di Dioniso ad altri luo- 
ghi della Grecia, alle contrade del Parnaso, ad Atene, 
Sicione, Corinto, Argo e alle isole greche, come Nasso, 
Lesbo e altre. In Nasso questo nume appare collegato 
con Arianna (la molto piacente 4pc-àv$àvw) figlia di 
Minosse il Cretese. Dioniso tolse per forza a Teseo Arian- 
na che quegli avea rapita di Creta, e la fece sua sposa, 
o (secondo altri) la trovò addormentata in queir isola c 
abbandonata da Teseo, ma Zeus le diede l'immortalità 
(Es. Teog. 947 e seg.). Figli di Dioniso e di Arianna sono 
Enopio (il bevitor di vino ohòmoz) E vanto ('Euaviryjs , il 
fiorente) e Stafilo (SrapuXos, Vuomo del grappolo). 

La diffusione dell'ispirato e tumultuoso culto di Dio- 
niso trovò in molti luoghi resistenza, ma il potente dìo 
si fé' largo dappertutto. A ciò riferisconsi molte favole, 
come quella già sopra menzionata, di Licurgo. Ma que- 
sta in più tardo tempo si raccontò, differentemente da 
Omero, come appresso. In conseguenza dell'empio 
misfatto di Licurgo, la terra diventò sterile, ed egli 
stesso cadde in frenesia, nella quale avendo scambiato 
suo figlio Driante per un tralcio di vite, l'uccise. 
Con questo cessò la pazzia , ma , continuando la 
sterilità del paese, il popolo per comando di Dioniso 
portò Licurgo sul monte Pangeo, ove il dio lo fe' lace- 
rare dai cavalli — Una simile sorte ebbe Penteo re di 
Tebe, figlio di Echione e di Agave figlia di Cadmo. Ei 
-voleva proibire alle donzelle del suo paese l'esercizio del 
culto di Dioniso, e perseguitava le Baccanti per le mon- 
tagne. Ma sua madre, che si trovava fra le Baccanti, en- 



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— 132 — 

tratti in furore, lo prese per un leone o per un cinghiale, 
e lo sbranò (Eurip. Bacch. 1142. Ovid. MeL 3, 513, e 
seg.) — In Argo, Dioniso trasse in furia le donne che 
gli avevano rifiutato il culto, dimodoché esse uccisero e 
mangiarono i loro propri figli — Alcuni pirati tirrenii 
avean preso il dio dal lido, credendolo figlio del re, e 
portatolo seco, gli legarono mani e piedi, ma i legami 
caddero. Il timoniere volea rilasciarlo sul lido, stiman- 
dolo una divinità, ma il condottiero della nave non gli die 
ascolto. Allora a un tratto mille tralci di vite avvin- 
chiarono tutta la nave, il dio si cambiò in un leone, e 
i pirati balzarono spaventati in mare e divennero delfini. 
Fu risparmiato solo il timoniere, al quale Dioniso si fe* 
conoscere, e lo rese beato (Om. Inn. 7 a Dio?u cf. Ovid, 
MeL 3, 603 e seg). 

Con tali esempi si guadagnò dappertutto accoglienza 
e rispetto. Circondato da uno etuolo di donne, Menadi 
o Baccanti, che portavano per loro arme il tirso, cioè un 
bastone con tralci ed ellera attortigliativi intorno, e dalla 
schiera dei Sileni e dei Satiri, traeva di terra in terra per 
insegnare il suo culto e portare agli uomini la pace. Quan- 
do Alessandro il grande andò in Asia, si allargò il culto 
di Dioniso anche in Oriente fino all'India, e allora si favo- 
leggio che Dioniso si fosse portato in India, soggiogato i 
popoli fino a quel punto, e rizzatosi altari. Poiché egli 
ebbe manifestato agli uomini la propria divinità e intro- 
dotto da per tutto il suo culto, levò Semele sua madre 
dalle parti inferno, e la menò seco in Olimpo sotto il 
nome di Tione (Ouwvvj, la furibonda) (1). 

L'uso giornaliero del vino rende l'animo di un popolo 

(1) Es. Teog. 942. v 0v XàppQTtpoi Sioi liaiv. Dioniso si chiama 
anche fluivi $>i$, Thyvnèus. 



— 133 — 

più lieto, più arrendevole e più sensibile, ammansisce la 
selvatica forza e introduce un vivere più allegro e so- 
cievole. Quindi il culto di Dioniso ha qualche cosa di 
molle e di gentile, e questo dio era riguardato come 
diffonditore di un costume più mite ed umano. Ma in 
pari tempo, il culto del dio del vino fè declinare la pri- 
stina severità e castimonia del vivere in un lascivo godi- 
mento di tutti i beni sensibili, in un tumultuoso acceca- 
mento, in un tenore di vita che era tutto opposto alla sobria 
e serena vita degli antichi Elleni. Quindi avvenne che il 
culto di Dioniso che si sparse più tardi di quello degli 
dèi olimpici, in molti luoghi fu contrastato, come peri- 
coloso alla semplicità del presente costume. E in singoiar 
modo, differiva da esso, il culto di Apollo, nume rigido 
e severo, che era già riconosciuto generalmente fra 
i Greci, prima di Dioniso: ma anche Apollo dovette ce- 
dere il luogo al giovine dio che sempre più dilatava la 
sua potenza. In Delo il culto di Apollo sembra fos- 
se ingentilito fino da' tempi di Teseo, avendovi que- 
sti introdotto danze dionisiache : in Delfo, Dioniso 
prese parte all'oracolo d'Apollo, e sulla vetta del Par- 
naso, sì a lui come ad Apollo, si allumavano sacri 
fuochi (Earip. Fenic. 234, Sof. Antig. 1107 e seg.). 

La ragione per la quale Dionisio dio naturale potè 
mettersi in ist retta colleganza col severo Apollo, 
stava nella natura ispirata del primo, per la quale 
gli era attribuita anche la divinazione. Egli aveva in 
molti luoghi, oracoli, in uno dei quali, ad Amficlea 
nella Focide, ei porgeva in sogno agli ammalati il 
mezzo per guarire. Quindi è anch'egli, come Apollo, un 
ìaTf.ó^avT«<:, un medico per rivelazioni. Il vino, suo dono, 
porta agli uomini sanità e forza : come egli libera l'anime 
dalle cure (Auacos lo scioglitore dagli affanni), cosi an- 



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— 134 — 

Cora caccia dai coi pi le infermità, ed è un salvatore 
(crurvip) in senso spirituale e corporale. In Sofocle (Ed. 
re, 205) il coro lo invoca come salvatore nella peste che 
infetta il paese, e nei conviti si consacrava una tazza di 
vino a Zeus salvatore, e un altra a Dioniso Agato-dè- 
mone, buon genio. Come Dioniso, in qualità di ispirato 
era congiunto con Apollo, così d'altro lato, in qualità di 
nume benefico e rallegratore delle amene brigate, si 
univa colle Cariti, colle Muse, con Eros e Afrodite. 
Amava il canto (MeX* ó/aévos) e le belle arti : alla sua fe- 
sta si collegò la cultura del Drama, e di un genere spe- 
ciale di poesia lirica, cioè del Ditirambo. Anche lo svol- 
gersi del sentimento e del gusto per le figurate rappre- 
sentazioni dell'arte plastica, ha sua radice nella pienezza e 
freschezza di vita che distingue il culto di Dioniso, men- 
tre il dono di questo dio innalza la fantasia e corrobora 
l'intuizione del sensibile. 

Il dio del vino e della sua coltivazione, ha, rispetto 
alla natura, un'importanza ancora più vasta: come fa 
crescere e educa i tralci della vite, così anche dà rigo- 
glio e prosperità alle piante in generale. Veste l'al- 
bero delle f rondi, suscita i fiori, e fa maturare i frutti 
(AwSplTYic, 'Avfoùc, $Xotós, da (p^otu, fi ore o, fiorisco). Quindi 
si chiama anche Ics ("Yjjs) cioè il dio umido e però fe- 
condatore, è allevato dalle Iadi e accompagnato dàlie 
ninfe (Sof. Ed. re, 1075). Sotto questo rispetto si ran- 
noda a Demeter e Persefone, e al pari di Demeter, ama 
la pace e la legalitù (8i j/xopópos), e ammorbidisce i co- 
stumi degli uomini. ..'.*. 

Da principio, anche il culto di questo dio, conforme 
alla natura del popolo greco, si serbò nei confini della 
moderazione. H benefico e propizio Iddio ('Eu/^ouXcus) 
che adorna la vita socievole e dimestica, era venerato con 



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lieta giocondità, ma senza trascorrere in licenza nè eb- 
brezza di sensi. Plutarco dice : " Nei tempi antichissimi 
si celebravano le feste di Bacco con somma semplicità» 
ma pure assai gioiosamente. La processione si apriva 
con un boccale di vino cinto di tralci; poi veniva un ca- 
pro, e poi si portava un paniere di fichi. " Ma a poco a 
poco caddero i ritegni, il nume prese a dilettarsi di stre- 
piti tumultuosi, cominciaron gli uomini a darsi in preda 
n un vinoso entusiasmo, ad una sfrenata e stravagante 
ebbrezza di sensi, e pur troppo, questo abbandono del 
vivere costumato e puro, e l'affondarsi nelle delizie 
della vita lasciva, recò morte al popolo greco. Il ru- 
moroso culto di Dioniso, di Bacco, Ynriante (questo 
nome si trova per la prima volta in Erodoto) venne 
probabilmente di Tracia, e si dilatò a poco a poco per 
tutte la Grecia e le sue colonie. Il nume traeva in fu- 
rore i suoi ministri, e questi scorrazzavano quà e là 
sfrenatamente al grido Eùor (Evoe) e lasciavansi andare 
alle più orribili stravaganze, lacerando fiere e mangian- 
done la carne sanguinosa. (I soprannomi che a ciò si 
riferiscono sono E ; jcoc, e Bak^ho;, Bpó^tog e altri). 

Questo culto di Bacco ha qualche cosa dell' asiatico, 
simile al culto di Cibele, di Ati e di Sabazio, quindi 
avvenne che col tempo ambedue i culti si collegarono 
insieme, e m identificò Dioniso con Sabazio. Si riconobbe 
dunque in Dioniso ii vegeto fiorire di tutta la natura 
che, dopo piccola durata, cade per morte- 

A quest'idea si appigliarono specialmente gli Orfici, e 
la spiegarono a lor modo e secondo il loro scopo. Essi 
narravano la leggenda di Dioniso- Zagreus, Macerato^ 
figlio di Zeus e di Peraefone, il quale essendo stato posto 
«la Zeus sul trono del cielo, dai Titani venne tagliato a 
pezzi. Atene salvò il onore palpitante e lo portò a Zeus* 



Questi lo inghiottì, e riprodusse di nuovo Dioniso. Si in- 
trodusse questo concetto di Dioniso Zagreus nei misteri 
di Demeter e Persefone, e si uni questo dio con Ade : il 
suo culto non consisteva solamente in allegria strepitosa P 
come neir uso ordinano del popolo, ma al piacere e alla 
licenza seguiva cordoglio e lutto profondo. Nei destino 
di Zagreus si riconosceva la sorte degli uomini, i quali, 
dopo breve periodo di vita, simili alle piante della terra, 
sono rapiti da morte : ma, come Dioniso, dopo essere 
stato lacerato dai Titani, tornò a vita nuova e più bella, 
così anche all'uomo, dopo la morte, ò destinato il ri- 
torno a nuova vita. 

Fra le feste di Dioniso sono da distinguere le più 
antiche feste invernali della campagna, da quelle che si 
celebrarono più tardi con bizzarra licenza e con ogni ge- 
nere di mistici riti notturni. Fra le feste celebrate ad 
Atene in onor di Dioniso ricordiamo le Lenee> (Ayjyata, 
Dioniso si chiamava AvjvaTos) la festa del torchio, nel 
mese Gamelione (compreso nell'ultima meta di Gennaio 
e nella prima di Febbraio), nelle quali si introdussero cer- 
tami drammatici: inoltre le Antesterie ('AvOtar^ta) nei 
mese Antesterione (Febbraio-Marzo). Il primo giorno 
delle Antesterie, si festeggiava lo spillare del vino fer- 
mentato (tt^oó *a) che nel secondo giorno, festa del boc- 
cale (oì x°*e)> 8 * beeva: il terzo giorno, festa della pento- 
la, {yjjrpoL) si esponeano pentole con entrovi legumi cotti 
per placare Erme ctonico confuso con Dioniso medesimo. 
Alle Antesterie seguivano le Dionisiache grandi o della 
città nel mese Elafebolione (Marzo-aprile), distinte dalle 
Dionisiache piccole o della campagna nel mese Posideone 
(Decembre-Gennaio). Vi si menavano processioni fe- 
stive, nelle quali fanciulle portavano in capo canestri con 
oggetti sacri, e cordicelle con fichi, e vi si rappresenta- 



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— 137 — 

vano Sileni, Satiri, Pane e Baccanti. Anticamente eran 
queste semplici processioni, dove solcano imbacuccarsi in 
mille guise strane e burlesche c cantare il ditirambo, 
cioè l'inno festivo di Dioniso: ma più tardi vi si spiegò 
una pompa meravigliosa. — Le feste notturne celebrate 
dalle baccanti in mezzo a strepitosa musica di flauti, cem- 
bali e timpani, si chiamavan Nictelie (NwcnXca, Dioniso 
stesso si diceva NwcréXios). 

Le furiose donne che si immaginava formassero il cor- 
teggio di Dioniso, e che scorazzavano qua e la nelle fe- 
ste di lui, dicevansi Baccanti, Menadi, Tiadi, Mimai- 
Ioni, Bassaridi. Si aggiunsero ancora i Satiri, Pane, Sileni. 
Centauri e anche Muse e Ninfe. L'arte si piaceva in 
tali rappresentazioni di processioni bacchiche (fo'acroc), 
in cui ordinariamente le Baccanti, per esprimere il colmo 
! dell'ispirazione che le invasava, eran ritratte còl caper 
gettato all'indietro, i capelli svolazzanti, vesti lunghe e 
1 volanti, in mano il tirso, spade, timpani, e simili cose : 
1 Dioniso poi, intronato da tanto fracasso, vedevasi spesso 
» assorto nella soave quiete della crapula, e abbracciato 
sovente colla diletta Arianna sua sposa. Nelle immagini 
di Dioniso si deve distinguere la forma più antica e piena 
di maestà, di un vecchio colla folta barba e capigliera, 
in abito asiatico quasi femminile (chiamato il Dioniso 
indiano), dalla più recente figuradi Dioniso giovane. Que- 
sti ha una muscolatura molle e pastosa: nel volto si rivela 
un misto tutto suo proprio di contenta ebrietà e di brama 
indistinta e segreta. Porta intorno al capo una mitra o 
benda e una corona di pampini e di elle ra, i capelli 
mollemente cadono in lunghi ricci sulle spalle. a L'ef- 
figie di Bacco, (dice il Winkelmann) è quella di un bel 
fanciullo il quale tocca i confluì della vita e delle gio- 
ventù, quando l'eccitazioni della voluttà, come tenere 



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— 138 — 

cime di una pianta, cominciano a germogliare, e il quale, 
quasi fra sonno e veglia, mezzo assorto in un sogno 
incantevole, principia a raccozzare e a distinguere le 
traccie di quello. I suoi tratti son pieni di dolcezza, 
ma l'anima ilare e spensierata non si rivela tutta quanta 
nell'aspetto „ — Sono sacri a Dioniso specialmente il 
tralcio e l'ellera, fra le fiere la pantera, la lince, la ti- 
gre, l'asino, il delfino, il capro (fig. 18. Statua di Dio- 
niso nel Museo del Louwre — Fig. 16 Dioniso che 
abbevera un leone — Fig. 19. Dionisio indiano — 
Fig. 1 7 Arianna che dorme) 

* 

5. — I Satiri (Sàrupoi, Sattjri) (1) 

I Satiri, non ricordati da Omero, sono compagni di 
Dioniso, e, come li chiama Esiodo, una stirpe inutile e 
n fa7inullojia(ytvos oùztòxv&v Sarópwv xat àpL)^avo£pyG3v).Rap- 
presentanoin forma più bassa e puramente sensibile quella 
stessa vita della natura, di cui Dioniso ci dà il più bel fiore. 
In loro la figura di bestia, quella d' un capro, si è an- 
nobilita a figura d' uomo: hanno chioma ispida, naso 
schiacciato e rovesciato, orecchie appuntate a foggia 
caprina, gogii ($>>ip£a) nel collo, e coda a capro o a 
cavallo: nei tratti del viso appare una petulante roz- 
zezza: son pigri e a nessun lavoro adattati: la danza, la 
musica, l'amore e il vino formano il loro diletto. I loro 
attributi ordinari sono, oltre al tirso, flauti, siringhe, otri 
di vino, e ciotole da bere. — - Si dicon figli di Erme in 

(1) La voce -àrupos si declina facendola equivalente con rirupo?, 



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è 



- 



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ric.. xxi- 




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— 139 — 

qualità di nume campagnolo dei greggi, o di Sileno : 
Esiodo li nomina fratelli dei Cureti, amanti di balli e di 
giuochi, e delle ninfe montanine colle quali menano vo- 
lentieri piacevoli danze, e le quali perseguitano con 
amore importuno e ostinato (Fig. 20, il satiro appog- 
giato : statua del Campidoglio). 

6. — Sileno (5«Xjjv6;, 1i\y\vós, Silenus) 

■ 

Sileno è una particolar figura d'un vecchio satiro che, 
grasso e tondo come un otre di vino, è sempre ubriaco e 
sbalordito. Quindi reggesi ben di rado in piedi, e abbiso- 
gna sempre di un appoggio o di chi lo sostenga : viaggia 
per lo più su un asino, o è guidato e appuntellato da 
satiri giovanetti. Si rappresentava come un vecchio di 
buon umore, immerso nell'ubriachezza, col capo calvo 
e naso schiacciato, che non si sa allontanare dall'otre 
del vino. È il compagno perpetuo di Dioniso, e gli 
fa da aio e da pedagogo. L'arte suole di preferenza rap- 
presentare Sileno nell'atto di tener sulle braccia Bacco 
fanciullino a lui confidato, e di contemplare con gioioso 
presentimento il futuro fondatore di uno stato più alto 
di coltura. — Gli Orfici annettevano a Sileno un più 
profondo significato: secondo il lor concetto, egli è un 
saggio vecchio superiore agli ordinarii bisogni della vita, 
che, sdegnando i beni terrestri, trova soddisfazione nella 
propria saggezza, è un veggente ispirato, davanti al cui 
sguardo sono aperti il passato e il futuro. . , ' . 

L'origine di Sileno è data in più modi : si fa figliuolo 
di una ninfa e di Erme, dio campestre, o di Pane. Quando 
s'immaginavano molti Sileni, questi faceansi derivare da 
un antico Sileno chiamato Papposileno. 



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— HO — 

Un Sileno frigio ministro di Cibele c di Bacco è 

7. — Marsia (Mapjùa*). 

Questi, figlio di Olimpo (1) o di Iagnide o di Eagro 
('Yayvte, Otaypos), avendo trovato per terrari flauto che 
Atena aveva gittato via perchè il suonarlo le guastava i 
tratti del viso, si lasciò andare a una sfida con Apollo, 
col patto che il vinto restasse interamente in balia del 
vincitore. Apollo colla sua cetra vinse Marsia, e ap- 
piccatolo a un pino, lo scuoiò. La pelle di Marsia 
era mostrata a Celene in Frigia in una caverna dove 
scaturiva il fiume Marsia (Senof. An. 1, 2, 8,), e si rac- 
contava che, sentendo suonare il flauto in tuono frigio, 
si commovesse per allegrezza ; restando però ferma, al- 
l'udir la musica di Apollo. Tutta questa favola si fonda 
sulla diversità fra la musica dionisiaca e l'apollinea, es- 
sendo quella d'indole fragorosa e passionata, questa com- 
posta e quieta. Un essere simile a Marsia è 

- • • • * 

8. — Mlda MiScs) 

Anche questi era in origine un Sileno frigio : ma la 
favola lo ridusse più tardi ad un re di Frigia, figlio di 
Gordio e di Cibele, ricco ed effeminato, molto caro a 
Dioniso. Pure anche in questa favola si serbarono dei 
tratti originali, dicendosi ancora che questo re aveva 
orecchie di satiro o d'asino : le quali orecchie si sarebbe 
acquistato da Apollo una volta che, in una gara fra Pane 
e Apollo stesso, egli censurò il giudizio che aggiudicava 

• • • 

m 

(1) Con questo nome si chiama anche uno scolare di Marsia, e 
anche a lui è attribuita l'invenzione del flauto. 



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— 141 — 

il premio al secondo. (Ovid. Met. Il, 146 e seg. Ivi 
v. 90 - 145, hai un 1 altra storia di Mida). 

9. — Pane (IUv) (1) 

Pane, figlio di Ernie e di una figlia di Driope (2), era 
un dio arcadico delle greggi e delle selve, cornuto e 
coi piè caprigni, il quale insiem colle ninfe si aggira 
pei boschi e pei monti a nei pascoli. Dall'alto dei monti 
protegge i greggi pascolanti, e li rende più fecondi (N6- 
fuoc, il pastore), o va a caccia per le selve (Ayptvs, il 
cacciatore), e quando se ne ritorna affannato, intuona sul 
flauto melodie amorose. Le ninfe gli si schierano intorno 
e danzano il ballo tondo, o cantano con lui piacevoli 
canzoni. Fino dalla nascita egli ebbe la sua propria 
forma di cornuto, barbuto, col naso schiacciato, capel- 
luto, colla coda e i piè di capra; tantoché la madre fuggì 
spaventata, ma Erme prese in braccio il figliuolo, e lo 
portò tutto allegro nell'Olimpo per mostrarlo agli dèi : i 
quali tutti si presero spasso dello strano parto, ma spe- 
cialmente Dioniso, " e lo chiamarono Pane (3), perchè 
rallegra tutti i cuori. „ (Om. lnn. 19, 47). 

Pane, dio delle greggi, ha inventato il flauto pastorale 
detto siringa : quindi la Siringa fu detto essere una ninfa 
da lui amata (Ovid. Met. 1, 691 e seg.); come pure fu 
da lui amata la ninfa Eco. Soggiorna egli per lo pih in 6 o- 
litudini boschereccie, dove l'uomo si sente preso da certo 
segreto piacere misto a un ribrezzo misterioso ; e di Ih 

0 

(1) Questo nome deriva probabilmente da Tràw io pasco. 

(2) Uomo della selva. Si dice anche figlio di Zeus e della ninfa arca- 
dica Callisto, o di Erme e di Penelope. 

(S) Erronea derivazione dal nome tt&v. ***** 



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Pane spaventa il passeggier solitario colla sua voce ter- 
ribile (timor panico). Per questa sua voce che infonde 
spavento, egli è atto a mettere in fuga i nemici. Quando, 
al tempo della battaglia di Maratona, Fidippide Ateniese 
traversando l'Arcadia correa a gran fretta a Lacede- 
mone per invocare l'aiuto degli Spartani contro i Per- 
siani, lo chiamò Pane dal monte Partenio, dicendogli che 
avrebbe egli messi in ispavento i Persiani, purché gli 
Ateniesi, già da lui tanto beneficati, gli rendessero i de- 
biti onori. Da quel tempo in Atene fu dedicata a Pane 
la grotta che era al di sotto dell'acropoli, e placavasi 
ogni anno con sacrifici e col corso delle faci (Erod. 6, 
105). Il qual corso si celebrava in suo onore, perche 
Pane abitando le cime delle montagne, maggiormente 
esposte al sole, parea aver colla luce una certa relazione. 
Inoltre egli è un iddio della naturale ispirazione e della 
divinazione, nella quale si vuole che ammaestrasse Apollo. 
Solo più tardi, questo antico dio delle greggi, per una 
falsa interpe trazione del nome, si ridusse a un simbolo 
dell'universo, e si volle che il suono della siringa rap- 
presentasse l'armonia delie sfere. Quindi anche venne 
la sua derivazione da Etere e da una Nereide, ovvero 
da Urano e Ge. 

Per la sua somiglianza coi Satiri, e come dio naturale 
e amante dello strepito, fu anche messo nel corteggio di 
Dioniso. Quivi egli è un saltatore e danzatore lascivo e 
burlesco, e un amatore petulante delle ninfe. Anche 
Pane poi, com'era accaduto di Satiro e di Sileno, si mol- 
tiplicò in un numero di Pani, e a poco a poco si con- 
fusero Satiri e Satirini (lotTvphwi, satirinf), con Pa- 
ne e Panini (ILxvt jxoì), con Sileno e Sileni, e cogli 
dèi boscherecci dell'antica Italia Fauno e Fauni, Silvano 
e Silvani, per >tal modo che sparì quasi ogni differenza 



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— US — 

essenziale. Come dio dei monti fu anche messo in rela- 
zione colla montanina madre Cibele. 

10. — Priapo (riptaTros, Priapus) 

Priapo, figlio di Dioniso e di Afrodite o di una ninfa, 
era un iddio della fecondità dei campi e delle greggi, e 
quindi la sua effigie ponevasi specialmente nei giardini 
e sui colli vitiferi. Fu adorato a Lampsaco sull' Elle- 
sponto, e solo più tardi fu conosciuto nel rimanente della 
Grecia. Omero, Esiodo e gli altri poeti antichi non ne 
fan motto. Priapo fu anch'esso moltiplicato, come Pane, 
i Satiri ecc. Si identificava con Muttunus o Mutunus 
italico. 

Possiamo annettere a questo capo anche 

11. — I Centauri (Ktvraupot, Centauri) (1) 

Questi, essendo dèmoni dei boschi e de 'monti, e risul- 
tando da un composto d'uomo e di cavallo, hanno paren- 
tela coi Satiri, e per questo, come anche per la loro fero- 
cità e libidine bestiale, fanno parte del corteggio di Dio- 
niso. Presso Omero (//. 1, 268. 2, 743. Od. 21, 295 e 
seg.) e secondo il concetto più antico, sono forme umane 
pelose, colle chiome arruffate, e di gran forza e violenza, 
rozzi, e pieni di passione pel vino e per le donne. Abita- 
vano prima in Tessaglia, nelle selve dell'Oeta e del Pe- 
lio: ma, nell'occasione delle nozze del Lapite Piritoo con 
Ippodamia, ubriachi dal vino avendo essi tentato di ra- 

(1) Si crede che la parola derivi da jdvTitv, pungere, raupo; toro, 
cercandosi l'origine di questo concetto mitologico in Tessaglia dov'era 
consueta la caccia del toro, a cavallo: altri la derivano da xivrof 



pire la sposa, venuti a feroce zuffa, la loro forza selvag- 
gia dovè soggiacere a Piritoo, e ai suoi compagni, rap- 
presentanti dell 1 eroismo civilizzatore ; e cacciati di 
quel luogo dai Lapiti, si ritirarono sid monte Pindo e 
nei confini dell'Epiro. Anche l'Arcadia e Malea furono, 
a quanto si dice, loro sedi, (vedi Eracle c. 3). La colle- 
ganza della forma umana a quella cavallina rimonta pro- 
babilmente non piìi oltre che ai tempi di Pindaro (intorno 
al 500 av. Cristo). Dapprincipio l'arte li rappresentava 
come intieri uomini nel davanti, annettendovi di dietro 
il corpo di un cavallo : ma più tardi, circa i tempi di Fi- 
dia (intorno all'anno 450 av. Cristo) si cominciò a so- 
vrapporre un busto d uomo su corpo e petto cavallino. 
La conformazione del viso, gli orecchi appuntati e la 
chioma ispida ricordano i Satiri. 

Dacché i Centauri furon messi tra il corteggio di Dio- 
niso, si ingentilì la rozzezza e la selvatichezza loro natu- 
rale: dovettero anch'essi piegarsi sotto l'onnipotente 
forza di Dioniso, e servire al suo culto. Quindi essi pre- 
cedono docili e manierosi il carro di Dioniso, sonando il 
corno o la lira. — Secondo la comune favola, i Centauri 
derivavano da Issione e Nefele (nuvola) : ma Chirone 
< Xn'pwv, Chiron) che era il più savio e giusto di loro ed 
anche per eccellenza detto il Centauro, era figlio di 
Ci ono e dell'oceanina Filira. È l'educatore di molti eroi 
greci, come di Achille (//. 11, 831), di Giasone e del 
suo figlio Medèo (Es. Teog. 1001). di Peleo, di Tela- 
mone, Castore e Polideuce, Amfiarao, Macaone (//. 4, 
219) e altri, i quali sul monte Pelio imparavano da loro 
la medicina, la musica, la ginnastica e la divinazione. 
Egli è insomma una nobile figura, che levatasi dallo 
stato del rozzo naturalismo proprio de'Centauri, si è 
reso chiaro per saviezza e per iscienza. Una delle figlie 



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rio. vxii. 




Demeter. 



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— 145 — 

di Chirone, era Endeide, madre di Peleo, e nonna di 
Achille. La lancia che questi aveva nella guerra di 
Troia, era un dono fatto da Chirone a Peleo nelle sue 
nozze con Tetide (11. 16, 143. 19, 390). Eracle è ami- 
chevolmente accolto e ospitato da Chirone, ma mentre 
questi considera i dardi dell'eroe tinti nel sangue vele- 
noso dell'idra di Lema, uno glie ne casca sul piede, e 
lo ferisce d'insanabil ferita, tantoché volentieri ei ripu- 
dia l'immortalità, e consente di discendere, invece di 
Prometeo, nell'inferno (vedi Prometeo). 

12. — Demeter (A^rvjp, Ceres) (1) 

Demeter, figlia di Crono e di • Rea, sorella di Zeus 
(Es. Tcoff. 454), è in origine la divina madre terra, che 
manda fuori le ricchezze della vegetazione : e anche, 
dopo che si spogliò del suo naturalismo e fu divenuta 
una libera e personale divinità, rimase però sempre 
strettamente collegata col mondo delle piante. Essa fa 
germogliare erbe e fiori, e dà agli uomini, per lor nutri- 
mento, la messe de' campi. In Omero, così ella come 
Dioniso, si trova ben di rado ricordata (vedi Dioniso): 
ne appartiene al consiglio degli dèi, ma come diva mite 
e agli uomini propizia, si occupa nel dare fecondità alla 
terra. Il pane (àvi^rtpog àir*) è chiamato spesso un 
dono di Demeter " essa è che separa il frutto dalla pula 
coi soffio de' venti ., ( IL 5, 500). Una dea pertanto che 
dà all'uomo il cibo suo indispensabile, dovè anche goder 
tra gli uomini di una particolare venerazione, benché 
nelle poesie d'Omero, che trattano di battaglie e di 
stragi, o di lunghe navigazioni, tenga solamente un luo- 

(1) A>i-/ivjT>jp, ài madre terra. 

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go secondario. Un santuario di Demeter in Piraso (città 
del frumento) di Tessaglia, vien ricordato 2, 696. Si 
congiunge ella con Iasio sul campo tre volte arato (nella 
fruttifera Creta, e genera, con lui, Pluto, la ricck n rza $ 
Esiod. Teog. 969 e seg.) ; ma quando Giove il risa, uc- 
cide il marito di lei col fulmine (Od. 5, 125 e seg.). Che 
Omero abbia conosciuto anche l'origine di Persefone 
da Zeus e Demeter (Esiod. Teog. 912), si può inferire 
dall'//. 14, 326 e Od. 11, 217. 

Le relazioni di Demeter con sua figlia Persefone o 
Cora, delle quali non si trova alcun cenno in Omero, 
formano il centro della sua favola e del suo culto. La 
figlia fu rapita alla madre da Ade, secondochè racconta 
l'inno omerico a Demeter (Inn. 4) nella foggia seguente. 
Mentre un giorno Persefone, separata dalla madre, coglie- 
va fiori insieme colle sue compagne di sollazzo per la cam- 
pagna di Nisa (1), eccoti aprirsi all'improvviso la terra e 
sbucarne fuori Ade coi suoi cavalli immortali e rapire, col 
consenso di Zeus, lei che traeva alte grida, e portarla seco 
all'inferno, per farla sua moglie. Elio che tutto vede, fu il 
solo che vedesse questo rapimento. Demeter avea udito 
le grida della figlia senza sapere che eosale fosse accaduto: 
presa dal dolore ('A^ati, l'addolorata), si aggira ella per 
la terra in cerca dell' amata figliuola, finche il decimo 
giorno (9 giorni duravano le feste Eleusinie) Ecate, che 
aveva anch'ella udito le strida di Persefone, senza però 
vedere il rapitore, la indirizza ad Elio, il quale le an- 
nunzia che Ade avea rapita sul cocchio la fanciulla, con- 
cessagli da Zeus. Demeter crucciata con Zeus e schi- 

(1) Dove fosse questa Ni sa, è incerto: probabilmente era in origine 
Megara, dove fiorì anticamente il culto di Demeter. Altre favole pon- 
gono il ratto in Sicilia, nelle contrade dell'Etna, ovvero presso Eleusi, o 
a Ermione in Argolide, o a Feneo in Arcadia, o a Creta. 



— 147 — 

vando TOlimpo, ai aggirò sconosciuta fra gli uomini, fin- 
ché giunse a Elcusi in casa di Celeo. In forma di vecchia 
e sotto il nome Deo (1) fu ricevuta da Metanira sp<*sa 
di Celeo, la quale le affidò l'educazione del suo piccolo 
figlio Demofoonte. La dea si prese cura del fanciullo, e 
per renderlo immortale lo bagnò di ambrosia, e soffiò in 
lui colla divina sua bocca, e la notte lo mise segreta- 
niente, come un tizzone, nel fuoco. Ma essendo Metanira 
stata in aguato nella notte, come ella vide il fanciullo 
in fiamme, cominciò a gridare per lo spavento e a lamen- 
tarsi. Così ella guastò l'opera di Demeter, e Demofoonte 
conservò la sua natura mortale, ma per essere stato sulle 
ginocchia e nelle braccia della dea, godè poi sempre 
speciale venerazione. Demeter si die a conoscere come, 
dea, e comandò che le si edificasse un tempio alla fon- 
tana Callicoro. Quivi ella abitava insegnando agli uo- 
mini il suo culto : ma si tcnea lungi dalla compagnia de- 
gli dèi, e immersa nellangosciae nel cruccio (2), mandava 
alla terra scarse raccolte, tantoché Zeus, per amman- 
sirla, dovè spedire Erme all'inferno, per ricondurre 
Persefone alla madre. Ma Ade, nell'atto di lasciare la 
moglie, le diè a gustare un melo grano (3) per virtù del 
quale ella non volesse abitare sempre colla madre, ma 
ritornar col marito. Cosi avvenne, per ultima disposi- 
zione di Zeus, che Persefone alternativamente si stava 

* 

(1) A>ju>, la indagatrice, si chiamava Demeter a Eleusi. 

(2; Questa Demeter addolorata e crucciata si chiamava Mihtxivx 
(^a cagione delle vesti nere che nel suo lutto avrebbe portate) e 'Eptvùs, 
sotto il qual aspetto apparisce in varii culti locali : le scarse raccolte 
l'infecondità e la desolazione propria del verno, hanno in origine, fatto 
sorgere questo concetto (Vedi C Erinni). 

(3) Il melograno è simbolo delle nozze e dell'amore. 



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— 148 — 

due terzi dell'anno sulla terra colla madre , e l' altro 
terzo nell'inferno presso Ade (Ovid. Fasi. 4, 419-620* 
Met. 5,385-572. Eurip. Elen. 1301 e seg.). 

Persefone in questo mito rappresenta originariamente 
il mondo delle piante, la cui madre è Demeter, cioè la 
terra che le fa germogliare: due terzi dell'anno, cioè 
nell'estate, verdeggiano e fioriscono di vita rigogliosa, 
ma "nel verno, l'altro terzo dell'anno, son sacre a morte» 
• e quella vita così fiorente si spegne ritirandosi entro 
l'oscura casa di Ade. Ma questo mito che in origine si 
riferisce alla vita della natura, fu poi trattato e svolto in 
forma umana ; così Demeter venne a esprimere in sè 
tutti i dolori e i piaceri che prova il cuor d'una madre. 

L'inno omerico, dal quale e tratto c compendiato il 
racconto da noi fatto di questo mito, riguarda special- 
mente Eleusi presso Atene, ove Demeter aveva ab an- 
tico un tempio, e contiene molti tratti che accennano 
alle cerimonie delle feste Eleusinie là celebrate. Una 
cosa principale in esso è l'arrivo di Demeter in Eleusi, 
la fondazione dell' agricoltura e del culto della dea. 
Verso la fine vi si dice, che Demeter insegnò alla fa- 
miglia dominante in Eleusi, Trittolemo, Diocle, Éu- 
molpo e Celeo, i riti dei sacrifici e le orgie, cioè le inizia- 
zioni Eleusinie, dopodiché ella se ne tornò, insieme con 
sua figlia, nell'Olimpo all'assemblea degli dèi. 

Sul campo Bario presso Eleusi sarebbe stato semi- 
nato il primo grano : là era la così detta aia di Trit- 
tolemo, e un altare a lui consacrato, e tutti gli anni 
quel campo si lavorava solennemente. A questo Trit- 
tolemo specialmente (1) si rannoda la diffusione della 

(1) Trittolemo (il tre volte arante cf\ Od. 5,125. ya<3 Ève TpeTTÓXw) è 
figlio di Eleusi : è anche detto figlio di Celeo e messo in luogo di D.e- 
jnofoonte. 



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— 149 — 

cultura del frumento. Questi, a ciò disposto da Deme- 
ter, si sarebbe aggirato pel mondo sopra un carro tirato 
da draghi e avrebbe insegnato agli uomini l'arte di 
arare, seminare e raccogliere. Fra gli altri, recossi anche 
ad A caia dal re Eumelo (pecoraio), ove si fondò, dopo 
l'introduzione dell'agricoltura, la città Aroe (da àpów, 
arare). Dall'agricoltura deriva necessariamente la fon- 
dazione di sedi stabili, la fabbricazione di citta, l'intro- 
duzione di ordini civili, delle nozze, e di un più quieto 
vivere. Questo è il gran beneficio che Demeter coll'a- 
gricoltura portò agli uomini, e che specialmente si cele- 
brava nelle sue feste. Quindi ha eila il nome di 0£j/xo- 
pópog, la legislatrice. — Come Trittolemo avrebbe diffuso > 
la coltura del frumento, così narrasi anche di Demeter 
stessa che ella, nelle sue escursioni terrestri in cerca 
* della figliuola, in vari luoghi dove si trovava benigna- 
mente accolta, regalasse i semi del grano e insegnasse 
l'agricoltura insieme col proprio culto. Ma coloro che 
contrastavano all'in traduzione dell'agricoltura o manca- 
vano del dovuto onore al santuario della dea, erano da 
lei castigati. Così Erisittone, figlio di Triope in Tessa- 
glia, invase coi suoi schiavi il bosco di Demeter e ne 
atterrò gli alberi : ma di ciò fu punito dalla dea con una 
fame insaziabile. Ov. Mei. 8, 740 e seg. 

Poiché Demeter rappresentava in origine la madre 
terra che dal suo cieco grembo emette le piante ('Àv^ae- 
Swpa, germinatrice di doni), così entrò in relazione colle 
divinità inferno, e quindi si chiamò inferna o sotterranea 
(X3oWflt). Questa antica e pelasgica (IL) ct?yi<;) dea della 
natura, fu spesso messa insieme con Posidone, conside- 
rato come il dio dell'acqua che si diffonde per tutta la 
terra : onde si finse che Posidone nutrisse amore per 



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— 150 — 

Demeter fu già nel tempo pelasgico adorata per tutta 
la Grecia cioè, oltre V Attica, in Megara, Beozia, in 
tutto il Peloponneso, sulle coste occidentali dell'Asia 
minore, a Delo e Creta. Da Megara e Corinto passò il 
suo culto già per tempo in Sicilia. Questa fertile isola 
fu riguardata come un soggiorno prediletto di De- 
meter, e se ne formò la favola che là fosse accaduto il 
rapimento di Persefone. Dal tempo della invasione do- 
rica, il culto di Demeter fu bandito da una gran parte 
del Peloponneso, ove dominava la stirpe dorica (Erod. 2 r 
171) ; poiché i Dorii erano nemici delia pacifica dea del- 
l'agricoltura, essendo una stirpe eroica guerresca che ri- 
conosceva per nume principale, Apollo. Per la prevalenza 
dei Dorii, l'oracolo delfico di Apollo acquistò per tutta la 
Grecia la più alta importanza, e perciò principalmente il 
culto degli dèi olimpici fu universalmente riconosciuto. 
Demeter non appartenne in origine a questi dèi, e il suo 
culto non si collegò mai compiutamente con quello de- 
gli olimpici, a quel modo che lo spirito dell'antica vita 
pelasgica, vita patriarcale fondata sull'agricoltura, con- 
servato in parte dalle stirpi degli Achei e degli Jonii, 
non si accordò mai intieramente colTeroismo guerriero 
dei Dorii. Più tardi, accostumatosi il popolo alla pace e 
stancatosi della vita guerriera introdotta dalla stirpe do - 
rica, anche il sentimento religioso si volse nuovamente 
alle pacifiche potenze della natura, e il culto della mite 
dea dell'agricoltura e dell'ordine civile, tornò a fiorire 
nella Grecia. Dall'Attica rientrò sotto una novella forma 
nel Peloponneso, e il tempio eleusino di Demeter di- 
venne a poco a poco il centro religioso della Grecia, co- 
m'era stato fino a quel punto l'oracolo Apollineo di 
Delfo. 

I Misteri, formando parte dell' antico culto pelasgico, 



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— 151 — 

eran caduti in basso nel periodo dorico, e avean quindi 
dovuto pigliar forum di culto segreto. Anticamente 
il culto di Demeter a Eleusi consisteva solamente in 
semplici feste campestri che riferivansi alla sementa 
del grano, alla raccolta, e simili cose : ma in processo di 
tempo, questo antico culto pelasgico si cambiò in un 
culto segreto , al quale soleano farsi iniziare special- 
mente i particolari. Gli Orfici, di cui già più volte ab- 
biamo parlato, preser parte a questi misteri, che, per 
opera loro, raggiunsero la più alta importanza. Non ba- 
stò di ritenere le antiche idee, ma delle cerimonie e dei 
simboli antichi si valsero per significare con essi le idee 
nuove sopra la vita umana, sul destino dell'anima dopo 
la morte, e simili questioni. Onde il concetto del depe- 
rimento e del risorgimento della natura o, più special- 
mente, della semenza del grano, che si trovavano nel culto 
di Demeter e che erano espressi col mito del rapimento 
di Persefonc, servirono acconciamente a rannodarvi le 
idee dell'immortalità dell'anima. 

Dei misteri di Demeter noi abbiamo invero scarse 
notizie : pure è certo che tali idee costituivano il centro 
di tutto questo culto. Quindi dopo Demeter era Perse- 
fone la principale divinità dei misteri sì eleusini, sì de- 
rivati da questi. Ma più tardi, certo per opera degli 
Orfici, vi si accompagnò altresì il frigio Jkcco, sotto il 
nome di lacco ( Ixx^os), che fecesi figlio di Demeter e 
di Zeus, e fratello e sposo di Persefonc. Questo lacco, 
rappresentato come fanciullo, aveva un significato simile 
a quello di Persefone, e figurava come Kcpos (fanciullo) 
a canto di Kóp>j. 

Eleusi era ab antico in lega con Atene. Gli Ateniesi 
ogni anno, verso il termine, fra la raccolta e la sementa, 
nel mese Bocdromione, (settembre-ottobre) celebravano 



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— 152 — 

pel corso di nove giorni le grandi Eleusine. I primi 
giorni si passavano in apparecchi per la festa pro- 
priamente detta, sacrifici, purificazioni e lavande (una 
processione al mare), digiuni e simili cose. Il più mi- 
rabile era la gran processione da Atene a Eleusi sulla 
strada sacra, che probabilmente si faceva il sesto giorno 
della festa, nella seconda meta del giorno medesimo; co- 
sicché dopo un viaggio di due miglia si giungeva ad 
Eleusi col rompere della notte. La schiera dei sacerdoti 
e degli iniziati era incoronata d'ellera e di mirto, e por- 
tava in mano spighe, arnesi d' agricoltura e fiaccole. 
Nella seguente notte la solennità si rivolgeva special- 
mente alla ricerca affannosa della sparita Persefone, a 
cui poi succedeva la letizia del ritrovamento. Nel gran 
tempio di Demeter a Eleusi celebravasi il sacro dramma, 
in cui si rappresentava agli iniziati, con gran pompa, la 
storia di Demeter, di Persefone e d' lacco, mettendo 
davanti agli occhi loro simboli diversi, in mezzo a invo- 
cazioni e canti. QV iniziati con ogni maniera di ceri- 
monie segrete , si chiamavano Misti (/xùjTae), fra i 
quali una classe a parte componeano i pienamente ini- 
ziati, gli Epopti (àrórrat), gli spettatori : la manifesta- 
zione del segreto dei misteri era severamente punita. — 
Le piccole Eleusinie erano celebrate ad Atene verso il 
principio della primavera, nel mese Antesterione (Feb- 
braio-Marzo). — Oltracciò in Atene si celebrava, circa 
un mese dopo le grandi Eleusinie, la festa delle Tesmo- 
forie (QivuopCpia, festa della lepislazione) : questa festa 
dove pigliavan parte solo le donne maritate, e che si al- 
largò in molti altri luoghi specialmente presso la stirpe 
ionica, si riferiva in singoiar modo alla fondazione del- 
l'agricoltura, delle nozze e dell'ordine civile che quinci 
deriva. 



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— 153 — 

Le rappresentazioni artistiche di Demeter somi- 
gliano a quelle di Era, se non che ella apparisce più 
in sembianza di madre, e ha qualche cosa di più mol- 
le e di più benigno che non questa. Si ravvisa facil- 
mente alla corona di spighe, alla face, alle spighe e 
papaveri che porta in mano, e al paniere di frutti. 
Spesso anche si trova appresso di lei il porco, sim- 
bolo di fertilità (Fig. 22. Demeter: da una pittura 
murale di Pompei). 

Più tardi si confuse Demeter con Gea e Rea Ci- 
bele. 

13. — I Cabiri (Kdt/3«poc, Cairn). 

Sopra la natura dei Cabir i, si può dir ben poco di 
esatto, poiché le notizie che abbiamo di essi derivano 
in gran parte da tempi più recenti, in cui le divinità 
che a causa della loro mistica natura riuscivano oscu- 
re, veniano legate e mescolate con diversi altri dèi. 
Probabilmente erano antiche divinità di second'ordine, 
relative alla fertilità della terra. In Beozia ove, per 
quanto pare, ebbe origine il culto loro, si trovano col- 
legati con Demeter. Di là si allargò probabilmente 
questo culto a Lemno, Imbro, Samotracia e altrove» 
In Lemno i Cabiri si unirono con Efesto, il quale è 
da riguardarsi, in questa unione, nella sua originai for- 
ma di dio naturale, cioè di fuoco sotterraneo ope- 
rante. A tali divinità di natura, come Demeter ed 
Efesto si rannodano i Cabiri in qualità di dèmoni 
loro ministri, e benefiche potenze di natura : ma poi- 
ché col tempo Efesto diventò a preferenza il dio ar- 
tefice e artista, cosi pa?sò anche nei Cabiri questa qua- 
lità, ed essi divennero manovali di Efesto nella lavo- 



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— 154 — 

razion del metallo. Inoltre i Cabiri furono, nelle isole 
soprannominate, a causa delia vicinanza del mare, di- 
vinità salvatrici dalla tempesta, e sotto questo aspetto 
confusi coi Dioscuri (l). 

Antichissimo deve essere stato in Beozia il culto 
dei Cabiri: dopo la presa di Tebe per gli Epigoni, 
caddero in basso, ma più tardi il culto loro rifiorì in 
forma di misteri. I più famosi furono i misteri dei 
Cabiri in Samotracia : i loro nomi, secondo un più re- 
cente scrittore, erano Acsiero, Acsiocersa e Acsiocer- 
sos. Camillo (Cadmilos, Cadmos, V ordinatore) che si 
pigliava per Erme, era un loro ministro. 

14. — Pcr»ef»me, Cora (TLtpatpér^ Ihpupòvux, 
Ripatqyxjjx, Proserpina, Kòpy). 

Persefone, figlia di Zeus e di Demeter (Om. /?. 
14, 326. Od. 11, 217;, in Omero è la moglie di Ade: 

(1) Castore e Polideuce (Poìlux) figli di Zeus (Dioscùri) o diTindaro 
(Tindaridi) e di Leda, fratelli di Elena, nati ad Amicla, furono giovi- 
netti eroi valorosi della stirpe dorica, il primo come domator di cavalli, 
il secondo come pugilatore. Eran venerati a Sparta in qualità di pro- 
tettori dello Stato e specialmente di presidenti alla ginnastica : più 
tardi li confusero con altri dèi protettori e in singoiar modo coi Cabiri 
Samotraci. Furono duci della guerra, protettori dell'ospitalità, guida ai 
viandanti, specialmente ai marinari. Questi riguardavano come segni di 
lor presenza i fuochi di S. Elmo. Omero dice che essi già prima della 
guerra troiana, sparirono dalla terra: nondimeno anche " sotto terra 
hanno da Zeus il privilegio di vivere alternativamente un giorno e di 
nuovo morire il seguente : e godono onore pari agli Dei " (IL 3, 236 e 
seg. Od. 11, 298 e seg.J. Sicché essi menano una vita vicendevolmente 
mortale e immortale. Questo si cercò di spiegare colla favola che Po- 
lideuce era figlio di Zeus e però immortale, Castore figlio di Tindaro. 
e però mortale. Quando dunque Castore cadde nella lotta coi figli di 
Afareo, Ida e Linceo, allora Polideuce chiese a Zeus che lo facesse rao- 



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— 155 — 

ma del rapimento di lei per Ade stesso, non troviamo 
in Omero alcuna menzione, e il primo a ricordarlo h 
Esiodo (Teog. 912 e seg.). Presso Omero è la terribile 
regina dell'ombre, la nobile ed onorevole sposa di Ade, 
una copia femminile del suo tenebroso marito. Come 
Zeus ed Era sedono sul trono dell'Olimpo, così Ade e 
Persefone regnano nell'Inferno. Persefone divide con 
suo marito la signoria sovra i morti, sembra anzi che tra 
i morti comandi ella di preferenza, mentrechè Ade eser^ 
cita la sua potenza specialmente sui vivi, traendoli ine- 
sorabilmente nel regno dell'ombre. Persefone manda 
l'ombre a Odisseo venuto al regno de'morti, e di nuovo 
le dissipa (Od. 11, 213 e seg. 226. 385): finalmente ei 
teme che essa non le mandi dal fondo di Ade lo spa- 
ventevole capo della Gorgone (Od. 11, 633): a Tire- 
sia, fra tutti i morti, ella ha lasciato memoria e coscienza 
di sè stesso (Od. 10, 490 e seg.). Essa e Ade, il Zeus 
dell'inferno, ascoltano le imprecazioni degli uomini, e 
le eseguiscono (//. 9, 457. 569). 

Il concetto più benigno di Persefone o Core e la stretta 
relazione della figlia colla madre Demeter, si è svolto so- 
lamente dopo Omero. Considerata in questa sua relaziono 
con Demeter, ella è una tenera e amabil fanciulla che si 
ricrea con sollazzi innocenti fra le ninfe e le sue sorelle 
Atena, Artemide e Afrodite, cogliendo fiori di primavera 
e tessendone corone, finche non è rapita dal tenebroso 
re dell'ombre : rappresenta la florida vegetazione della 
natura nel suo nascere e nel suo deperire, o, in più stretta 
senso, la sementa dei grano affidata alla terra, e ger- 

rire insieme col fratello. Zeus gli lasciò la scelta o di abitar seco eter- 
namente negli splendori dell'Olimpo, o di vivere alternativamente col 
fratello un giorno nell'Olimpo, e un giorno morire e abitare in Ade. Po* 
lideuce elesse quest'ultimo partito. 



— 156 — 

mogliante (vedi pag. 151). Fu, specialmente in più 
recenti tempi, adorata insieme con Demeter come una 
mistica divinità, e confusa con diverse altre mistiche 
dèe, come Ecate, Crea, Kea e l'egiziana Iside : come 
tale ell'avrebbe generato insieme con Zeus il mistico 
Dioniso—lacco o Zagreo, ovvero sarebbe ella stessa 
la sposa di lacco (vedi Demeter). 

Nell'arte, Persefone fu in varii modi rappresentata, 
o come la severa moglie di Ade, simile ad Era, o 
come la tenera figlia di Demeter, o, come la mistica 
«posa di Dioniso-Iacco con una corona di eliera, e in 
mano una face ecc. 

15. Ade ("Aion;, 'AtSvj;, 'AtSumù;, IlXo'jrwv, 

Plato, Dis.)(l) 

Ade, figlio di Crono di Rea (Es. Teog. 453), fratello 
di Zeus e marito di Persefone, è il re dell'ombre, lo 
Zeus inferno o sotterraneo, Z*0; xara^óvcos, & V a« hrpwv, 
(//. 15, 188. 9, 457). Quando, dopo la caduta di 
Crono, divise l'universo coi suoi fratelli Zeus e Posi- 
done, toccò a lui l'inferno, l'ombra notturna (Zópo; 
wpÓEt.;, //. 15, 187 e seg.) : là regna egli con Perse- 
fone, come nell'Olimpo Zeus ed Era, ma anch' egli, per 
quanto potente, è, del pari che il fratello Posidone, 
soggetto al lor fratello più antico, più forte e più sag- 
gio, che è Zeus. Quando Evade in Pilo l'ebbe ferito, 
ei dovette venir nell'Olimpo e farsi curare da Peone 
medico degli dèi (//. 5, 395 e seg.). Ma ordinaria- 
mente abita nel suo regno, nell'inferno, seduto sui 

(1) Sono forme epiche 'ATSitf e 'A tou)V£UC, nella vita ordinaria 
e nei misteri si adoperava il nome IIXoÙtwv : una forma poetica di 
tempi più recenti è inoltre IIXguteu;. (Vedi pag. 17 nota). 



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— 157 — 

trono regale. Quando gli dèi vennero tra loro alle mani 
davanti a Troia, Zeus tuonava dall'alto e Posidone coltri- 
dente scuoteva la terra, allora Posidone spaventato saltò 
gridando giù dal trono, per timore chelasua orribile casa, 
davanti alla quale inorridiscono anche gli dèi, non si 
rendesse visibile agli uomini e ai numi (//. 20, 54 
e seg.). 

Questo re occulto, e operatore nell'occulto, ha nel 
regno dell'ombre un elmo che lo rende invisibile (IL 
5, 845) : la sua terribil potenza precipita, senza pietà, 
i mortali nell'ombra, ed egli è il più odioso agli uomini fra 
tutti gli dèi (//.9, 158). Tutti gli uomini vengono 
nel regno di Ade : quindi ei si chiama anche Polide- 
gmone e Polidecte (UoKu^y^wv, IIoXu5éxt>j$, Vaccoglitore 
di molti. Om. Inn. 4 a Dem. 9 31). Ei tiene chiusa 
diligentemente la porta dell'inferno, affinchè nessuno 
possa più ritornare alla luce (7ruXdtpr>is //. 8 367) — 
Ade ha in Omero il soprannome di kXutóttwXo;, famoso 
pei cavalli (IL 5, 654), il dio dai pregiati cavalli. È 
molto dubbioso se queste parole si riferiscano al ratto 
di Persefone, poiché non se ne trova menzione alcuna 
presso Omero: piuttosto l'idea fondamentale qui è, 
che il dio invola dal mondo le anime portandole via 
su un carro. Questo ufficio di condurre le anime fu, 
col tempo, ascritto specialmente ad Erme (vJ/t>;co7ropró$), 
il quale con aurea verga scorta le anime stesse ; ma 
ancora Pindaro parla della verga di Ade, con cui egli 
spinge le ombre nel proprio regno. Poiché egli porta 
gli uomini all'eterna quiete, ei si chiama anche tt^y/joIty^ 
(Vacquetatore di tutto, Sofocl. Antig. 802.) — 

Il dio che regna nei profondi della terra ha anche, 
come Persefone, un aspetto benigno e amichevole, quello 
di benefico produttore della ricca messe delle piante 



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— 158 — 

(Esiod. Op. 465), e possessore e datore dei ricchi metalli 
che giacciono sotto terra, e perciò porta il soprannome 
di Plutone o Pluto. Quindi si trova spesso rappresentato 
in opere d'arte, col corno dell'abbondanza o col fascetto 
delie spighe. Questo aspetto benigno, nei tempi succes- 
sivi ad Omero, prese, specialmente in virtù dei misteri, 
una più larga estensione, poiché si cercava di togliere 
all' idea della morte una parte della sua terribilità, ten- 
tativo che si manifesta anche in molti soprannomi di 
questo dio, come Kxùjxevo; V illustre, EvjSouXo; ed EùjSouXéuc, 
«7 benevolo. In questo modo anche le Erinni divennero 
Eumenidi. 

Sull'isola occidentale Eritia (EpùBitx), e nell'inferno, 
possiede questo nume greggi di giovenchi, dei quali è 
pastore Menezio. Per queste greggi, in origine, si intese 
significare le schiere dei morti : anzi fu spesso imma- 
ginato anch'egli come un pastore che pascola il suo 
gregge. 

F uori del ratto di Persefone, pochi miti si conoscono 
intorno ad Ade. Omero accenna una ferita di lui, rice- 
vuta da Eracle a Pilo (//. 5, 395 vedi Eracle e). Sem- 
bra esser questa un antichissima favola di un violento 
scontro divino, del quale parla anche Pindaro 01. 9, 30: 
ad Eracle che andava contro i Pilli, si opposero, oltre 
Ade loro nume, anche Posidone, Ares, Apollo ed Era, 
ma lo assisterono nella lotta Zeus ed Atena. 

Quando si invocava Ade, si batteva colle mani in 
terra (//. 9, 568): si offriva sì a lui come a Persefone, 
divinità dell'ombre, pecore negre, e si torceva lo sguar- 
do dal sacrificio ( Od. 10, 527). Gli erano sacri il cipresso 
e il rarciso. Ade ebbe culto speciale a Ermione insieme 
con Persefone o Demeter, e in Elide. Sul monte Minte, 
presso Pilo delia Trifilia, era un distretto a lui sacro : 



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— 159 — 

a settentrione di Pilo era il fiume de' morti Acheronte, 

e lì pi-esso il tempio di Ade, di Persefone e di Demeter. 

Un sacro distretto e un tempio aveva egli anche in Pilo 
dell'Elide. Probabilmente in questi luoghi, come anche 

a Ermione, si trovavano delle spaccature di terreno che 
erano riguardate come porte per discendere sotterra. 

L'arte rappresentava Ade simile a 1 suoi fratelli Zeus 
e Posidone: solamente si distingue egli da loro alla 
guardatura più fosca, e ai capelli che gli cadono sulla 
fronte. Ordinariamente ha un 1 ampia veste. Sono suoi 
attributi la chiave dell'inferno, e Cerbero. Ci restano 
di lui poche statue e busti, che, per lo più, son confusi 
coiregiziano Serapidc (1). 

Sopra le idee che si avevano dell'Inferno, vedi sopra 
pag. 17 e seg. 

16. — lanalos. (BàvaroO e Ipno». 
(Trvos, Somnus) 

Tanatos è la personificazione della morte in generale, 
distinta dalle Cere, singole specie di morte, lpnos è la 
personificazione del sonno. In Omero si presentan di 
rado come personificazioni (//. 14, 231. 16, 672). Nel- 
l'ultimo di questi luoghi, Zeus ordina ad Apollo di con- 
segnare il suo caduto figlio Sarpedonte al sonno e alla 
morte, gemelli, affinchè lo portino velocemente in Licia, 
dove i suoi parenti rendano al cadavere i dovuti onori. 

(1) Questo Serapide, presso i Greci Sarapis, era un dio egiziano del- 
l'anime divise da' corpi, il culto del quale sarebbe stato introdotto in 
Egitto per la prima volta al tempo dei Tolomei (Tacit. ist. 4, 83), quan- 
tunque in un più antico tempo non sembra essere stato estraneo agli Egi- 
ziani. Il suo culto venne anche in Grecia e in Roma, e si diffuse larga- 
mente nell'impero romano, malgrado i ritegni che vi poneva lo stato. 



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— 160 — 

Ambedue i gemelli son figli della Notte (Nuì-) e abi- 
tano nell'inferno (Esiod. Teog. 211. 758). Presso Sofo- 
cle, Edip. Col. 1574, Tanatos, dio del sonno perpetuo, 
(<xt£vu7rvos) è figlio di Ge e del Tartaro. Il sonno vola 
sulla terra e sul largo mare, tran Duilio e amico degli 
uomini, ma alla Morte si irrigidisce nel petto il ferreo 
cuore privo d'ogni pietà, e se alcuno ella odia, lo af- 
ferra saldamente, orribile, non che altro, agli dèi im- 
mortali (Esiod. Teog. 762). Tanatos distruggitore delle 
vite, stendendosi ampiamente velato dalla notte, porta i 
gravi sonni della morte, mentre l'amabile ambrosio Ipnos 
vincitore degli uomini e degli dèi (7r*vóajmàTwp), arreca 
soave quiete. Una volta, alle preghiere di Era, egli ad- 
dormentò anche Zeus, volendo ella sommergere in mare 
Eracle da lei odiato. Ma quando Zeus si destò, andò in 
collera con Ipnos, e l'avrebbe precipitato nel mare, se la 
veneranda madre Notte, antichissima figlia del Caos 
(Esiod. Teog. 123), non lo proteggeva. Anche dopo, 
egli ardì, pure per le preghiere di Era, assonnare un'al- 
tra volta sul monte Ida il re degli dèi; perchè Posidone 
potesse, senza alcun ritegno, dar soccorso agli Achei 
nella guerra di Troia ; ma Era dovette promettergli per 
mercede la Caritè Pasitea (//. 14, 231 e seg.) - Ovidio 
(Met. 11, 592 e seg.) pone la casa del sonno presso i 
Cimmerii abitanti nell'estremo settentrione : ivi in un'o- 
scura caverna egli dorme, circondato dal gregge dei 
sogni. 

Tanatos e Ipnos furono spesso rappresentati insieme. 
Sull'arca di Cipselo, (una cassa di legno adornata con 
figure, che dai Cipselidi, tiranni di Corinto, era stata 
consacrata in Olimpia) era impressa la Notte che portava 
in braccio da una parte un fanciullo nero e dall'altro un 
fanciullo bianco addormentati, coll'epigrafe, Tanatos e 



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— 161 — 

Ipnos. Comunemente l'arte ritraeva Tanatos come un 
bel fanciullo o giovinetto, per lo più dormiente e colla 
face spenta, o ancora accesa ma rovesciata. Il Sonno ap- 
pare sotto aspetti molto ben differenti , ora come 
fanciullo, ora come giovinetto o come vecchio, coli 'ali o 
senza; porta una verga colla quale concilia il sonno negli 
uomini, o un ramo di papavero, o il corno dal quale stilla 
su gli uomini il sonno. 

Esiodo (Teog. 212) nomina, dopo Ipnos e Tanatos, 
anche i sogni ("Ovtipoi),' figli della notte i secondo altri, 
son figli del Sonno o della terra. Omero non conosce al- 
cuno Oniros come dio e signore dei sogni ; nell'i/. 2, 
6. ovtipog- è, come anche altrove, una semplice immagine 
del sogno senza alcuno essere di persona. 

* • • • • . * • 

17. — Cer (K>sp, Kjfpts) 

* • 

, * ■ 

Cer e la personificazione femminina del fato della 
morte, del destino mortale (x.>)p e -S-avàroto), dei 
modi speciali di morte, quindi spesso si hanno le Cere 
(Kypts) in plurale; Questa parola presso i poeti ondeggia 
fra la personificazione e l'appellativo : in Omero K^p o 
K>ip£S appariscono sol di rado come proprie personifica- 
zioni. Sono dèe oscure, maligne e funeste, inevitabili 
e a tutti odiose: insieme con Eris e Cidimos (Lite e 
Tumulto)^ aggira Cer per la battaglia in sanguinosa ve- 
ste, ora afferrando un ferito che ancora vive, ora uno 
tuttora intatto, ora invece strascinando un morto pei 
piedi : si contrastano Fun l'altro i cadaveri, come uo- 
mini mortali (IL 18, 535 e seg.). Ugualmente orribili 
appariscono le Cere presso Esiodo nello scudo d'Eracle, 
(249 e seg.), nere, stillanti di sangue, con guardo spaven- 
tevole : digrignano i bianchi denti e si azzuffano pei ca% 

il 



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— 1C2 — 

duti, volendo ognuna succhiarne il sangue. Nella Teo- 
gonia(211), si dicono figlie dellaNotte (vj£), sorelle delle 
Mire, vviXfo7roivo?, pnnitrici senza misericordia : hanno 
ancor qui un carattere simile a quello delle Erinni, so- 
miglianza che crebbe col tempo. Le Cere divenner an- 
che, appunto come l'Erinni, le rappresentanti delle dèe 
della sventura in generale : quindi pesti desolanti, cure 

travaglianti, e vecchiezza gravosa si chiamarono Cere. 

■ ■ 

IR Le Erinni (*Epcvó$, u*s, EfyuvÌS«s 
Furiae, Eumenides.) 

Le Erinni, figlie di Gea, nate dal sangue di Urano 
mutilato da Crono suo figlio (Es. Teog. 185), dèe 
antiche e terribili, che abitano nell 1 Èrebo, eone le dèe 
dell'imprecazione sdegnosa e della vendetta pulitrice : 
rappresentano il sentimento di profonda mortificazione 
e di doloroso sdegno che sorge quando i sacri dritti 
nella vita umana sono colposamente violati. Così Omero 
parla di Erinni dei genitori, e di Erinni di fratelli mag- 
giori, a cui i loro figli o i loro minori fratelli non ren- 
dono gli onori dovuti e fanno oltraggio: allora la Erinni 
o le Erinni levansi in atto e assumono il loro ufficio della 
vendetta, poiché i sacri diritti della famiglia furono cal- 
pestati (//. 21, 412. 9, 571. Od. 11, 279). Del resto an- 
che i *nendici, i supplici, gli ospiti, che cercano compas- 
sione e protezione e accoglienza, hanno le loro Erinni, 
qualora sieno superbamente oltraggiati. (Od. 17, 475). 
Nella imprecazione (àpà) prorompe il dolore e lo sdegno 
per l'ingiuria sofferta : quindi le Erinni presso di Eschilo 
si chiamano eziandio 'ApaV. 

L'idea dell'Erinni ha nondimeno in Omero un' esten- 
sione anche maggiore : giacché esse perseguitano ogni 



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— 163 — 



colpevole, l'omicida, lo spergiuro e via discorrendo. Il 
quinto giorno del mese, giorno funesto, esse vengono 
alla luce del mondo per castigare gli spergiuri (Esiod. 
Op. 803. e seg. //. 19, 259). Avvolte in oscura nebbia 
vanno attorno e raggiungono colla loro terribil potenza 
il colpevole: lo perseguitano sulla terra e lo castigano, 
dopo là morte, anche nell'inferno : portano rovina die- 
tro ogni iniquo fatto che l'uomo abbia intrapreso (Uotvxt, 
le pitnitrici, presso Eschilo) : ma acciecano anche la mente 
dell'uomo e lo conducono prima al delitto e poi alla 
sciagura. Così esse diventano, come le Mire, dèe fatali, 
apportatrici di sventure. Agamennone, dopo avere offeso 
l'onore di Achille e quindi attirato rovina sopra se e gli 
Achei, diceva per discolparsi: non son io il reo; ma 
Zeus e la Mira, c le Erinni che si aggirano per le te- 
nebre, mi hanno accecato. (//. 19,87. e seg. Od. 15, 234). 

Omero parla ora di un'Erinni, ora di più, ma non ne 
da il numero, nò il nome; e nulla ci dice della origine 
loro. Esiodo, come sopra è detto, le fa nascere dalle 
goccie del sangue cadute in terra per la mutilazione di 
Urano , ma anche presso di lui non si determina ne il 
numero né il nome. Eschilo le chiama antiche divinità 
figlie della ìNotte: Sofocle, figlie di Scoto (della tenebra), 
e di Ge (Esch. Enmen. 321. Sofocl. Ed. Gol. 40. 106) 
senza però darne un numero determinato. Da nessun 
poeta prima d'Euripide ci è^dato il numero di tre, e solo 
dai poeti Alessandrini ci sono forniti i nomi Aletto 
('AK^xtw la inquieta) Tisifonc (Ti7t^óv>j, la vendicatrice 
delle strani) e Megera (MÉyatpx, V odiosa). 

Anche presso i tragici le Erinni si presentano non 
di rado come esseri vendicatori e funesti, che per tutte 
le guise perseguitano il colpevole, coll'espellcrlo dalla 
società, col rimorso della coscienza e coi tormenti nel- 



l'inferno ; anzi il concetto di esse come di fonti della 
sventura è talmente esteso, che anche esseri umani ap- 
portatori di rovina, come Elena e Medea, pigliano il 
nome di Erinni (Esch. Ag. 729. Sof. Elett. 1080. Eurip. 
Orest. 1386). Ma specialmente esse sono, presso i tra- 
gici, le vendicatrici dell'omicidio, del delitto di sangue 
commesso contro i diritti della famiglia dalla natura 
consacrati : esse per una necessaria legge di natura col- 
piscono chi si è macchiato di tal delitto, senza riguardo 
nè alle circostanze speciali del fatto, nè ad autorità di 
persona o di relazioni. I rappresentanti di tali vittime 
delle Erinni sono, presso i tragici, Oreste e Edipo. 
Oreste, per ordine di Apollo, ha vendicato nella propria 
madre Clitennestra, l'uccisione di Agamennone suo 
padre, e si è reso matricida. Perciò le Erinni mandate 
dalla madre gli stanno addosso come a una fiera accer- 
chiata dai cani, ed egli va a ricoverarsi a Delfo nei san- 
tuario d' Apollo. Il quale gli ordina, dopo compiuti 
molti riti d'espiazione, di andare ad Atene per esser la 
giudicato, sotto la presidenza della dea Atena. Anche 
là lo seguono le terribili dèe della vendetta : girano in- 
torno al tempio di Atena chiedendo sangue, e gli can- 
tano rombile canto delle Furie, canto che riempie lo 
spirito di errore e di confusione, e avvince intorno al 
colpevole ealdi legami. 

Già la potente Parca 
A noi filando incommutabil sorte, 
Tal n'assegnò vicenda : 
(Onde chi 1 giusto varca, 
Suoi congiunti ponendo a iniqua morte, 
Noi fin che all'Orco ei scenda $ 
Perseguitiam, nè gir laggiù pur anco 
Lasciam securo e franco :) 



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— 165 — 

tutte de* rei 

Por le case a soqquadro e la fortuna, 
Quando morte al congiunto osa il congiunto 
Recar. Tosto con rapido 
Piò chi sparso ha col ferro il nuovo sangue 
Noi seguiam, benché forte : e lui raggiunto 
Rendiam nud' ombra esangue. 

Quali in più chiaro lume 
Appo i mortali a sommo onor salite 
V'ha rinomanze, dairorrevol culto 
Sprezzate a terra cadono, 
Poi che le giunge ad occupar la nostra 
Negro-avvolta potenza, e con l'insulto 
Del duro piò le prostra. 

Però che il salto 
Da lunge io spicco, e scendere 
Fo del mio piò tutta sul reo dall'alto 

La grave possa ; 

Ed ei che fugge a tutto corso, reggere 
Non vale a quella scossa. 

Cade, nò donde 
Pur se n'avvede, attonito. 
Tal la colpa in sua mente atra diffonde 
Tenebra folta; 

Nube offusca sua casa, e un alto gemito 
Quindi echeggiar s'ascolta. 

(Trad. Bellotti) 

Atena, venendo in aiuto a Oreste, stabilisce sull'A- 
reopago un tribunale, innanzi al quale Apollo difendo 
contro le Erinni il suo cliente. I giudici danno il loro 
roto, e ultima Atena getta nell'urna la sua pietra bianca 
significante assoluzione: contati i voti, si trovano uguali 
i neri e i bianchi, onde Oreste è salvo e libero. Uomini 
mortali non avrebber potuto assolvere un matricida, solo 
il poteva la grazia degli dèi. Le Erinni, antiche divi- 




— 166 — 

nità, vinte nel piato dai giovani dèi, minacciano la città 
d'Atene di ruina, sterilità e peste, ma la dèa Atena le 
placa, e promette loro nella sua città un culto onorevole. 
Le Erinni, le dèe irate ;> di vengon così per la città be- 
nevoli e graziose divinità, Eumenidi (Eùy.mSu) : pro- 
mettono fecondità al terreno e agli animali, prosperità 
agli uomini, e sono accompagnate con gran festa nella 
grotta dell'Areopago. (Argomento dell' Eumenidi di 
Eschilo). 

L'altro capo consacrato all'Erinni è Edipo, lo sfortu- 
nato re di Tebe, il quale avea ucciso suo padre Laio 
e sposato sua madre Giocasta. Sebbene reo senza saperlo 
nè volerlo, ei dovea nondimeno, secondo la credenza de- 
gli antichi, scontare pienamente l'azione commessa, e 
di fatti incorse nel potere delle vendicatrici Erinni, che 
già lungo tempo aveano imperversato nella sua famiglia. 
Vecchio e cieco, incurvato sotto il peso delle sventure, 
esule dalla patria e accompagnato dalla sola Antigone 
sua figliuola, viene al sacro bosco dell'Erinni sul colle di 
Colono in vicinanza d'Atene, per ivi riconciliarsi, se- 
condo l'ammonizioni d'un oracolo, colle sdegnate dèe, 
e trovare l'ultimo riposo. Per una strettii fenditura del 
terreno (x^Xjuos où$ós, Sof. Edip. Colon. 1572) scende 
egli nei profondi, alla sede dell'Erinni, per non ritornare 
più indietro, e quindi riconciliato colle dèe, purificato e 
santificato dalla sventura, resta presidio e protezione del- 
l'attica terra (Argomento dell'Edipo a Colono di So- 
focle). 

Le favole di Oreste e di Edipo e delle relazioni loro 
Coll'Erinni non sono semplici invenzioni de'poeti, ma 
han radice nella fede e nel culto del popolo. L'ideaMel- 

■ 

(1) ipimiv significava presso gli Arcadi — adirarsi - 



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— 1G7 — 

l'Erinni si è svolta dall'idea di una Demeter (1) Erinni^ 
di una sotterranea Demeter iraconda, la quale era ado- 
rata in Arcadia e in Beozia, e nella real famiglia di Teb§ 
fece orribil governo della stirpe dei Labdacidi, per par- 
ricidi e fratricidi e obbrobrii di sangue. A poco a poco si 
sciolsero l'Erinni e si resero indipendenti da questa De- 
meter, e nella favola Tebana fu Edippo l'uomo la cui 
vita era tutta sacra all'Erinni. Già fino dal nascere, 
è, esposto sul Citerone monte consacrato alle Erinni, 
poi per accecamento di mente incorre in delitti e in 
isciagure, e sol colla morte placa le terribili dèe. La sua 
tomba che, secondo la favola tebana, si trovava a Eteone 
in Beozia in un santuario di Demeter, divenne un luogo 
di salute e di prosperità. Dalla Beozia probabilmente 
fu portato il culto dell'Erinni nell'Attica sul Colle 
di Colono, e sul Colle di Ares o Areopago nella 
città, di Atene. In Attica le Erinni si chiamavano 
Serrine (Zijxvxi Qixi, le onorande) : proprio di Sidone 
fu il nome Eumcnidi (Eù/luvìScs). Anche nel Pelo- 
ponneso trovasi un culto antico delle Erinni, e quivi 
specialmente si è formata la favola di Oreste. Questi 
avrebbe passato il tempo della sua maledizione e del- 
l'esilio in Parrasie, paese d'Arcadia, dove si mostrava, 
anche più. tardi, un santuario delle Manie, cioè delle dèe 
furiose e facenti infuriare (Mavc'a*), le quali spinsero 
Oreste in tal furore di mente, che coi denti si troncò un 
dito. Non lungi di là era situato il luogo "Ami (la gua- 
rigioni), dove le dèe avevano un santuario in qualità di 
JSumenidi, e quivi apparvero a Oreste in figura bianca. 
Egli offriva alle Erinni nere (persecutrici) sacrifizi 
mortuarii (ìvxyfouxrx) , e alle bianche {pacificate) 
sacrifizi divini (Gustav), Anche in molti altri luoghi del 
Peloponneso deve essere accaduto il cangiamento delle 



— 168 — 

Erinni in Eumenidi, ma sempre si rannodavano tali fa- 
vole al nome di Oreste. Queste favole del Peloponneso 
dettero il soggetto a Eschilo per la composizione delle 
sue Eumenidi, se non che egli per onorare la sua patria 
e specialmente rialzare l'autorità dell'Areopago, an- 
tico tribunale di sangue ad Atene, trasportò in Atene 
stessa l'assoluzione d'Oreste e la conciliazione delle 
Erinni che si rannodava col mito d'Oreste. 

Le terribili dèe che, divise dagli dèi olimpici e odiose 
ai mortali ed agli immortali abitano nel profondo del 
Tartaro, doveano avere una sembianza altresì spavente- 
vole. Prima di Eschilo la forma e l'aspetto loro non 
erano anche fissati : ma questo poeta pel primo le trasse 
sulla scena e quindi dovè dar loro una forma determi- 
nata. Come tipo egli ebbe sott'occhio le Gorgoni e le 
Arpie. Comparivan esse in lunghe vesti nere con cin- 
tura rosseggiante di sangue, in sembianza di donne 
vecchie e terribili, con serpenti per capelli, occhi san- 
guigni, lingua sporgente dalla bocca, e digrignando i 
denti. Come bracchi perseguivano esse, su per le traccia 
sanguinose, i capi a loro devoti, nel sonno abbaiavano, 
leccavano sangue dai cadaveri, e simili cose. Quindi 
presso Eschilo e anche in Sofocle son dette cagne. Un 
immagine ben diversa se ne ha in Euripide : per lui 
son esse agili e alate e giovani cacciatrici che portano 
in mano facelle e serpenti. E tale immagine servì di 
fondamento anche all'arte plastica la quale, creando 
immagini durevoli, dovè guardarsi dal turbare l'occhio 
e il senso con quelle forme spaventevoli di cui si 
vale Eschilo. 

Si sacrificavano alle Erinni pecore nere e talor an- 
che pregne, e si facean loro libazioni senza vino, con 
miele e acqua. 0 



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« 



— 169 — 

19. Ecate (E*étTvi, Hecaté). 

Ecate, l 1 operante da lontano, dacché ha preso un signifi- 
cato suo proprio e speciale, si manifesta interamente come 
una dèa inferna,che si accompagna spesso anche coirErin- 
ni. In Omero nulla troviamo sopra questa dèa: ma Esio- 
do (Teog. 411 — 452) ci dice che questa figlia di 
Perse e di Asteria fu da Zeus onorata sopra tutti 
gli altri Titani, e le fu concessa l'alta dignità di do- 
minare in cielo, sulla terra e in mare, e di dare for- 
tuna e vittoria, prudenza nelle assemblee e nei giù- 
dizii, felice caccia e navigazione, prosperità alla gioventù, 
e aumento alle greggi. Questo luogo così disteso e 
sostanzioso di Esiodo, è però molto sospetto, e pare 
un'inserzione di un tempo più recente, quando gli 
Orfici colle loro idee religiose aveano prevalso. Poiché 
per questi, Ecate, che era stata fin allora una divi- 
nità antica, ma poco ricordata e conosciuta, fu messa 
in rilievo e onorata di culto speciale : essi le riferirono 
molti elementi forestieri, e la ridussero ad una divi- 
nità mistica che, essendo riguardata come una regina 
della natura, dominatrice in cielo, in terra e in mare, 
venne confusa con altre dèe mistiche, come Deme- 
ter, Persefone e Rea-Cibele. Come protettrice delle 
iere e dei giovani (xjovpoTpòpos), fu unita con Arte- 
nide, dalla quale probabilmente è sorto e divenuto poi 
iidipendente il concetto di lei, poiché u&tyi è un attri- 
btto ordinario di Artemide saettatrice. Quindi anche 
Ecate fu trasformata in una dea della luna. 

ler le sue relazioni con Demeter e Persefone, relazion» 
che^ià appariscono nell'inno omerico a Demeter (v. 25 # 
52. <38), e per la sua mistione con Persefone, mistione 

i 
\ 



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— 170 - 

• che già si trova nei tragici, Ecate diventò di prefe- 
renza una dèa ctouica o inferna* '•una dominatrice del- 
l'ombre, terribile e possente. Vi ha nella sua natura 
qualche cosa di fantastico e di pauroso, onde ella fu sog- 
getto a mol te selvaggie superstizioni : essa, mandava fuor 
dell'inferno spettri notturni, come YEmpusa, impervcrr 
sava di notte insieme colTanime dei trapassati su p^i tri- 
vii (itvodta,Tpw5tT(;, Triviale intorno ai sepolcri (TvpfitSia,), 
al suo av vicinarci i cani ululavano e guaivano, ed essa 
medesima era accompagnata da cani stigii. Protegge 
e ammaestra le maliarde che nella notte cercano l'erbe 
incantataci nutrite dal raggio della luna , (cioè di lei 
medesima), e nelle tenebre della notte fanno i loro cru- 
deli e funesti scongiuri. • . , 

Si venerava Ecate specialmente a Samotracia, a Le- 
mno, in Argo, Atene, Egina e altri luoghi, parte con pub- 
blico culto, parte con privato. Davanti e dentro le caso 
é sui trivii si poneano i pilastri a lei sacri ('E*ÌT#(a, pi- 
lastri di Ecate, come 'Ef>^?,, pilastri di Erme), perchè 
proteggesse da ogni infortunio la casac U T passeggiere,_e 
al chiudere d'ogni mese, così a lei come ad altri dèi so- 
prastanti alla buona e alia cattiva fortuna, si imbandi- 
vano sui trivii delle cene, che erano poi divorate dai po- 
veri. Se le offriva dei cani, e, siaci essa come alle Erinni 
e ad altre divinità atoniche, del. miele, e pecore nero 
di latte. , 

i Dall'arte è rappresentata ora come uniforme, ora come 
triforme e con tre teste, poiché le sue immagini erano 
spesso poste sui trivii. Anche varii poeti la descrivono 
come una dèa tricipite, con un capo di cavallo, uno di 
cane, ed uno di leone. A ciò si riferiscono i soprannomi 
rpicraoxi<j>a\o^ Tpi}ioppos r triceps, triformis, tergemir^a. ..». 



- in - 

GH K rei ("Hpuw, Hcroes). 

Quella fantasia stessa che formò ai popolo greco i 
suoi dèi» liberi e forniti di personalità, creò eziandio i 
tipi degli eroi. Le favole delle avventure degli dei, in 
cui questi palesavano la natura e la, virtù loro, contene- 
vano in pari tempo la storia dei progenitori del popolo, 
presso i quali aveàno albergato gli dèi, e fondato i lor 
tempii, e introdotto il lor culto. Poiché certamente 
dovetter gli dèi avere un fondo e un campo dove 
comparire e operare, una stirpe umana sui destini 
della quale spiegare l'opera loro. Il popolo immaginò 
i suoi antichi eroi, i suoi padri, come sottoposti ben da 
vicino al favore o all'odio degli dèi, sotto la scorta dei 
quali essi avrebbero eseguito imprese fortunate e ono- 
revoli fatti, e dalla cui mano punitrice sarebbero stati 
gittati in gravi sciagure. Le favole di questi eroi dell'an- 
tichità sono nate e cresciute tra il popolo in tutti i luoghi 
della Grecia, non già inventate dai singoli poeti; ma quan- 
do sorse l'arte della poesia epica, ella si rivolse di prefer 
renza a questi subietti, ne trattò gran pa^te secondo le 
leggi artistiche, e li perfezionò con particolar amore. 
Quindi l'epica poesia si chiamò anche eroica. 

In Omero, per verità, ogni uomo libero ed onorando 
è chiamato eroe (IL 2, 110. 13, 629. Od. 2, 15): ma 
portano specialmente questo nome i duci, come gli 
Atridi, Laerte e altri di nobile stirpe, che derivavano 
la loro origine da qualche dio o dea (i faqytvus formano 
l'opposto degli àwpÉS Svjfiou). Non son essi distinti essen- 
zialmente dagli uomini ordinarli, ma sovra; loro si vantagn 
giano per una maggior forza corporale ; sono soggetti 
alla morte al pari degli altri uomini, ma alcuni predi- 



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letti agli dèi, come Menelao, ne vanno esenti, e se- 
guitano a vivere corporalmente negli Elisii. 

In Esiodo cominciano gli eroi a chiamarsi Semidei 
(yi^lQtoi), e sono la stirpe dei combattenti a Tebe e a 
Troia, che si segnalarono per giustizia, eroismo e forza, 
e dopo la morte soggiornano nell'isole de 1 beati (EsiocL 
Op. 156 e seg.). Pindaro fa degli eroi, esseri soprumani, 
che stan nel mezzo fra gli dèi e gli uomini, e sono og- 
getto di culto religioso. Col tempo adunque entrò riso- 
lutamente nella fede degli eroi un elemento religioso, 
e si formò uno speciale culto eroico con suoi propri 
sacrifici, simili a quelli dei morti (Èvayi'aftara), distinti 
affatto da quelli che si offrivano agli dèi. Principal- 
mente si offrivan loro libazioni (^oat) di miele, vino, 
acqua, anche d'olio e di latte ; e quando si sacrificava 
loro degli animali, si scannavano col capo volto vere* 
la terra, il sangue raccoglievasi in una fossa, e la carne 
non si mangiava, ma bruciavasi tutta. Queste cerimonia 
sacre furono praticate specialmente su quei sepolcri, dai 
quali gli eroi continuavano i loro benefici effetti e por- 
tavano tuttora buona ventura e prosperità. 

Gli eroi, quali generalmente viveano nella fede del 
popolo, non sono da considerarsi ne affat to storicamente» 
e come uomini comuni, nè affatto simbolicamente, coma 
semplici idee : son piuttosto uomini ideali e, in certo 
modo, i rappresentanti del popolo nelle sue origini, i 
quali inalzati sopra l'incertezza e la limitazione deDa 
ordinaria vita storica, sono stati ridotti a lucide forme, 
belle e grandiose. Il popolo li ammira come benefat- 
tori della sua stirpe, fondatori della città, dello stato, 
e dell'ordine legale, i quali a causa delie loro im- 
prese o anche della loro divina origine, sieno stati ono- 
rati dagli dèi d'un destino superiore a quello degli 



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— 173 — 

altri comuni mortali. Gli eroi sono, in parte, semplici 
immagini della fantasia, senza fondamento storico, come 
Danao ed Elleno, in parte essi han vissuto nell'anti- 
chità come uomini reali, ma il genio immaginoso del 
popolo rimosse da loro i limiti della vita usuale, e li 
ridusse a uomini ideali, come la maggior parte degli eroi 
della guerra troiana : altri furon certamente in origine 
di natura divina, ma col tempo si abbassarono allo stato 
di semplici eroi, come Perseo e Bellerofonte. In più 
tardo tempo si resero onori da eroi anche a personaggi 
storici, come ad Armodio e Aristogitone Ateniesi: non- 
dimeno il vero e proprio confine del tempo eroico fu il 
ritorno degli Eraclidi nel Peloponneso. 

Noi, in questa parte, faremo una rivista solo delle 
principalissime favole eroiche le quali sieno state di 
preferenza trattate e perfezionate dai poeti. 



» • 

i. 

* 

Favole di Corinto 
(Sisifo. Bellerofonte). 

Sisifo, figlio di Eolo fu il fondatore e il re di Corinto 
o, come anticamente si diceva, di Efira : da Omero (77. 
6.153) è chiamato il più cupido (vLÌpSu-o;) degli uomini, la 
qual cosa dee riferirsi al commercio e alla navigazione per 
cui Efira fioriva. Per la sua malvagità era duramente tor- 
mentato nell'inferno (vedi pag. 19-20). Omero non ci 
dice la causa di questo castigo, ma i poeti posteriori ne 
assegnano differenti. Eacconta A pollodoro che quando 



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Zeus rapi da Filo Egina figlia di Asopo, Sisifo sve- 
lasse la cosa all'ansioso padre; e quindi il suo castigo. 
La sagacia e l'ingannevole astuzia della sua indole (SC- 
avpos, da oopo;, vale V accorto) dettero occasione agli an- 
tichi di comporre mille varie novellette sopra di lui, 
delle quali abonda specialmente la stirpe eolica. Così 
fu raccontato che Zeus per castigo del suaccennato tra- 
dimento avesse destinato Sisifo alla morte ; ma Sisifo 
con una sottil malizia giungesse a legare la morte stessa, 
tantoché nissuno più moriva, finché Ares non la liberò 
dai legami. Ovvero, che Sisifo, prima di morire, coman- 
dasse alla sua donna di non seppellirlo, poscia pregasse 
Ade di rimandarlo per brev'ora nel mondo affinchè ei 
potesse castigare la donna sua della trascuranza di non 
averlo sepolto : ma una volta che fu nel mondo ei non 
avrebbe più avuto voglia di ritornare, se Erme non ve- 
niva a portarlo via per forza. Quest'ultimo fatto fu an- 
che dato come causa del suo castigo nell'inferno. — La 
tomba di Sisifo era sull'istmo. Fu suo figlio Glauco, e 
questi ebbe per figlio 

Bellerofonte(B£XX£po(j)6yT^;, BiWtpopw), l'irreprensibile, 
a cui gli dèi dieder bellezza e nobil virilità (1). Antea 
(presso i tragici, Stenebea) moglie di Preto, re di Ti- 
rinto, la cui signoria si estendeva anche sopra Corinto, 
s'innamorò di lui ; ma poiché essa non potè piegarlo ai 
suoi voleri, lo calunniò a suo marito. Preto arrabbiato, 
nè osando però uccidere egli stesso Bellerofonte, lo 
mandò dal suo suocero (lobate) in Licia, con una tavo- 
letta suggellata, entrovi geroglifici per lui funesti (orv^a- 
Ta Xuypà). Nove giorni il re lo tenne ad albergo : il de- 

(1) Sua madre si chiama Eurimede. Secondo altri è figlio di Posidone 
e d'EuriDome : e si chiama anche Leofonte (Àiwpóvnis). 



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— 175 — 

cimo, chiese di vedere i segni mandatigli da suo genero. 
Conosciutone il contenuto, mandò Bellerofonte ad ucci- 
dere la Chimera (1) mostro di razza divina, spirante 
fiamma, che nella parte superiore avea forma di leone, 
nell'inferiore di drago, nel mezzo di capra selvaggia. 
Soccorso dagli dèi (Bi&v ripàtici rnSfaui) Bellerofonte 
domò quel mostro. Poscia, per comando dello stesso re 
Licio, combattè prosperamente coi Solimi nemici nazio- 
nali dei Licii nelle vicine montagne, e in terzo luogo 
colle guerriere Amazzoni (2). Quando ritornava, il re 
gli apprestò un aguato dei migliori uomini di tutta la 
Licia, perchè tra via lo uccidessero, ma Bellerofonte li 
mise tutti a morte. Onde il re, conosciuto che il suo 
ospite era di stirpe divina, lo tenne appresso di se e gli 
diede sua figlia in moglie, e divise con lui la signoria. 
Ma i Licii gli assegnarono come sua proprietà un ec- 
cellente pezzo di terra fruttifera (//. 6, 152-195). Suoi 

(1) Secondo Omero (//. 16, 328) la Chimera fu allevata da Amiso- 
daro, re di Caria. Esiodo la chiama figlia di Tifone e di Echidna, e la 
descrive come un gran mostro veloce e gagliardo che spirava fiamme, 
con tre capi, uno di leone, uno di capra e uno di drago (Teog. 319 
e seg.). Le idee di Omero e di Esiodo furono dai posteriori collegate 
insieme in diverse maniere. La Chimera fu trasferita in Frigia, Libia, 
Egitto, India e più tardi fu considerata in un aspetto reale, come im- 
magine d'un vulcano. 

(2) Le Amazzoni, femmine guerriere, ideale deUa forza e del va- 
lore femminile, abitavano, secondo la favola, sulle coste orientali e in 
parte meridionali del mar nero in vicinanza del Caucaso e specialmente 
sul fiume Termodonte. La loro città capitale chiamavasi Temiscira. 
Euggivano l'incontro degli uomini e vivevano solamente di guerra. 
L'antichità racconta di molte spedizioni guerresche delle Amazzoni, in 
Frigia, in Lidia, a Lesbo e Samotracia, anche in Attica e in Beozia. Il 
concetto delle Amazzoni sorse probabilmente da oscure favole di donne 
della Sci zi a armate e da antiche tradizioni di Jerodule (ministre del 
tempio) a dèi guerriere, come Enio, Artemide ed Atena. 



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nepoti furono Glauco e Sarpedonte, condottieri dei 
Licii a Troia. Secondo Esiodo ( Teog. 325.), Bellero- 
fonte uccise là chimera coli 1 aiuto di Pegaso cavallo 
alato, germogliato dal tronco di Gorgone Medusa ( Teog. 
278 e seg.). Più tardi si die un senso più specificato 
alle parole omeriche £t&v Tipàtcai Trinerà;, narrando che 
gli dèi mentr'egli muoveva al combattimento gli 
mandarono il cavallo alato, e che Atena glielo imbri- 
gliò e addomesticò, e cose simili (Pind. 01. 13, 63 
e seg.). Secondo favole più recenti, Bellerofonte era 
fuggito da Corinto sua nativa città ad Argo o Ti- 
rinto in corte di Preto, per aver ucciso o suo fratello 
Deliade, o un Corinzio ragguardevole chiamato Bel- 
leros, donde gli sarebbe venuto il nome di Bellero- 
fonte (uccisore di Belleros), mentre che prima (per ri- 
spetto al cavallo Pegaso) ei si chiamava Ipponoo. Omero 
aggiunge che Bellerofonte più tardi venne in odio agli 
dèi, e che quindi solitario, schivando ogni traccia di uo- 
mini, andò errando per le campagne alee (cioè campa- 
gne dell'errore, da àXào/xat), consumandosi dal dolore. 
Non però ci è data da Omero la cagione di quest'odio 
celeste. Favole posteriori dicono che egli fosse punito 
per avere ucciso i Solimi cari agli dèi. Secondo il rac- 
conto di Pindaro (Istm. 6, 44), Bellerofonte montato 
su Pegaso avrebbe voluto volare in cielo, ma Zeus col 
morso di un assillo mise in furia il cavallo che sbalzò il 
cavaliere, il quale restò zoppo e cieco. — Nel bosco dei 
cipressi a Cranèo presso Corinto, Bellerofonte aveva un 
terreno a lui sacro : a Corinto era effigiato con Pegaso 
nel tempio di Posidone. Sulla via che da Corinto me- 
nava al porto Lecheo vedovasi Pegaso (il cavallo 
detta fonte, da nviyYÌ) nell'atto di fare scaturire dal 
teireno una fonte, pestandolo coli' unghia. Bellero- 



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— 177 — 

fonte e Pegaso sono strettamente collegati con Posidone 
dio dell'acque e del mare, Glauco, padre di Bellerof onte, 
è altresì un dio marino, e Posidone stesso si chiama padre 
di Bellerofonte o Ipponoo. Probabilmente, questi rap- 
presenta un singolo aspetto di Posidone medesimo, cioè 
quello di. Posidone twmog. 

* i , ■ • . » . t . ti 




Favole Argivc 

(Inaio. Danao. Danae. Pcrsea.) 

■ 

Il più antico re d' Argo fu Inaco, propriamente il 
dio del fiume argivo di questo nome, figlio di Oceano c 
di Teti. Fu uno dei nati dalla terra, il quale, dopo il 
diluvio di Deucalione fece discendere gli Argivi dal 
monte nel piano di Argo e rese questo abitabile, rac- 
cogliendo le acque nel fiume da lui chiamato. Più tardi 
fu detto essere egli egiziano, quando nei Greci era en- 
trata la mania di derivar tutto dall'oriente e dall'Egitto. 
Contendendo Posidone ed Era intorno al possesso di 
Argo,Inaco promise la terra ad Era c le offerse sacrifici. 
Secondo altre favole fu Foroneo ($cpwv£Ùs da pépw) figlio 
di Inaco, quegli che introdusse pel primo in Argo il 
culto di Era, e riunì gli uomini dispersi in una sede 
comune, e insegnò loro i rudimenti della coltura, conse- 
gnando ad essi il fuoco. Per questi beneficii era adorato 
in Argo come l'eroe del paese. , 

Gli Argivi raccontavano che Io figlia d'Inaco (vedi 
pag. 45) dopo aver lungamente errato, partorì in Egitto 



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— 178 — 

Epafo, il quale diventò re d'Egitto. Furono discendenti 
di Epafo, Danao ed Egitto, figli di Belo e di Anchirroe. 
Danao aveva 50 figlie, Egitto 50 figli, per paura dei 
quali Danao colle sue figlie (le Danaidi) fuggi su una 
nave a cinquanta remi, e venne ad Argo. Ivi preten- 
deva egli la signoria occupata allora da Gelanore uno 
dei discendenti di Inaco, e infatti gli Argivi gliela pro- 
misero. Ei fondò dunque la citta di Argo e insegnò sca- 
vare i pozzi. Ma ecco i figli d'Egitto che lo raggiungono 
volendo pure in moglie le sue figliuole. Danao li sposò 
insieme, ma continuando a temere dei suoi nepoti, e 
volendo vendicarsi della fuga da Egitto, impose alle 
figliuole che nella notte, cogliendogli nel sonno, ucci- 
dessero i cugini e mariti loro. Questo fecero tutte le 
Danaidi e seppellirono i cadaveri, eccettuata la sola 
Ipermnestra che volle salvare Linceo suo sposo. Per 
questo omicidio le Danaidi eran punite nell'inferno col 
dovere continuamente cavare acqua in una secchia sfon- 
data (Ovid. Met. 4, 462 ): quivi esse son chiamate, dal 
nome del nonno Belo, Belidi. 

La favola che fa venire Danao dall'Egitto in Argo, 
è d'origine più recente : Danao, al tempo del quale, 
come affermano gli antichi, cessarono gli Argivi di es- 
sere Pelasgioti e furono da indi in poi chiamati Danai, 
è il rappresentante della stirpe Achiva dei Danai che 
non aveano cogli Egiziani la più piccola relazione. Le 
Danaidi, sue figlie, che cavano continuamente acqua in 
un secchio sfondato, considerate sotto un aspetto natu - 
rale, si vuole che raffigurino i fiumi e le sorgenti dello 
sterile suolo Argivo, che tutti gli anni seccano nelT e- 
state. Erano esse venerate in Argo, perchè aveano 
provveduto il paese di pozzi, e quattro pozzi erano a 
lor consacrati. Amimone, una fra di loro, fu amata da 



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— 179 — 

» 

Posidone che, per amor di lei, fò scaturire una sorgente .« 
del medesimo nome. Se si considera il nucleo di tutta 
la favola delle Danaidi da un aspetto morale, vi si vede 
espressa la vita inutile e infelice alla quale è condan- 
nata ogni donna che si sottrae al suo proprio destina 
di essere moglie e madre di famiglia. — Il monu- 
mento di Danao si trovava in Argo nel mezzo del 
mercato : in Delfo aveva egli una statua insieme a Iper- 
mnestra e Linceo. 

Nepoti di Linceo e di Ipermnestra erano i due fra- 
telli nemici Acrisio e Preto, quegli re di Argo, questi 
di Tirinto. Le figlie di Preto, castigate dall'irato Dio- 
niso, per aver trascurato il suo culto, con uno schifoso 
morbo e con frenesia, furono risanate da M elampo vate 
e sacerdote, figlio di Amitaone Messenio, e nepote di 
Creteo (pag. 31), per la qual cosa Preto disposò le sue 
due figlie a lui e al fratello di lui Biante, e destinò loro 
due porzioni del suo regno. Così la stirpe eolica degli 
Amitaoni alla quale Adrasto apparteneva, passò nel- 
r Argolide (Od. 15, 224 e seg.). (1) — Figlia di Acrisio 
era Danae. Ammonito il padre dall'oracolo che sarebbe 
stato ucciso per mano di un figlio di Danae, nascose sua 
figlia in una camera sotterranea, ma Zeus innamorato di 
lei, in forma d'una pioggia d'oro penetrò nella camera 
e con lei generò Perseo (Sof. Antig. 931 e seg.), il più 
ragguardevole fra tutti gli uomini (tzàvtuìv àprìtUtrov 
àvopw///. 14, 320). Acrisio racchiuse madre e figlio in 

(1) Prima avea M elampo procurato a suo fratello Biante in Mes- 
sene le nozze con Fero beila figlia di Neleo, mandandolo a pren- 
dere di Tessaglia i giovenchi di Filaco, imperocché Neleo non tro- 
lea dar la figliuola ad altri che a colui il quale arrecasse come don* 
di nozze questi giovenchi tanto diligentemente sorvegliati. (Od, 11, 
281 e seg.) rJl j. . . •. , , .',»»•»>....;.• 



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— 180 — 

una cassa, e la cassa mise nel imàre, la quale si diresse al- 
l'isola Serifo, una delle Cicladi, dove Dictis con una rete 
la' trasse : m terra e consegnò madre e figlio a Polidette 
suo fratello, signor dell'isola. Più tardi voleva Polidette 
menare in moglie Danae, e siccome Perseo, già fatto 
grande, gli era d'impedimento, cercò di torlo di mezzo 
mandandolo dalle Gorgoni perchè gli arrecasse il capo 
della Gorgone Medusa (1), A quest'impresa lo assi- 
sterono Erme e Atena colla quale Medusa avea osato 
contrastare di bellezza, e lo guidarono prima dalle so- 
relle delle Gorgoni, le Graie, Enio, Pefredo e Dino, le 
quali, dalla nascita fino alla vecchiezza, non aveano 
avuto più che un occhio e un dente a comune, del quale 
si servivano alternativamente (2). Perseo tolse loro quel 
dente e quell'occhio, nò lo rése loro fin ch'esse non gli 

(1 ) Omero non conosce le Gorgoni, e nomina solamente il capo 
di Gorgo (ropT'nyj x.£<paXyì), uno spauracchio dell'Ade con occhi ter- 
ribili (Od. 11, 634) che, secondo //. 5, 738, si trovava entro l'egida 
di Zeus. Presso Esiodo (Teog. 270 e seg.) le Gorgoni, Steno, Eu- 
riale, e la mortale Medusa son figlie di Forci (<$opx.ù5£$> Phorcydesj 
P/iorcides,) e di Ceto : Posidone si sposò con Medusa e generò con lei 
Crisaore e il cavallo Pegaso che balzò fuori quand'ella fu uccisa. Abi- 
tavano nell'oscura estremità occidentale della terra, vicino alle Espe- 
ridi. Prima eran rappresentate coll'ali, di sembianze orribili, con ca- 
pelli di serpenti e cìnte pure con serpenti, ma più tardi l'arte le ritrasse 
in forma di avvenenti fanciulle, Probabilmente esse rappresentano 
Atena, considerata nel suo aspetto terribile, essendo anch'eli a talora 
chiamata Gorgo. 

(2) Ypouou, k vecchiarelley sono una personificazione della 
vecchiaia, ma i nomi loro denotano angoscia e spavento (Yephredo^ 
si rannoda con (pùiaauì). Esiodo nomina soltanto Pefredo ed Enio, 
dalle belle guance, di capei bianco sino dalla cuna, con belle vesti 
color di croco (Esiod. Teog. 270 e seg.). Eschilo pone le Graie ad 
abitare nei campi Gorgo nei di Cistene, in forma di cigno, non rischia- 
rate nè dal sole nè dalla luna. Comunemente, in qualità di guardiane 
delle Gorgoni, sono situate in vicinanza di quelle. 



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FIG. XXIII 




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— 181 — 

ebbero indicato la vìa iene portava alle ninfe. Da queste 
egli ebbe un paio dì scarpe aiate, una tasca e Telmo di 
Ade che rendeva l'uomo invisibile : Erme diedegli una 
falce, Atena uno specchio. Provveduto di questi arnesi 
portassi dalle Gorgoni Steno, Euriale e Medusa, che 
abitavano sull'Oceano presso Tàrteso. Le trovò che 
dormivano, ma, essendoché il loro sguardo aS^oa virtù 
di impietrire gli uomini, si avanzò col volto all'indie tro, 
e appressandosi a Medusa che sola, fra le sorelle, era 
mortale, le tagliò il capo, scorto da lui entro lo specchio 
che gli avea dato Atena. Dal busto di Medusa balzò 
fuori Pegaso, l'alato cavallo. Poiché Perseo ebbe messo 
nella sua tasca il capo di Medusa, prese a ritornare, sal- 
vandolo l'elmo di Ade dalle persecuzioni delle Gorgoni. 
Giunto in Etiopia, vide Andromeda, figlia del re Ce*- 
feo e di Cassiepea o Cassiopèa, esposta ad un mostro 
marino : la salvò e la sposò. Insiem con lei ritornò a 
Serifo, e col capo di Medusa impietrì Polidette, che 
volca per forza menar in moglie Danae sua madre. Po- 
scia fece Dictis re dell'isola, rimandò, per mezzo di Erme, 
tasca, scarpe alate ed elmo, alle ninfe, e donò il capo 
di Medusa ad Atena che lo pose in mezzo ai suo scudo 
(vedi pag. 53). Quindi msiem con Danae e Andromeda 
tornò ad Argo; ma Aerisio se ne fuggì a Larissa, dove 
più tardi per un caso fu ucciso da Perseo. Questi però 
«bbe ritegno dal succedere al suo ucciso nonno, e diede 
la signoria di Argo a Megapente figlio di Preto, in ri- 
compensa dell'aver egli avuto dal padre di lui la signoria 
di Tirinto. Quindi fondò anche le città di Midea e di Mi- 
cene. Con Andromeda generò, prima di venire in Gre- 
cia, Perse; e in Micene, Alceo, Stenelo, Elettrione, Gor- 
gofone ed altri. 

Perseo aveva santuarii (iipwa) fra Argo e Mice- 



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— 182 — 

ne, a Serifo, e ad Atene. I sacerdoti egiziani a Chem- 
mi raccontarono allo storico Erodoto, che Perseo nel 
suo viaggio di Libia, era giunto colà e vi area fondato 
una festa con certami guerreschi, per celebrare la sede 
di Danao suo antenato. Gli mostrarono anche un san- 
tuario di Perseo colla sua effigie e le sue scarpe da 
viaggio, l'apparizione delle quali prometteva alla valle 
del Nilo un'annata fruttifera. Ma, come si vede, que- 
ste non sono altroché invenzioni e fantasie di quei sa- 
cerdoti Egiziani che voleano provare al credulo Ero- 
doto un antico vincolo tra l'Egitto e la Grecia. Presso 
i Eomani prevalse la favola che Danae e Perseo nella 
cassa fossero spinti alle coste d'Italia, dove il re Pi- 
lumno si sposò con Danae e fondò la citta di Ardea- 
Quindi la pretesa derivazione di Turno re dei Rutuli, 
da Acrisio (Virg. En. 7, 410. 371). 

Omero fa solo una volta menzione di Perseo come di 
un eroe segnalato, ma delle imprese di lui nulla ci raccon- 
ta: non è però da inferirne che egli non conoscesse alcuno 
dei miti di Perseo, che anzi l'epiteto Tràvruv àpi&iWos 
àvfyóSv, mostra che le favole dei fatti di Perseo dovean 
già essere generalmente sparse e conosciute prima d'O- 
mero. Esiodo rammenta l'uccisione di Medusa fatta da 
Perseo, e la persecuzione mossagli dalle sorelle ( Teo<j % 
280. Scud. Ere. 216 e seg.). Il nucleo della favola deve 
essersi formato da antichissimo tempo in Argo e proba- 
bilmente era trattato in canti epici antichi, dai quali 
debbono aver tolto i fatti principali Pindaro (Pit. 12, 
11 e seg.) e il logografo Ferecide. 

< • 

Mi • . • • 



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1 

FIG. XXIV. 




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— 183 — 
3. — E rad e fHpoxMfc, Hercules) 



Dalla stirpe di Perseo derivò il più grande e com- 
piuto eroe del popolo greco, Eracle. Egli è l'eroe na- 
zionale dei Greci, il tipo d'un uomo che, sempre uni- 
formandosi al volere di Zeus, colla sua forza e pazienza, 
libera gli uomini dal bisogno e dai mali (àX£j-ua*o$), e 
con fatiche e lotte sostenute nella vita terrena, si gua- 
dagna l'immortalità. Non è qui necessario indagare se 
veramente abbia mai vissuto un Eracle : il certo si è che 
questo ideale di eroica virtù se lo è formato da se il po- 
polo greco, o che vi sia stato o che non vi sia stato un 
Eracle storico a fondamento. Già prima d'Omero i fatti 
di Eracle erano stati subietto di canti epici (eraclèe) ; 
ma per noi rimane Omero la sorgente pia antica. Nel- 
l'Iliade e nell'Odissea già i tratti principali della favola 
d'Eracle si trovano, benché sparsamente, pure assai di- 
stesamente accennati : qui, come pure in Esiodo, Eraclc 
è un perfetto eroe greco, armato di tutto punto come 
gli altri eroi, con lancia, arco e frecce, scudo, corazza 
ed elmo, e vi è impresso tutto quanto il carattere di 
uomo greco. Ma più tardi la cosa differenziò : Pisandro. 
poeta che fiorì intorno al 650 av. Cristo, nella sua Era- 
clea, dette a quest'eroe, in cambio della solita armatura, 
una clava e una pelle di leone per coprirsi il capo e il 
corpo i il campo delle sue imprese si allargò sempre più 
anche al di là dei confini di Grecia, straniere influenze 
fecersi sentire, quindi elementi stranieri si collegarono 
coi greci, le favole si accrebbero ed allargarono e cosi 
presero un colore che originariamente era assai lontano 
dallo spirito greco. Si usuqiarono specialmente elementi 
egiziani e fenicii; e i fatti e le spedizioni di Eracle sipo- 



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sero, secondo il modo di vedere degli orientali, in re- 
lazione col corso del sole. Per tutto ciò, nel ciclo dtlle 
favole riguardanti Eracle si è accumulata una tal quan- 
tità di materiali, che torni ben difficile portarvi ordire 
è luce. Noi ci accìngiamo a trattare il tutto, disponen- 
dolo secoiido l'epoche principali della vita di questo 
eroe. 

a) Origine e nascita di Eracle. — Eracle è detto 
da Omero figlio di Zeus e d'Alcmena o anche, in ri- 
guardo al suo patrigno, figlio di Amfitrione, e nativo di 
Tebe (//. 14, 323." Od. 11, 266 e seg. e 620 , A / x<^t P .u- 
wvtàS>K, By j j3a7'£vy,5, Esiod. Teog. 530). Apparteneva 
alla stirpe delFargivo Perseo, dei figli del quale, Alceo 
era padre di Amfitrione ed Elettrione padre di Aleme- 
na. Amfitrione aveva ucciso Elettrione suo suocero e 
dovette quindi, per sottrarsi alla persecuzione di Stenelo 
fratello del morto, fuggirsene, insieme colla moglie Al- 
cmena, a Tebe. Intorno alla nascita di Eracle in Tebe 
Omero racconta (II. 19, 95 e seg.): " Nel giorno in cui 
Alcmena era per partorire, Zeus nell'adunanza degli 
dei si vantò che quei dì in casa dei Perseidi sarebbe 
nato un uomo che avrebbe signoreggiato sopra tutti i 
circonvicini abitanti, sopra gli uomini della stirpe che 
da lui derivava (i Perseidi). Da ciò stimolata Era procurò 
che Zeus confermasse con giuramento quella promessa, 
ed ella come dea assistente ai parti fece in modo che in 
quel giorno Alcmena non partorì, e invece la moglie 
di Stenelo, delia famiglia di Perseo in Argo, si sgravò 
d'un figlio chiamato Euristeo. Quindi Eracle, benché 
fortissimo, venne sotto la signoria del debole e pauroso 
Euristeo. Questa favola è dai posteriori allargata an- 
cora e adornata, e ad Eracle si da come gemello, ma 
però figlio di Amfitrione, Ificle (Esiod. Scud. Ere. 



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— 185 — 

Pind. Nem. 10, 19 e seg, Istm. 7,5 e seg. — Eurip. 
Ere. furente 1-3. 149. 339 ecc. Eraclid. 37, 210. Ah 
cest. 508. 512. 842. Euripide nelYEracL fur. pone che 
Eracle sia nato in Argo, ma abiti in Tebe). 

Eracle fu originariamente il padre della stirpe degli 
Eraclidi Dorici, i quali, risiedendo anticamente in Tes- 
saglia, presero, al tempo della invasione dorica, la signo- 
ria del Peloponneso. Quindi le tradizioni relative a Era- 
cle furono trapiantate nell'Argolide, e l'eroe stesso, fu 
collegato colla stirpe dei Perseidi che là per lo innanzi 
dominavano. Gli Eraclidi fecero dell'Argolide la cuna 
del loro antenato, per porre un fondamento alle pre- 
tensioni loro su quella terra. A Tebe poi fu introdotto 
Eracle, in parte per opera degli Eraclidi dorici, in 
parte da Delfo, insieme col culto di Apollo, col quale 
era stato dai Dori congiunto: quindi si spiega perchè 
Eracie serbi in generale sì lieve colleganza colle antiche 
favole indigene dei Tebani e dei Beoti. . *■ i 

b) Fanciullezza e gioventù di Eracle fino al tempo 
del suo servizio. — La maggior parte delle favole che 
cadono in questo periodo, sono di origine più recente, 
e furono trovate per riempire le lacune fra la nascita c 
la virilità sua si ricca di fatti, in un tempo in cui vi era 
il desiderio di collegare l'uno coir altro i singoli tratti 
della favola, e di compiere il ciclo degli avvenimenti. 
Omero, di questo periodo dice solo in generale che Era- 
cle crebbe in gran forza e che protetto da suo padre 
Zeus e da Atena, respinse le persecuzioni di Era, e 
anzi ardi ferire gli immortali, come Ares ed Era stessa 
(Il 5, 392). Inoltre rammenta, di questo tempo, le 
nozze con Megara, figlia del re Tebano Creonte (Od. 
11, 269). Pindaro pel primo racconta la favola del sof- 
focamento dei serpenti (Nem. 1, 35 e seg,). Appena 



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— 186 — 

Eracle ed Ificle furon nati, Era crucciata mandò due 
mostruosi serpenti per uccidere i fanciulli. Eracle gli 
afferrò entrambi con le mani e li strozzò. (V. Teocr. 
Idil 24). 

Sopra 1' educazione di Eracle si trovano distese no- 
tizie nei più recenti poeti e compilatori. Nel guidare il 
cocchio lo ammaestrò Amfitrione medesimo, Eurito nel 
trar d'arco, Castore nel combattere colle armi, Autolieo 
nella lotta, nella musica Eumolpo o Lino, cui egli, a 
causadiuncastigo ricevuto, accoppò colla lira; nelle scien- 
ze Chirone o Lino stesso. Il padre, per timore della sua 
forza indomabile, lo mandò a pascolar le greggi sul 
monte Citerone, dove egli sarebbe rimasto fino a di- 
ciotto anni. In questo tempo ammazzò il leone del 
Citerone, colla pelle del quale si vestì, cosicché la 
gola gli serviva da elmo. Altri derivano questa pelle 
dal leone nemeo (1). Quando Eracle ritornava a Tebe, 
incontrando il messo di Ergino re dei Minii in Orco- 
meno, che veniva a prendere dai Tebani Tannual tri- 
buto di 1000 buoi, gli tagliò il naso e l'orecchie e colle 
mani legate dietro il tergo lo rimandò dond'era venuto. 
Nella guerra che ne successe, ei costrinse gli Orcomenii 
a rendere il doppio di quel tributo che avean ricevuto 
dai Tebani, e si acquistò tanta fama, che Creonte re di 
Tebe gli die in isposa sua figlia Megara, e gli dèi fe- 
cergli dono di splendide armi. 

Allora Euristeo, re in Tirinto (o Micene) chiamò a 
se il parente suo, perchè gli servisse. Secondo il decreto 
di Zeus, questo servizio dovea consistere in ciò, che 

Eracle compisse dodici fatiche prescrittegli da Euristeo 

• • • « • » 

(1) A questo tempo appartiene la favola esposta dai sofista Pro- 
dico e intitolata Eracle al bivio. Senof. Mem. 2, 1, 21 e seg. Cic 
de off: 1, 32. 



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— 187 — 

con che avrebbe acquistato l'immortalità. Eracle chiese 
all'oracolo di Delfo che cosa dovesse fare, ed ebbe in 
risposta che dovesse rassegnarsi al suo destino. (1) Di ciò 
egli entrò in frenesia, nella quale uccise i suoi tre figli di 
Megara e due di Ificle. Quando ritornò in se e si fu ria- 
vuto della tristezza, si recò a Tirinto per darsi in balìa 
di Euristeo. (Tale ò l'ordine degli avvenimenti presso 
Apollodoro di Atene, Biblioteca mitologica 2, 4, 8-12). 

c) Servizio e fatiche d* Eracle. — Ciò che si trova in 
Omero intorno al servizio e ai fatti d'Eracle è quanto 
segue. Eracle, per l'astuzia di Era, è divenuto servo di 
Euristeo, uomo assai vile e malvagio, il quale (per 
mezzo di Cùpreo U. 15,639) gli prescrive molte dure fati- 
che e lotte, dove lo assiste, mandata da Zeus, Atena. Fra 
queste fatiche Omero ricorda solamente l'estrazione di 
Cerbero dall'inferno (27. 8, 362 e seg. Od. 11, 617 e 
seg.), oltracciò il poeta espone la lotta col mostro marino 
sotto le mura di Troia (II. 20. 145 e seg.), la spedizione 
contro di Troia stessa per costringer Laomedonte alla 
restituzione dei cavalli da lui negati (27. 5, 638 e seg.); 
e come nel ritorno, per disposizione di Era, egli è sbale- 
strato a Coo, ma da Zeus ricondotto ad Argo (27. 14, 
249 e seg. 15, 18 e seg.). Inoltre Eracle assale i Pilii 
e distrugge la stirpe dominatrice di Neleo, ad eccezione 
di Nestore (IL 11, 689 e seg. vedi, Ade.). Uccide Ifi- 
to figlio di Eurito, violando il diritto d'ospitalità. 

(1) In questo responso dell'oracolo l'eroe sarebbe stato per la 
prima volta chiamato'HpaxXvjs (*Hp<%-x.\fo?,) perchè acquistaYafama 
a causa di Era: probabilmente la parola denota in origine il più famoso 
di tutti gli eroi). Per lo innanzi era detto 'AxxaTos o 'AXkìcoVjs, 
da àXxvj, forza, elemento che si riscontra anche nel nome 'AXycpjvy;. 
'IptxXSjs, nome del fratello di Kracle si collega stremamente con f s 
uguale a vis. 



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nella sua propria casa e si tiene i cavalli di lui ( Od. 
21, 22 e eeg.)- Presso Omero il campo dei fatti di Era- 
cle è quasi ristretto unicamente alla Grecia, e il ter- 
mine pili lontano delle sue spedizioni è Troia. Delle 
dodici fatiche non si parla nè preseo questo poeta, ne 
presso Esiodo, il quale del resto, nella Teogonia, alle 
favole menzionate da Omero ne aggiunge più altre (il 
' combattimento col leone nemeo, col serpente di Lerna, 
con Gei-ione, e là liberazione di Prometeo. 327-332. 
313-318. 287-294. 979-983. 521-531.), ed estende assai 
il campo dei fatti di lui. Nello scudo d y Eracle attribuito 
a Esiodo, è descritta la lotta con Cicno ladro, figlio di 
Area, nella quale, sostenuto da Zeus, Atena e Posi- 
done, ammazza Cicno e vince Ares ; e inoltre vi è ri- 
cordata eziandio la spedizione contro Pilo, e il ferimento 
di Ares (359-367). Nei seguenti poeti, fino a Pindaro 
e i tragici, compariscono, con altri fatti, tutte le fatiche 
che furono annoverate fra le dodici prescrittegli da Eu- 
risteo: il ciclo determinato e compiuto di queste dodici 
fatiche fu probabilmente introdotto da Pisandro. Di- 
versifica l'ordine di queste, secondo i diversi poeti: noi 
seguiremo quello contenuto in un Epigramma dell'An- 
tologia palatina (T. Il, 651) (1). 

1) Lotta col leone nemeo. Euristeo comandò a Era- 
eie di portargli là pelle dell'invulnerabil leone nato da 

* • * • 

(1) ITpwra ptiv Év N£/A!a /3p£apóv *%TÌmpvZ >aovra, 
AiÒTipov iv Aipvy\ 7roXuau^£vov t/.TX'Jiv uSpav, 
Tò rptrov aur Itti to?$ 'Epu/xdtv^cov Sxravt kìttcov, 
XpiKjóx.£p<*)v £Xa<j>ov pura tocOt* ^ypiMat nTaprov, 

"Ektov 'Àp^ovt'àos fcópuae £war>ipa pxu vóv, 
"E/35opu>v Auyacu 7roXXvjy xórpov ^£KÌ0>ip£v, .•' 



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— 189 — 

Tifone ed Echidna, e che era imboscato nella valle No- 
mea. Prima Eracle assalì il leone colle freccie, ma quan- 
do vide ch'era invulnerabile, lo spinse colla clava entro 
la eua caverna, ne turò una delle uscite, e andatogli ad- 
dosso spedito per V altra , lo soffocò fra le braccia. 
Quindi portò la fiera a Micene dove il vile Euristeo sì 
gran paura ebbe a vedere gli effetti della sua forza ma- 
ravigliosa, che si rifugiò sotterra in un doglio di bronzo, 
e comandò a Eracle che non venisse più dentro la 
città, ma da indi innanzi gli mostrasse dal di fuori della 
porta i successi delle sue imprese (Apollod. 2, 5, 1). 

2) JWidra lemeà, generata da Tifone ed Echidna, 
nutrita da Era, stava nelle paludi di Lerna presso 
Argo in vicinanza della fonte Anlimone, e devastava 
intorno il paese. Aveva nove capi (secondo altri, 100 o 
10,000) dei quali uno era immortale. Eracle le die la 
caccia dal nido, inseguendola con dardi infocati e le 
recise i capi, ma invece di ogni capo reciso glie ne spun- 
tavano fuori due nuovi. Quindi ei li bruciò con rami 
d'albero acceso, e sul capo che eia immortale gittò um 
masso enorme. E nella bile velenosa dell'idra tinse i 
suoi dardi, onde le ferite prodotte da quelli riuscivano 
insanabili (Apollod. 2, 5, 2). (1). 

"OySoov U Kp>)T>)3£ 7rupt7rvoov >jXaj£ Taupov, 
Etvarov ©pv))c>i$ àtoyiY^tog y\yoLyiv tnirovs, 
I\ipvóvou $é*aTov £óa$ ykxtjtv 1* \Epu5cfys, 
'Ev£cx.aTov icuva ÌLtpfiipov vtfct.yiv 1% 'Atòao, 
Aw&>caT©v $>jv£y>c£v i$ 'EXXàoa x/™<7f<x ■ . 

(1) Quando Eracle combatteva coil'Idra, le venne in aiuto anche 
un grosso cancro : quindi Eracle chiamò anch'egli in aiuto il suo coc- 
chiere Jolao, figlio di Ificle. Da ciò venne il proverbio : -n-pòs Suo cv$C 
'HpaxXvjs, con due non ce la può nemmeno Eracle, Ma Euristeo (conta 
Apollodoro) non voleva che questa lotta avesse valore, percnè com- 
piuta eoU'aiuto di Jolao. 



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r 

— 190 — 

3) lì cinghiale di Erimanto era sbucato giù dal monte 
Erimanto (sui confini di A caia, Elide e Arcadia) nelle 
contrade di Psofi, menandone guasto. Eracle, avendolo 
spinto entro una profonda neve, lo afferrò e portollo 
vivo ad Euristeo (Apollod. 2, 5, 4). Strada facendo 
per questa caccia, si fermò al monte Foloe presso il cen- 
tauro Folo (l'uomo della caverna, vedi <pu)\tòs), che lo 
accolse amichevolmente nella sua spelonca con carni 
arrostite ; ma quando Eracle aperse per bere il vaso 
del vino che era comune a tutti i centauri, questi ac- 
corsero e lo assalirono con pezzi di rupe e con rami di 
albero. Eracle li sparpagliò, ne uccise una parte, gli 
altri inseguì fino a Malea, dove rifugiaronsi presso 
Chirone là cacciato dal Pelio per opera dei Lapiti. An- 
che Chirone fu, per non volere, ferito da Eracle con 
un dardo, e ne riportò una piaga insanabile (vedi pag. 
145). Tali fatiche e lotte, che non entrarono fra le co- 
mandate da Euristeo si chiamarono 7T(kptpyoL, fatiche di 
soproppiù. 

4) La cervia di Cerinea : questa cerva dall' auree 
corna, fiera sacra ad Artemide, che soggiornava sul 
monte Cerinea fra Arcadia ed Acaia sui monte arcadico 
Menalo (la cerva di Menalo), Eracle dovea parimente 
portarla viva ad Euristeo. La inseguì per un intero 
anno, fino agli Iperborei, ma finalmente sul Ladone 
fiume dell'Arcadia la ferì d'un dardo, e così ella venne 
in suo potere (Apollod. 2, 5, 3). 

5) Le Stimf alidi. Eracle dovea dar la caccia ad una 
mostruosa schiera d'uccelli nutrita da Area sul lago ar- 
cadico di Stimfalo, con artigli, ali e becco di bronzo, e 
e penne di simil materia, che esse lanciavano come dardi. 
Ei le spaventò con un sonaglio di rame datogli da Atena, 
e le uccise coi dardi, o le scacciò (Apollod* 2, 5, 6). Se- 



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— 191 — 

condo la favola degli Argonauti, questi uccelli fuggirono 
all'isola Arezia, vicino a Colchide. 

6) Il cinto di Ippolita, regina delle Amazzoni (pag. 
175) desiderava di possederlo Admeta figlia di Euri- 
steo. Ippolita da principio voleva dare di buona grazia 
ad Eraele quello ch'ei desiderava, ma, per suggestione 
di Era, venne ad una lotta in cui Eracle uccise la regina 
e le prese il cinto. Siccome questa spedizione fu assai 
lontana, però era facile unirci dei Ttxpipyà. : noi qui ac- 
cenneremo soltanto, nel ritorno, il suo arrivo a Troia 
dove salvò Esione figlia di Laoraedonte da un mostro 
marino mandato da Posidone. Laomedonte gli avea pro- 
messo in ricompensa i cavalli avuti da Zeus in cambio 
del rapito Ganimede ; ma non volendo egli mantener la 
promessa, Eracle si parti minacciando che gli avrebbe 
portato guerra (Apollod. 2, 5, 9, cf. IL 5, 638 e seg.) 

7) La purificazione della stalla di Augea. Euristeo 
comandò a Eracle di purgare in un sol giorno dal le- 
tame la stalla di Augea, figlio di Elio, re di Elide che 
possedeva gran ricchezza di greggi — Eracle fece ad 
Augea la proposizione, senza nulla dirgli dell'ordine da- 
togli da Euristeo, e chiese in ricompensa la decima parte 
del gregge. Augea accette) il patto, tenendo per impos- 
sibile l'adempimento della promessa, ed Eracle fe' pas- 
sare i fiumi Peneo ed Alfeo per mezzo alla stalla, per il 
che in breve tempo fu portato via tutto quanto il letame. 
Ma quando Augea seppe, che Eracle avea fatto ciò per 
comando d'Euristeo, gli diede scema la mercede (Apol- 
lod. 2, 5, 5). Più tardi Eracle venne con un esercito 
contro Augea, ma nelle montuose gole dell'Elide fu 
assalito di sopra dai nepoti d'Augea, Cteato ed Eurito 
(figli di ' Attore o di Posidone e di Molione, R. 11, 709. 
750), e perdette una gran parte del suo esercito: perciò 



— 192 — 

Eracle assaltò i Molionidi presso Cleona, quando anda- 
vano ai giuochi istmici, e li ammazzò, quindi devastò la 
terra d'Augea ed uccise anche lui insieme coi figli. Al- 
lora egli avrebbe (secondo Pindaro) instituito i giuochi 
olimpici, 

8) // toro di Creta mandato dall'irato Posidone, che 
scorrazzava furibondo per l'isola e menava tutto a gua- 
sto, 'lo; prese Eracle e lo portò a Micene, ma poi lo ri- 
mise tosto in liberta. Secondo una favola ateniese, la 
fiera venne fino a Maratona, dove figura nuovamente 
come una delle piaghe di quel paese, nella storia di Te- 
seo (Apollod. 2, 5, 7.) 

9) Le cavalle di Diomede^ re dei Bistoni in Tracia, 
furono parimente portate da Eracle a Micene. Dio- 
mede le nutriva col sangue dei forestieri, che là ca- 
pitavano, ma Eraele lo vinse e lo fece pasto delle 
sue stesse cavalle. Euristeo le consacrò ad Era e le 
mise in liberta: più tardi esse furono sull'Olimpo fatte 
a brani da fiere selvaggie (Apollod. 2, 5, 8). 

10) Le giovenche di Gerinne, che si componeva di 
tre corpi tutti cresciuti dal ventre in su, pascolavano 
nell'isola Euritea (l'isola rossa) situata nell'estremo 
occidente, insieme alle giovenche di Ade, ed erano 
custodite dal gigante Eurizione e dal cane bicipite Or- 
tro od Orto. Eracle, ricevuto il comando di dovere 
andarle a prenderle, traverso l'Europa e la Libia, e 
sui confini di queste due parti della terra dai due 
lati dello stretto di Gibilterra piantò due colonne (le 
colonne d 'Eracle), come testimonii della sua lontanis- 
sima spedizione. Ma sendochè nel viaggio il sole (Elio) 
che calava a occidente, lo bruciasse coi suoi raggi, 
Eracle puntò l'arco contro di lui, il quale mara- 
vigliato <U tanto ardire, gli lasciò il suo battello d'oro 



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— 193 — 

fatto a forma di tazza (il battello del sole), e in esso 
l'eroe potè passare l'oceano. Giunto ad Eritea, uccise 
Eurizione e Ortro, spinse oltre le giovenche e mise a 
morte Gerione che lo inseguiva. Nel ritornare traversò 
i Pirenei e passò per la Liguria e per l'Italia (Apol- 
lod. 2, 5, 10) — Questo lungo viaggio dava occa- 
sione a inserirvi molte avventure d'ornamento (ei lottò 
in Libia con Anteo, figlio della terra, al tocco della 
quale il corpo di quello pigliava sempre nuova forza, onde 
ei dovette alzarlo da terra e strozzarlo nelle braccia: uc- 
cise in Egitto, Busiride, combattè coi giganti a Cuma, con 
Erice in Sicilia, uccise il ladro Alcioneo sull'Istmo) ; ma 
specialmente i romani scrittori hanno rannodato a questa 
occidentale spedizione le loro leggende intorno ad Eracle. 

11) L'estrazione di Cerbero daW inferno; è comune- 
mente considerata come la duodecima fatica, essendo 
stata la più malagevole. Eracle si calò dalla bocca del 
Tenaro, tiovò sulle porte dell'Ade Teseo e Piritoo 
legati e liberò il primo : ma com'e'voleva sciogliere dai 
ceppi anche Piritoo, tremò la terra ed egli desistè 
dall'impresa. Ade gli concesse di menar Cerbero nel 
mondo di sopra, purché sapesse domarlo senz'armi. Egli 
avendo trovato il cane sull'Acheronte, lo legò e lo portò 
alla luce del giorno a Trezene (o, secondo altri, a Te- 
naro o a Ermione o altrove). Poiché l'ebbe mostrato 
ad Euristeo, lo ricondusse di nuovo nell'inferno (Apol- 
lod. 2, 5, 12, cf. II. 8, 362 e seg. Od. 11, 623). 

12) Gli aurei pomi delle Esperidi erano stati donati 
da Gea ad Era per le nozze di lei con Zeus, e cu- 
stodi vansi nell'estremo occidente vicino ad Atlante, dalle 
Esperidi figlie della Notte (Es. Teog. 215) (1), e dal 

(1) Figlie della notte, perchè la lor sede immaginavasi nell'occi- 
dente ove muore il giorno: secondo altri derivavano da Forci e 

13 



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drago Ladone. Eracle dovea portarli ad Euristeo. Sic- 
come anche questa spedizione fu lontanissima ed Era- 
cle non dovea sapere dove i giardini delle Esperidi 
si trovavano, così gli si fanno visitare i più svariati 
paesi e vi si inseriscono avventure d'ogni genere: inol- 
tre si confuse questo viaggio con quello pei greggi 
di G erione, poiché lo scopo di ambedue ponevasi nel più 
remoto occidente. Dopo lunghi giri arrivò finalmente 
agli Iperborei (1) e ad Atlante che sostiene la volta 
stellata. Il quale andò a prendere i pomi delie Esperidi, 
succedendogli Eracle stesso a reggere colle sue spalle 
la volta celeste. Eitornato Atlante coi tre pomi, non vo- 
leva più ricaricarsi del cielo, ma portare egli stesso i 
pomi ad Euristeo. Allora Eracle soverchiandolo in ma- 
lizia, lo pregò che sofferisse di reggere ancora il cielo 
tanto almeno che egli si fosse fatto un cercine per non 
sentire di troppo la pressura del cielo. Atlante se la 
bevve, ed Eracle si partì coi pomi. Kiavutili in dono da 
Euristeo, li consacrò ad Atena, la quale gli riportò 
ov'erano prima (Apollod. 2, 5, 11). 

d) Compiute le dodici fatiche, Eracle, libero dal ser- 
vizio d'Euristeo, ritornò a Tebe. Quivi disposò la prima 
moglie Megara col suo nepote Iolao, e si portò a Ecalia 
(in Tessaglia, o secondo più recenti favole, in Eubea o 
in Messenia) al re Eurito, per chiedere in moglie Iole 
figlia di lui. Eurito gli negò la figliuola ed essen- 
dogli a questo tempo rubati i suoi giovenchi, sospettò 
che Eracle fosse stato il ladro. Quindi Ifito, figlio di 

Ceto o da Atlante ed Esperide, o da altri. H lor numero è di 3 o 
di 5 o di 7. 

(I) Gli Iperborei sono propriamente un popolo favoloso che se ne 
vivea in pace beata sull'estremità settentrionale della terra, al di là di 
Borea: piti tardi si trasferì la lor sede anche nell'estremità occi- 
dentale. 



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— 195 — . 

Eurito, andò da Eracle e lo indusse, per giustificarsi in 
faccia di suo padre, a cercare insieme con lui i gioven- 
chi. Così accadde : ma, trovandosi un giorno in Tirinto, 
Eracle preso da un assalto di frenesia precipitò il suo 
amico e compagno giù dalla mura, siche quegli si morì 
(Apollod. 2, 6, 1 e 2. Od. 21, 22 e seg. cf. So- 
foci. Trach. 248 e seg.). Perciò cadde Eracle in una 
pericolosa malattia, per guarir dalla quale dovette 
servire qual mercenario tre anni; e secondo più recenti fa- 
vole fu venduto aOmfale regina di Lidia, presso la quale 
in abito femminile faceva lavori da donna. Ma pure, an- 
che nel tempo di questo servizio, intraprese molte e 
svariate spedizioni (Apollod. 2, 6, 3.) 

Dopo la servitù di Omfale Eracle avrebbe guerreg- 
giato contro Laomedonte, re di Troia. Questa impresa 
già ricordata da Omero (//. 5, 640 e seg.) fu dai poste- 
riori molto ampliata (Apollod. 2, 6, 4.). Fra gli eroi, che 
io accompagnarono in questa impresa, è messo in rilievo 
specialmente Telamone. Questi entrò il primo nella 
presa città, onde Eracle che dietro gli venia a gran fu- 
ria, irato che un altro lo avesse preceduto, pensava di 
atterrarlo con un colpo di lancia, ma Telamone, scor- 
gendo il pericolo, si mise subito ad ammassar pietre per 
erigere, egli diceva, un altare a Eracle Callinico (glo- 
rioso vincitore), e così potè ammansire l'ira del compa- 
gno. Questi gli die in premio della vittoria, Esione, 
la quale, fattale facoltà di scegliersi uno dei prigionieri, 
riscattò col suo velo il fratello Podarce che unico re- 
stava ancora di tutta la famiglia. Quindi a Podarce 
venne il nome di Priamo ossia il riscattato. Allora 
Eracle ritornò ad Argo (vedi pag. 36) e intraprese 
tosto la spedizione contro Augea e poscia contro Pilo 
(Apollod. 2, 7, 2 e 3, cf. //. 11, 689.) 



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— 196 — 

Di lì a non molto andò Eracle a Calidone in Eto- 
lia e chiese Deianira, figlia del re Enèo (Apollod. % 
7, 5 e seg.). Quivi ei dovè lottare col suo rivale Ache- 
loo dio del fiume (Sofocl. Tradì. 9 e seg.), ne ebbe 
vittoria e acquistò il premio della vittoria e, dopo lunga 
dimora a Calidone, andò insieme colla giovane sposa a 
Trachi sul monte Oeta dal suo amico Ceice. Strada fa- 
cendo, giunti al fiume Eveno, dove il centauro Nesso 
portava a prezzo i passeggieri sulle spalle da una riva 
all'altra, ei gli dette a portar Deianira, ma avendo ten- 
tato il bestiale centauro di farle ingiuria fu da Eracle 
con un dardo mortalmente ferito. Sul morire, Nesso 
consigliò Deianira a serbare il sangue appreso alle 
saette avvelenate, come efficace incanto pel caso in cui 
Eracle rivolgesse l'amor suo ad un altra, e con ciò causò, 
a suo tempo, la morte dell'eroe — In vicinanza di Tra- 
chi si scontrò Eracle con Cicno e con Ares padre di Ci- 
cno stesso, e venne con loro alle mani, sostenuto da Io- 
lao e da Atena: Cicno cadde, e Ares restò ferito (Esiod. 
Scud. Ere). Uscito da Trachi soggiogò Eracle i Driopi 
e, chiamato in soccorso da Egimio condottiero dei Dori, 
sconfisse i Lapiti (Apollod. 2, 7, 7). 

e) Ultimo destino ed apoteosi di Eracle. — Omero 
non racconta in qual modo Eracle morisse. Dice sol. 
tanto che anche egli, il possente, il prediletto di Zeus, 
fu nondimeno colpito dal fato mortale e che la Mira e 
l'acerbo sdegno di Era lo superarono (i7. 18, 117 e seg.). 
All'inferno, Odisseo s'incontra nell'ombra (uSwXov) di lui 
che simile a fosca notte andava attorno coll'arco teso e 
un cingolo orribile a tracolla, mentre che egli (aùrós) 
soggiornava in Olimpo cogli dèi immortali in florida 
beatitudine, sposato ad Ebe, la bella dèa della gioventù 
(Od. 11, 601 e seg.). Ma tutto questo luogo sopra Era- 



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— 197 — 

eie non proviene da Omero (vedi pag. 19), e i versi 602 

e 603. (fè'òtoXoy auròs Sì \jlit àOavàrotJi QtoTaiv ripiziTOLt 
tv GaXcyjs, x.at ì%u wxWiapvpov "HjSvjv.), nei quali è 
fatta distinzione fra V ombra e il vero Eracle corpo- 
reo, sono una inserzione, anche più recente, di Onoma- 
crito; perocché secondo le idee schiettamente omeri- 
che potea solamente esserci un'ombra d'Eracle nell'in- 
ferno. Solo dopo Omero sorse la credenza che Eracle 
sia stato elevato fra gl'immortali e fatto sposo di Ebe, 
poiché il dimorare sotterra parve cosa indegna di un 
figlio di Zeus che avea compiuto sì grandi imprese. In 
Esiodo troviamo questo concetto già pienamente svolto 
( Teog. 950 e seg.), e i posteriori hanno con predile- 
zione ampliato e adornato la favola della sua morte e 
della sua apoteosi. I tratti principali di essa sono i se- 
guenti. 

Eracle parti da Tradii con un esercito alla volta di 
Ecalia in Eubea, per vendicarsi di Eurito. Saccheggiò 
la città, uccise Eurito e i suoi figli e menò seco la figlia 
di lui Iole. Quando Deianira ebbe notizia che Eracle 
tornava vittorioso colla bella Iole, gli mandò, perchè 
l'amor di lui si volgesse di nuovo sopra di lei, una ve- 
ste imbevuta di quel sangue velenoso che Nesso aveale 
indicato come un incanto d'amore. Appena se la fu Era- 
cle messa indosso, immantinente il veleno si apprese 
a tutte le sue membra ed egli era consumato da dolori 
acutissimi. Lica, il portatore della veste, fu da lui sca- 
gliato in mare. Quindi si fece egli portare a Trachi, ove 
Deianira sentito l'infortunio che essa contro suo volere 
aveva cagionato, si era uccisa colle sue proprie mani. 
Poiché Eracle ebbe udito da Ilio suo figlio com'era 
andata la cosa, e come l'incanto proveniva da Nesso che 
egli aveva ucciso, conobbe prossima la sua fine, e ricor- 



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— 198 — 

dossi di un responso dell'oracolo che gli aveva annun- 
ziato dover egli morire a causa di un morto. Quindi 
die Iole in moglie ad Ulo, si eresse da se medesimo 
una pira sul monte Oeta, vi sali sopra e pregava i pas- 
seggieri ad appiccarvi il fuoco. La qual cosa fece final- 
mente Peante o piuttosto il figlio di lui Filottete (So- 
focl. Filot. 802), ed Eracle in ricompensa gli diè l'arco 
e le freccie. Quando la catasta di legno bruciava, fol- 
gori cadder dal cielo, il tutto ben presto fu consumato, 
ed Eracle iu da una nube portato, fra i tuoni, nell'O- 
limpo, dove si riconciliò con Era e divenne marito di Ebe. 
La quale gli partorì Alecsiare ed Aniceto, i cui nomi ac- 
cennano ad Eracle stesso in qualità di invincibile libera- 
tore dai morbi (Apollod. 2, 1, 7. cs. Sofocl. Trachin. 
Pindar Nem. 1. fin. 10, 31 e seg. Istm. 4, 55 e seg. — 
Eurip. EracL 910 e seg. Orest. 1686 — Ovid. Met. 
9, 134 e seg. — Virg. En. 8, 300). 

Tosto dopo la sua apoteosi, Iolao ed altri amici of- 
frirono ad Eracle, sul luogo dell'incendio, un sacrificio 
eroico : e dietro il loro esempio Menezio in Opo fe'il 
somigliante e stabilì per lui un culto eroico. Ciò fecero 
ben presto anche i Tebani e ancora le altre stirpi dei 
Greci sì nella madre-terra, sì nelle colonie. Gli Ate- 
niesi lo onorarono, pei primi, con sacrifici solenni, sicco- 
medio, e seguirono ai loro esempio tutti i Greci, tantoché 
dunque Eracle ricevea contemporaneamente in diversi 
luoghi ora sagrifici eroici, ora sagrifici divini : inoltre 
si onorava eziandio con giuochi di certami CHpàxXaa), 

Come i Greci, così anche altri popoli aveano il loro 
eroe nazionale, tipo della forza eroica. In quei luoghi 
ove i Greci ne trovarono già alcuno, ivi o attribuirono i 
fatti di lui al lor proprio Eracle o chiamarono quello 
col nome di questo eroe. Onde si parlò d'un Eràcle 



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— 199 — 

egiziano, fenicio, persiano, lidico, e via discorrendo, e 
niiscliiaronsi le favole straniere alle indigene. L Her- 
cules italico ha certamente preso il nome da quello 
greco; ma è probabilissimo che i concetti e le favole 
dell'Erode greco, che per mezzo delle colonie greche 
si introdussero nella bassa Italia, si sieno collegate 
colle idee e coi concetti di un antico eroe italico del 
medesimo genere. Per tutta l'Italia Eracle aveva statue, 
tempj e altari, ma specialmente poi in Eoma stessa. \ 

Delle favole italiche noi rammenteremo solo quella 
del gigante Cacus. Quando Eracle tornando da Eritea 
spingeva verso Grecia i giovenchi di Gerione, giunto 
nel distretto degli Aborigeni a Palanzio (vedi Eoandro), 
mentre dormiva, gli fu dal gigante Caco che spirava 
fuoco dalla bocca, rubata una parte dell'armento, strasci- 
nandola egli a ritroso fino ad una spelonca, onde le orme 
di essi non potessero ad Eracle servir di spia. Ma il 
muggito dei giovenchi indicò la dimora del ladro: 
Eracle lo uccise e lo sacrificò al Pater Inventor. Evan- 
dro (Evander) un colono di Arcadia, giunto quivi insieme 
coi pastori della contrada, fabbricò un altare (Ara ma- 
xima) e fè sacrificio ad Eracle. Le famiglie dei P0- 
titii e Pinarii presiederono al culto di Eracle la sta- 
bilito (Liv. 1, 7. Ovid. Fast. 1, 543 e seg. Virg. En. 
8, 185 e seg.) 

Il culto di Eracle in Sicilia, Corsica, Sardegna 
Malta, e a Gade in Ispagna proviene, per quanto pare, 
da origine fenicia. Anche in Gallia e in Germania (Ta- 
cit. Germania 2) sarebbesi venerato un Eracle. 

Eran sacri ad Eracle il pioppo bianco, l'olivo, l'ellera, 
e le sorgenti calde — L'arte lo ha spesso rappresentato 
come fanciullo, come giovane e come uomo maturo. In 
quest'ultima forma apparisce specialmente in atto d'aver 



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— 200 — 

posto termine a pericolose lotte, con forte rausculatura, 
largo petto, collo corto e taurino, capo e occhi relativa- 
mente piccoli, capelli folti e corti , la parte inferiore 
della fronte molto sporgente, i tratti del viso compresso, 
severi: sua armatura ordinaria, la clava e l'arco, sua ve- 
ste la pelle del leone. Una famosa statua che tuttor si 
conserva è il così detto Eracle Farnese, in atto di ripo- 
sarsi. (Fig. 24.) 

I discendenti di Eracle, di cui si noverava una moltitu- 
dine prodigiosa, si chiamarono Eraclidi ('HpaxXsT&xe); ma 
specialmente portavano questo nome quelli che insieme 
coi Dorii entrarono nel Peloponneso, per pigliar possesso 
dei paesi già prima soggiogati dai loro antenati (Argo, 
Lacedemone e Pilo messenia). La favola racconta che 
Ilio, figlio di Eracle, essendo insidiato da Euristeo ne 
potendo da Ceice avere sufficiente protezione, fuggendo 
per tutta la Grecia, trovò fi na Iman te ricovero in Atene 
(1). Non volendo gli Ateniesi restituire i loro suppliche- 
volii Euristeo mosse lor guerra, ma presso la rupe di 
Sciro fu vinto da Teseo, Ilio ed Iolao, ed egli stesso 
cadde in quella battaglia, essendosi volontariamente of- 
ferta Macaria, degna figlia di Eracle, ad esser sacrificata 
per la salute dei suoi fratelli. Quindi invasero gli Era- 
clidi il Peloponneso, ma cacciatine di nuovo da una pe- 
stilenza, tornarono ad Atene, e di là in Tessaglia, dove 
Egimio, condottiero dei Dorii, adottò Ilio per figliuolo e 
gli diede la terza parte del paese, in memoria di Eracle 
che lo aveva una volta assistito contro i Lapiti. Da Ilio 
si fecer derivare tutti i seguenti re dei Dorii, e gli Illèi, 
una delle tre file o tribù Doriche, avevano da lui il nome. 

(1) Secondo gli Eraclidi d'Euripide, essi abitavano prima m Argo : 
poi cacciati da Euristeo, fuggirono a Trachi e di lì ad Atene. 



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— 201 — 

Tre anni dopo, Ilio con una schiera di Dorii fece di nuovo 
impeto nel Peloponneso, per impadronirsi del regno di 
Euristeo caduto in possesso del pelopide Atreo. Ma 
perì in un duello con Echemo re di Tegea, che com- 
batteva a favore di Atreo, e solo cent'anni dopo la sua 
morte, poterono i suoi discendenti stabilirsi nel Pelopon- 
neso. Dieci anni dopo la morte di Ilio accadde la guerra 
Troiana. 

4. — Tantalo e la sua stirpe. 

Tantalo, figlio di Zeus, fu un re molto ricco della città 
di Sipilo sul monte dello stesso nome, nella Lidia. Zeus 
lo amava più di tutti i mortali e Tavea fornito di tutti 
i beni della terra, anzi facealo intervenire anche al 
banchetto degli dèi e gli comunicava le sue risolu- 
zioni. Ma tanta felicita levò in orgoglio il mortale: 
ei tradì i segreti affidatigli e rapì dal banchetto degli 
dèi nettare e ambrosia, per farne parte a suoi com- 
pagni mortali. Quindi fu da Zeus punito. Neil' Odis- 
sea (11, 582, vedi sopra pag. 19 J e presso la mag- 
gior parte dei poeti questo castigo gli è dato nell'in- 
ferno; se non che molti invece della pena di fame, 
gli attribuiscono quella di un perpetuo affanno per un 
masso che continuamente minaccia di cadérgli sul capo. 
Secondo altre favole, si dee supporre che Tantalo già sia 
stato punito del suo delitto in questa vita. Una volta 
egli ebbe da Zeus la facoltà di fargli una domanda. 
E poiché egli pavoneggiavasi della sua sorte pari a 
quella d'un dio, Zeus gli fu bensì largo dei beni di fortuna, 
ma sospese sopra di lui un grave masso, affinchè vi- 
vendo in continua angoscia non potesse godere dei 
beni che lo circondavano. Tale sembra che sia stato in 
origine il suo castigo sopra la terra. 



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— 202 — 

Ai delitti di Tantalo, pei quali egli fu punito, si 
riferisce anche il seguente. Una volta invitò gli dèi 
a pranzo in Sipilo e per tentarli pose loro davanti la 
carne del suo proprio figlio Pelope che egli aveva uc- 
ciso, fatto in brani, e cotto. Gli dèi conobber l'in- 
ganno, e non voller toccare Torrida vivanda : solo De- 
meter, fuor di se pel dolore della perduta figlia Per- 
sefone, si lasciò ingannare e ne mangiò una spalla. 
Allora Erme cosse in una caldaia i brani del corpo 
e per virtù magica gli rendette figura e vita, se non 
che mancava una spalla. Questa fu supplita d'avorio, 
e quindi tutti i discendenti di Pelope dicesi che aves- 
sero in una spalla una macchia bianca. La fede in 
questo segno di nobiltà dei Pelopidi sembra in parte 
aver suscitato questa favola. 

Figlia di Tantalo fu Niobe, sposa di Amfione re 
di Tebe che insieme con Zeto suo fratello aveva mu- 
rato e cinto di mura questa città (Od. 11, 260). Niobe, 
altiera per la sua numerosa figliolanza di sei figli e 
sei figlie (il loro numero è dato da diversi diversa- 
mente), ardì paragonarsi con Leto, che aveva due soli 
figli. Perciò furono i figli di lei uccisi da Apollo e 
Artemide, da questa le femmine, i maschi da quello. 
Per nove giorni si giacquero insepolti nel loro sangue, 
perchè Zeus aveva mutato quel popolo in pietre : nel 
decimo furono dagli dèi sepolti. Ma Niobe presa 
da acerbissimo dolore indurì e divenne un masso il 
quale sta sospeso sulle rupi solitarie di Sipilo, e 
quivi, benché impietrita, sente ancora il dolore cagio- 
natogli dagli dèi (II. 24, 602 — 617. cf. Ovid. Mei. 
6, 152 — 312) (1) (Fig. 25. Niobe) 

(1) H rinomato gruppo di Niobe in marmo che fu trovato in Roma 



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Fin. xxv. 




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— 205 — 

Aedone sposa di Zeto, figlia di Pandarco, invidiosa 
della ricca figliuolanza di Niobe, avea tentato di uc- 
ciderle uno de' suoi figli, ma per isbaglio uccise di 
notte tempo il suo proprio figlio Itilo. Mutata in un 
rosignuolo, lamenta a primavera, nel folto dei boschi, 
il suo caro figliuolo (Od. 19, 518 e seg. cf. Sofocl. 
Elett. 144, dove il figlio si chiama Iti) (1). Anche le 
altre figlie di Pandareo ebbero trista sorte. Orbate per 
tempo dagli dèi de'loro genitori, se ne stavano relegate 
nelle lor camere. Le dèe Afrodite, Era, Artemide e 
Atena si preser cura di loro dotandole di bellezza 
e di artistica abilita : ma appunto quando Afrodite 
volea impetrar loro da Zeus un prospero maritaggio, 
esse furon rapite dalle Arpie e date per ministre alle 
Erinni. (Od. 20, 66 e seg.) 

Quando Pelope, figlio di Tantalo, fu pervenuto alla 
giovinezza, trasse a Pisa nell'Elide affine di provarsi 
col re Enomao per ottenere la figlia di lui Ippodamia. 
Enomao spaventato dall'oracolo che gli presagiva la 
morte per le mani del genero, aveva bandito che darebbe 
sua figlia in moglie a chi lo avesse vinto nella corsa dei 
cocchi ; ma quando il suo competitore era sul punto di 
raggiungerlo, ei lo trapassava di dietro colla lancia. Cosi 

nel 1583, e che è oggi in Firenze, rappresenta in forme grandiose la 
tragica morte della real famiglia Tebana. 

(2) Somiglia a questa la favola attica di Procne figlia di Pandione 
re Ateniese, la quale era moglie diTereo re dei Traci a Daulide. Ma que- 
sti, fingendo ch'ella fosse morta si unì a Filomele sorella di lei. Avendo 
Filomele scoperto l'inganno e minacciato vendetta, ei le segò la lingua: 
ma Filomele per mezzo di parole ricamate in una veste fece noto il suo 
destino alla sorella, la quale, per punir Tereo, uccise il suo figlio Iti e 
lo appresentò in cibo a Tereo medesimo. Perseguitandola questi e Pro- 
cne fuggendo, essa diventò un rosignuolo, Filomele una rondine, e 
Tereo stesso un'upupa. Tucid. 2, 29. Ov. Mei. 6, 424 e seg. 



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— 204 — 

aveva già tolto la vita a molti pretendenti. Giunto 
Pelope subornò Mirtilo cocchiere di Enomao, il quale 
non pose il perno alle ruote del cocchio d'Enomao, tal- 
ché questi nella corsa cadde e mori. Per questa guisa 
Pelope acquistò la bella Ippodamia e il regno di Pisa : 
ma egli invece di dare a Mirtilo, secondo che aveagli 
promesso, la metà del regno, lo gettò in mare. Mirtilo 
morendo imprecò a Pelope e a tutta la sua schiatta, e 
di lì in poi il tenebroso spirito del delitto e delia scia- 
gura invase la casa dei Pelopidi. Pelope si fece, nella 
penisola da lui detta Peloponneso, un sì potente signore, 
che la sua maestà divenne proverbiale; Zeus stesso gli 
diede il suo scettro reale (7Z. 2, 100 e seg.). In Olimpia 
dove si dice che rinnovasse con solenne pompa i giuochi 
e più tardi vi fosse seppellito, gli si rendea onore sulla 
tomba con libazioni di sangue come ad eroe e protettore 
nelle battaglie (Pind. 01 1. 90. (1). 

Secondo Pindaro, Pelope fu padre di sei re signori di 
j>opoli, i quali si sparsero pel Peloponneso : fra questi i 
più antichi e più rinomati sono Atreo e Tieste. A isti- 
gazione della madre, essi uccisero il lor fratellastro Cri- 
sippo e s'involaron quindi allo sdegno del padre ricove- 
randosi presso il re di Micene Stenelo della stirpe di 
Perseo, sposo di Nicippe loro sorella. Stenelo assegnò 
loro per sede Midea, e quando più tardi suo figlio 
Euristeo uscì a òste contro gli Eraclidi e cadde in 
uno scontro con essi (vedi pag. 200), Atreo, secondo 

(1) Pindaro tratta nella prima Ode olimpica il mito di Tantalo e Pe- 
lope, ma, per senso di pietà, altera l'antica tradizione, poiché certi tratti 
come son quelli dell'uccisione e del dilani amento di Pelope e dell'aiuto 
prestatogli da Mirtilo nella gara, ei li tralascia o li narra e spiega altri- 
menti, non parendogli degni degli dèi e del suo eroe Pelope. 



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— 205 — 

un'ordine lasciato da Euristeo prima della sua par- 
tenza, gli successe nella signoria di Micene (Tucid. 1,9), 
Lo spaventevole destino della casa dei Pelopidi in 
Micene fu il soggetto favorito dell'antica tragedia 
(1). La serie di queste scene sanguinose apresi con un 
delitto di Tieste. Questi indusse la moglie di Atreo a 
violargli la fede, e quindi fu da Atreo cacciato: per 
vendicarsi ei mandò a Micene Plistene figlio di Atreo, 
che egli si era allevato come suo proprio figlio, col- 
rincarico di uccidere Atreo. Ma Atreo uccise, senza 
saperlo, il figliuolo. Quando egli venne a conoscere 
la rea intenzione del fratello e la propria disgra- 
zia, tenne nascoso il suo cruccio per lasciarsi aperto 
l'adito alla vendetta e in apparenza si riconciliò con 
Tieste. Tornato questo in paese, Atreo uccise Tan- 
talo e Plistene figli di lui e gli apprestò le loro 
carni in un banchetto. Tieste, conosciuto l'abbomine- 
vole fatto, cadde in terra con alte strida, e rigettando 
fuori l'orribil vivanda, maledì l'intera schiatta dei Pe- 
nelopi. Quindi fuggì dal paese, ma essendo il regno 
di Atreo afflitto da sterilità e ordinandogli un oracolo 
di cercare il fratello, ei non potè rintracciare costui 
ma prese il figlio di lui Egisto, e portandolo a Micene 
lo adottò per figliuolo. Più tardi Agamennone e Me- 
nelao figli di Atreo mandati in cerca di Tieste la 
trovano e conduconlo a Micene dove Atreo lo im- 
prigiona e tenta farlo uccidere per le mani di Egisto. 
Ma questi è riconosciuto dal padre e uccide invece 
Atreo, mentre che sul lido sacrificava. Tieste ed Egi- 
sto si impadroniscono del regno di Micene e cacciano 

(2) Eschilo, Agamennone) Coefore, Eumenidi. — Sofocle, Elettra. — 
Euripide, Elettra, Oreste, Ifigenia in Aulide e Ifig. in Tauride.* 



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dal paese Agamennone e Menelao. Questi recansi a Sparta 
dal re Tindaro e sposano le figlie di lui, il primo CU- 
tennestra, il secondo Elena. Accorrendo quindi da 
Sparta cacciano Tieste ed Egisto dal regno del pa- 
dre loro, e Agamennone divien signore di Micene, 
mentre Menelao eredita il trono di Sparta. 

Agamennone fu il più potente principe della Grecia: 
possedeva Micene, Corinto, Cleona, Ornea, Aretirea, 
Sicione, Iperesia, Gonoessa, Pellene, Egione, Egialo, 
Elice (IL 2, 569 e seg. 2, 100 e seg.). Quindi allorché 
i Greci vollero fare la spedizione contro di Troia, scel- 
sero, in un'assemblea tenuta ad Argo, Agamennone per 
duce supremo. Dopo il suo ritorno da Troia, Egisto che 
durante la sua assenza aveva sedotta Clitennestra, lo 
uccise in un banchetto, mentre la profetessa Cassandra- 
figlia di Priamo che Agamennone avea menata seco per 
ischiava, era uccisa da Clitennestra (Od. 1, 35. 3, 193. 
256. 4, 512. 11, 409. 24, 20). Presso i tragici Agamen- 
none è ucciso in un bagno, mentre Clitennestra getta 
sopra di lui una rete o una veste. Più tardi fu venerato 
in diversi luoghi come eroe. 

Son figli di Agamennone Crisotemi, Laodice (presso 
i tragici Elettra) Ifianassa, e Oreste (//. 9, 142 e seg.). 
Oltre Ifianassa comparisce nei tragici anche Ifigenia, 
della quale narrano i poeti che, quando i Greci movendo 
alla spedizione di Troia furono trattenuti nel porto di 
Aulide per mancanza di vento o per forza di tempesta 
in conseguenza dello edegno di Artemide che era stata 
oltraggiata da Agamennone, dovea quella fanciulla, se- 
condo il responso di Calcante, esser sacrificata siùT al- 
tare della dèa. Ma Artemide, mentre si apprestava il sa- 
crificio, pose in luogo di lei una cerva e portò la fanciulla 
in Tauride nella Scizia, dove ella divenne sua sacerdo- 



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FIO. XXVI. 




Sacrifizio di Ifigenia. 



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. • • • 



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FIG. XXVII 




— 207 — 

tessa (Eurip. Ifig. AuL Sofocl. Eleit. 565). Quivi ella 
visse lungo tempo, inconsapevole delle sciagure della sua 
famiglia, finche Oreste non la ricondusse in Grecia. 

Oreste, il minore dei figli d'Agamennone, dopo l'uc- 
cisione di suo padre, fu, per disposizione della sorella 
Elettra, involato alle persecuzioni di Egisto e tratto in 
salvamento nella Focide, presso il re Strofio cognato di 
Agamennone. Dopo otto anni, essendo pervenuto alla 
gioventù, ritornò in compagnia del suo fedele compa- 
gno Pilade, figlio di Strofio, a Micene dove era ansio- 
samente aspettato da Elettra soggetta ai mali tratta- 
menti della madre e del patrigno, e quivi vendico l'uc- 
cisione del padre, ammazzando Egisto e sua madre 
(Eschil. Coef. Sofocl. ed Eurip. Elettr.). Era obbligo 
del figlio vendicare la morte del padre, e a ciò lo aveva 
incitato Apollo medesimo : ma soddisfatto ch'egli ebbe 
all'obbligo verso il padre, ei si tirò addosso il gravissimo 
delitto del matricidio. Perciò fu perseguitato dalle 
Erinni e solo dopo lunghi errori potè, coli' aiuto di 
Apollo e di Atena, liberarsi da loro nella citta di Atene 
(vedi pag. 164). Così Eschilo rappresenta il fatto nel- 
rEumenidi : secondo Euripide (Ifig* TaurS) Oreste ebbe 
ordine da Apollo, per potere sciogliersi da quella fre- 
nesia, di andare a prendere il simulacro di Artemide a 
Tauride e di portarlo nel paese d'Atene. Oreste si recò 
in compagnia di Pilade a quella terra dove allora signo- 
reggiava Toante: furono presi e, secondo il costume che 
era in quel paese di sacrificare i forestieri la arrivati 
sull'altare di Artemide, doveano essere uccisi dalla sa- 
cerdotessa Ifigenia. Ma Ifigenia riconobbe il fratello e 
fuggì con lui e con Pilade e coll'immagine della dea 
che essi lasciarono a Braurone nell'Attica. Oreste uc- 
cise Alete, figlio di Egisto, che si era usurpata la si- 



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- 208 — 

gnoria di Micene, e cosi tornò in possesso del regno pa- 
terno : a questo egli aggiunse anco Argo e Micene, re- 
gno di Menelao, di cui sposò la figliuola Ermione. Suo 
figlio è Tisameno. Pilade si maritò con Elettra (Fig. 
26. Sacrificio di Ifigenia, Fig. 27 Ifigenia in Tauride). 



V. 

Favole Attiche. 

» 

(Cecrope, Teseo.) 

Cecrope, figlio della terra (yyiyivvit) e autoctono (1) 
dell'attica, fondò Atene, e murò la cittadella che da 
lui si chiamò Cecropia : e tal nome prese anche la temi 
attica, detta fino allora Acte {costa). Vuoisi che fosse il 
primo a introdurre nell'Attica qualche grado di coltura, 
e che riunisse gli abitanti del paese in dodici comuni. 
Sotto la sua signoria Atena, dopo la lite con Posidone, 
(vedi pag. 107) prese possesso della città e del paese, 
e v'introdusse anche il culto di Zeus. È questi l 1 eroe 
di un'antica stirpe pelasga che si era sparsa nell'Attica, 
nella Beozia e ne' contorni : quindi si trovano ricordati 
diversi eroi di questo nome, che avrebbero fondato città 
pelasghe chiamate Atene o Atena (in Beozia sul lago 
Copaide, in Eubea). Solo in un tempo assai più recente 
fu ridotto a un egiziano venuto da Saide. Sue figlie 

(1) Indigeno. In qualità di nato dalla terra e indigeno era immagi- 
nato in forma d'un uomo col corpo di serpente ($cpuvjs di dupli** 

natura). 



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— 209 — 

sono Agraulo o Aglauro, Erse, Pandroso, clic in ori- 
gine erano forme di natura divina strettamente con- 
giunte, del pari che il padre, col culto di Atena. Atena 
affidò ad esse il suo figlio prediletto, il fanciullo Erit- 
tonio o Eretteo, che era custodito da un serpente, e 
lo diede loro racchiuso in una cesta coll'ordine espresso 
di non aprirla. Ma avendo Aglauro e Erse per curiosità 
aperto la cesta e veduto il fanciullo in forma di ser- 
pente e da un serpente avvolticchiato, prese da frene- 
sia, si gittaron giù dalla rupe della cittadella. Ma Erit- 
tonio crebbe, per le cure della dèa, nel tempio di lei e 
divenne, più tardi, re di Atene (//. 2, 547 e seg.), e 
fu colui che nella lite fra Posidone e Atena pel pos- 
sesso dell'Attica, aggiudicò la terra a quest'ultima, vi 
introdusse il culto di lei, e fondò il certame cavallere- 
sco delle Panatenèe. Fu venerato anch'egli nella citta- 
della, nel santuario detto l'Eretteo, insieme con Atena 
e Posidone. Da questo Erittonio o Eretteo più antico 
si è poi distinto un Eretteo minore, nipote del primo e 
anch'esso re d'Atene. — Al tempo di Eretteo il minore 
venne ad Eleusi il sacerdote tracio Eumolpo e alla testa 
degli Eleusini fece guerra ad Eretteo. Gli Ateniesi resta- 
ron vincitori, essendosi volontariamente immolata Prassi- 
tea figlia di Eretteo pel bene de'suoi concittadini: Eret- 
teo stesso uccise Eumolpo, ma fu ucciso col tridente da 
Posidone padre di quello. Allora gli Eleusini e gli Ate- 
niesi fecero un patto, pel quale ambedue gli stati ne 
formarono un 1 ' solo, e il sacerdozio Eleusinio, ammini- 
strato dagli Eumolpidi, fu ricevuto nella comunità di 
Atene. 

Eretteo rappresenta ancora 1' antico tempo pelasgo 
dell' Attica. Dopo la sua morte tenne la signoria d' A- 
tene il capo della stirpe ionica che era entrata nelT At- 



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— 210 — 

tica, il guerriero Jone che aveva dato soccorso ad 
Eretteo contro Eumolpo. L'eroe nazionale degli ionici, 
il più celebrato eroe dell'Attica fu Teseo (0>ia£us Vordi- 
natore da rc'&ifw), come era pei Dorii Eracle. La favola 

10 mette in congiunzione colla stirpe di Cecrope, e di 
Eretteo. Secondo questa, Pandione fu figlio di Cecrope, e 
da Pandione nacque Egeo (1) padre di Teseo. Questi 
nacque in Trezene da Etra figlia di Pitteo, e, cresciuto, 
fu mandato ad Atene a suo padre. Il segno di rico- 
gnizione per suo padre era una spada e un calzare posto 
da lui sotto una rupe a Trezene e che Teseo venuto 
in età e in robustezza era ito a prendere, dietro gl'in- 
dizi datigli da sua madre (Fig. 28). Gli Ateniesi ne 
hanno in certa guisa fatto un Eracle, attribuendo an- 
che a lui molte gravi fatiche e facendogli liberare il 
paese greco da calamità d'ogni genere. Così egli, men- 
tre se ne andava ad Atene, uccise fra gli altri, Sin- 
nide o Pitiocampte (il piegatore dei pini) che soggior- 
nava sull'Istmo e mettea in brani i passeggieri attaccan- 
doli a due alberi tenuti piegati a forza che poi tutto a 
un tratto scioglieva; inoltre, sui confini della Megaride 

11 ladro Scirone ; presso Eleusi il lottatore Cercione, sul 
C efiso Damaste o Procruste (lo stiratore) che sovnj, un 
suo letto assai lungo ponea i passeggieri e li stirava fin 
che morissero, e infine la troia di Crommia. Da Atene 
mosse contro il toro di Maratona (vedi sopra pag. 191), lo 
portò vivo ad Atene e lo offerse ad Apollo Delfinio. Inol- 
tre uccise il Minotauro a Creta. Gli Ateniesi si erano ob- 
bligati a mandare a Minosse re di Creta, per avergli uc- 

« 

(1) Egeo (il cui nome ha relazione con otXytg, vedi pag. 17) de- 
nota originariamente Posidone che era venerato specialmente dalla 
stirpe ionica e che fu considerato anche come padre di Teseo. 



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XXVIII 




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— 211 — 

ciao il figlio Androgeo , ogni nove anni, un tributo con- 
sistente in sette giovani e sette fanciulle, che dovean 
servire di cibo al Minotauro dimorante nel labirinto (1). 
Teseo si assunse spontaneamente di liberare gli Ate- 
niesi da questo tributo e infatti uccise il mostro, e riuscì, 
per mezzo di un filo datogli da Arianna figlia di Mi- 
nosse, a trovare l'uscita del laberinto, e insiem con essa 
fuggì ad Atene. Nondimeno egli abbandonò la sua 
amante sull'isola di Nasso (Dia) (vedi pag. 129 e 131). 
Quando fu vicino ad Atene, si scordò di alzare sul na- 
viglio la vela bianca, segno di prospero esito dell'im- 
presa, invece della nera, la quale come suo padre ebbe 
veduto preso da dolore si gettò nel mare. Teseo divenne 
così il re dell'Attica, unì in un solo stato gli abitanti 
che erano dispersi pel paese, facendone centro Atene, 
fondò le Panatenee e le Metecie (jjlìtoiaIx la festa dei- 
l'ammissione dei forestieri), introdusse il culto di Afro- 
dite Pandemos (la dèa della concordia popolare) e di 
Pito (la persuasione) e fondò a Posidone i giuochi 
Istillici. 

Con Eracle intraprese Teseo la spedizione contro le 
Amazzoni (vedi pag. 175), menò seco ad Atene Ip- 
polita (o Antiope) e la sposò (2), avendone Ippolito. 

(1) Il labirinto, palazzo sotterraneo con infiniti andirivieni, era stato 
fabbricato dal famoso artista mitico Dedalo Ateniese. U quale, per un 
omicidio commesso, era fuggito da Atene e ricoveratosi da Minosse a 
cui avea eseguito molti lavori d'arte. Ma ritenendolo Minosse nell'isola 
come prigioniero, egli si fabbricò delle ali per se e per suo figlio Icaro, 
e fuggi per aria. Icaro cadde in mare e annegò (di li il mare Icario), 
ma il padre giunse felicemente alla Sicilia ovvero alla bassa Italia. 
Ovid. Met. 8, 183 e seg. Virg. En. o', 14. 

(2) Le Amazzoni, per vendicarsi del ratto di Ippolita, vennero 
contro Atene, ma, dopo una lunga guerra, dovettero ritirarsi. 



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Dopo la morte di lei, sposò Fedra sorella di Arianna. 
Ella calunniò al marito il figliastro Ippolito, onde Te- 
seo lo maledì e pregò Posidone a sterminarlo. Infatti 
mentre Ippolito passeggiava in un cocchio sul lido dei 
mare, Posidone fece uscir dall'onde un toro marino 
che spaventò i cavalli dai quali Ippolito trascinato morì 
(Eurip. TppoL). Teseo prese parte ancora alla spedizione 
degli Argonauti e alla caccia del cinghiale caledonio. In- 
sieme con Piri'too, re dei Lapiti, discese all'inferno, per 
rapire Persefone: ma ne furon puniti da Ade, rimanendo 
attaccati ad una rupe sulla quale si erano appoggiati. 
Teseo fu liberato da Eracle (vedi pag. 193), ma ritor- 
nato ad Atene trovò che Menesteo, il quale condusse 
gli Ateniesi alla guerra Troiana (77. 2, 552, 4, 327), 
erasi impadronito del regno, onde ritirossi nell' isola 
Sciro, e quivi mori. Cimone figlio di Milziade, ne ri- 
portò più tardi le ossa ad Atene. 

In Atene Teseo era venerato come eroe, e ci 
aveva un ricco, tempio. L'arte lo rappresenta simile 
ad Eracle, se non inquanto ha una corporatura meno 
compressa. Siccome a lui si attribuisce l'invenzione della 
lotta, quindi gli si dava anche una maggiore agilità e 
destrezza. 

(1) Da Omero Teseo è ricordato II. 1, 265. Od. 11, 631 e 322. 
Ma probabilmente questi sono versi interpolati dagli Ateniesi. Nel- 
l'Iliade 3, 144, Etra, figlia di Pitteo, è una delle schiave di Elena; 
il che si volle spiegare dicendo che quando Teseo tentava rapire Ele- 
na, venne in lotta coi fratelli di lei, Castore e Polideuce : sua madre 
Etra restò prigioniera e divenne schiava di Elena. 



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— 213 — 
VI. 

Favole tebane 

(CitdhuK Edipo) 

La fondazione di Tebe si attribuisce a Cadmo, dal 
quale la cittadella tebana prese il nome di Cadmèa. La 
favola ordinaria racconta di lui come appresso. Fu figlio 
di Agenore, re dei Fenici, e quindi era fratello di Eu- 
ropa, di Fenice (1) e di Cilice. Quando Zeus ebbe rapito 
Europa, Cadmo ebbe l'incarico di andarne in trac- 
cia e di non tornare innanzi d'averla trovata. Cer- 
catala invano per lungo tempo, venne a Delfo dove 
gli fu comandato dall'oracolo di desistere dalie sue ri- 
cerche, e di seguire una vacca e fondare una città colà 
dov' ella si posasse. Venendone egli pertanto per la 
Focide, incontrò una vacca del gregge di Pelagone, le 
andò dietro e prese a fondare, nel luogo ove quella si 
fermò, una città, che fu poi Tebe. La vacca ei voleva 
sacrificarla ad Atena: quindi mandò persone alla vi- 
cina fonte di Ares per pigliare acqua. Ma esse furono 
divorate da un dragone sacro ad Ares, che custodiva 
quella fonte: allora venne Cadmo stesso alla fonte e 
uccise il dragone. Avendone seminato in terra i denti, 
ne uscì una falange d'uomini armati che venuti in lotta 
fra loro si uccisero , restandone vivi cinque, Echione 
(l'uomo del serpente), Udeo (l'uomo del suolo) Ctonio (il 
nato dalla terra) Peloro (il gigantesco) Iperenore (U 

Ci) Secondo Omero (II. 14, 321), Fenice era padre di Europa la quale 
partorì a Zeus Minosse e Radamanto. Omero non sa nulla di un re 
de'Feniciu 



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prepotente). Questi terribili figli della terra, gli Sparti 
(i seminati) furono i padri delle stirpi nobili dei Tebani, 
anzi tutto il popolo di Tebe si chiama spesso la stirpe 
degli Sparti. Ma Cadmo, per espiare V uccisione del 
drago dovette servire ad Ares otto anni (un anno gran- 
de): poscia ebbe la signoria di Tebe e sposò Armonia 
(simbolo dell'ordine e della concordia) figlia di Ares e 
di Afrodite. Nelle sue nozze, Armonia ebbe in dono da 
Cadmo (o da Afrodite, o da Atena) una veste e un 
monile, al quale era attaccata la mala ventura. Loro 
figlie furono Autonoe (madre del cacciatore Atteone 
sbranato, per lo sdegno di Artemide, dai suoi stessi 
cinquanta cani. Ovid. Met. 3, 131 e seg. Fig. 29), Ino 
(madre di Melicerte), Semele (madre di Dioniso) e 
Agave (madre di Penteo): di figli ebbero Polidoro 
(Esiod. Teog. 975) padre di Labdaco. Più tardi Cadmo 
insieme con Armonia andò neirilliria, ove divenne re. 
Cambiati in draghi ambedue passarono finalmente nei 
campi Elisi. 

Queste favole, come si vede, fanno di Tebe una co- 
lonia fenicia e di Cadmo un fenicio. Nondimeno i poeti 
più antichi mostrano di non avere alcuna notizia di una 
colonia fenicia in Tebe, e Omero non sa nulla dell 1 ar- 
rivo di Cadmo. Erodoto pel primo nomina Fenice re 
di Tiro. Quindi da queste e simili favole si può con- 
chiudere solamente, che al tempo in eui la favola si for- 
mò, predominava la credenza in una invasione straniera, 
ma non già che realmente un Cadmo di Fenicia abbia 
fondato Tebe. Cadmo (Vordinatore) era in origine una 
divinità tebana, uguale a Erme Cadmilo dei Pelasgi 
tirrenii, popolo che venne da Tebe ed era una cosa sola 
coi Cadmei in Tebe : (Vedi O. Miillcr nel suo scritto 
Orcomeno.) 



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FIO. XXIX 




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— 215 — 

Lo sdegno o la maledizione di Ares a causa della uc- 
cisione del drago seguitò a imperversare nei destini di 
Tebe e portò rovina alla casa del re. Colui che più di 
tutti fu bersaglio della sciagura, tutta la vita del quale 
è consacrata alle Erinni, dèe della maledizione, fu 

Edipo (OtòiVous, ttgòos) figlio di Laio, nepote di Lab- 
daco. Omero (Od. 11, 271) racconta di lui, che aveva 
ucciso suo padre e sposato, senza saperlo, la propria ma- 
dre Epicasta. Quando gli dèi ebbero svelato il delitto, 
la sfortunata regina si appiccò, e discese nella tenebrosa 
stanza di Ade, ma Edipo pieno di dolore seguitò a re- 
gnare in Tebe, perseguitato fino alla morte dai tor- 
menti che gli davano le Erinni della madre. Sulla sua 
tomba i Tebani celebravano giuochi funebri (II. 23,679) 
— Probabilmente nel tempo che precedette ad Omero 
erano già soggetto di canti la storia di Tebe e quella 
altresì di Edipo; onde Omero poteva con pochi accenni 
e toccando solo i capi principali richiamare tutta la fa- 
vola nella memoria dei suoi uditori. Nel tempo di poi 
la favola accennata da Omero fu trattata frequente- 
mente dai poeti tragici, i quali trovavano nella sfortu- 
nata storia di Edipo una materia molto adattata per la 
tragedia, e per essi fu ancora allargata coll'inserirvi fa- 
vole locali, o arbitrariamente alterata. Secondo VEdipo 
re di Sofocle, la sostanza della favola è come appresso. 

Laio, re di Tebe, avea avuto avviso dall'oracolo che 
un figlio partoritogli da sua moglie Giocasta (presso gli 
antichi epici Epicasta) figlia di Menecco, lo avrebbe 
ucciso. Perciò, nato appena il fanciullo volle farlo esporre 
coi pie legati e traforati perchè, se mai fosse sopravvis- 
suto, si potesse a quei segno riconoscere : ma il fedel 
servo a cui la snaturata madre avea da se stessa conse- 
gnato il fanciullo, diello sul monte Citerone (monte sa- 



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— 216 — 

ero alle Erinni ) a Polibo pastore del re, affinchè 

10 recasse in istraneo paese. Questi portò il fanciullo 
ai suo padrone che era senza figliuoli, il quale in- 
sieme colla sua moglie Merope (Peribea) se l 1 allevò 
come suo proprio, e a causa dei piedi che aveva enfiati 
gli mise nome Edipo (OfSeiroOs). Fattosi giovane Edipo 
si insospettì che Polibo e Merope non dovessero essere 
suoi veri genitori, e portossi a Delfo per iscoprire la 
verità. L'oracolo ammonillo di non cercare più oltre, 
poiché egli avrebbe ucciso suo padre e sposato sua ma- 
dre. Quindi, al ritorno, Edipo risolvè di non tornare a 
Corinto, ma giunto in Focide, fra Delfo e Daulide, 
dove una strada, deviando da quella di Corinto , 
menava a Tebe (cr^arv;, trivio), per questa si mise. 
Nello stesso luogo si scontrò con Laio che sovra un coc- 
chio andava a Delfo per interrogare l'oracolo. Il coc- 
chiere e il vecchio volevano spingerlo per forza fuori 
della strada, ma Edipo infuriato uccise il cocchiere, e 
avendo Laio, nell'oltrepassare del cocchio, percossolo sul 
capo, egli uccise ancor lui insieme coi suoi compagni. 
Uno solo la scampò, senza ch'Edipo se ne avvedesse, e 
appunto quel medesimo che un giorno aveva ricevuto 
l'ordine d'esporlo. Quindi Edipo trasse oltre? verso Tebe. 

In Tebe frattanto, avendovi posto sede la Sfinge, (1) 
Creonte fratello di Giocasta avea, dopo la morte di 
Laio, preso il governo, e prometteva a chi sapesse libe- 

(1) La Sfinge (2<p[yZ o 4>i'^, la stranyoUitricè) nacque dalla Chi- 
mera e da Orto (Esiod. Teog. 326,) o da Tifone ed Echidna. Aveva 

11 tronco di un leone coll'ali, e il capo e il petto di donzella : del resto 
i poeti hanno in molte guise variato la sua figura e compostala dei 
più differenti corpi. La forma della sfinge egiziana, che ha dato il 
modello a quella greca, era un tronco di leone senz'ali colla parte 
superiore umana. Originariamente la Sfinge tehana era un simbolo 



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— 217 — 

rare il paese da quel mostro, il regno e le nozze della 
vedova Giocasta. Venuto Edipo, sciolse l'enigma della 
Sfinge, la quale per conseguenza si precipitò dalla sua 
rupe e morì, ed Edipo ebbe la signoria di Tebe e la 
mano di Giocasta. Sono suoi figli Eteocle e Polinice, 
Antigone e Ismene. 

Per cagione dell'occulto delitto di Edipo venne su 
quel paese una pestilenza, e un oracolo sentenziò che 
non sarebbe cessata finche l'uccisore di Laio non fosse 
cacciato dal paese. Edipo denunzia solennemente male- 
dizione ed esilio contro lo sconosciuto omicida, ma men- 
tre ne indaga le traccie, finalmente, per mezzo del cieco 
indovino Tiresia e del servo scampato alla strage di Laio, 
viene a scoprire con suo sommo spavento e orrore, esser 
egli l'uccisore di Laio suo padre e lo sposo di Giocasta 
sua madre. Per disperazione Giocasta si appicca, e Edipo 
nel colmo del dolore si strappa gli occhi. Cosi Sofocle : 
secondo altri,Edipo fu trovato da un pastore sul Citerone 
e quivi allevato ; ovvero crebbe in Sicione, sede origina- 
ria di Polibo e uno tra i principali stabilimenti del culto 
delle Erinni. Lo stretto dove uccise suo padre è messo 
da molti nelle vicinanze di Potnie, dove parimente 
erano venerate le Erinni. L'antica tradizione epica non 
conosce alcuna discendenza dalle nozze di Edipo e di 
Epicasta, facendo i suoi figli generati con Eurigania: 

della peste, e doveva esser mandata da Ares sdegnato o da Era 
crucciata per un adulterio commesso da Laio. Sedeva su una rupe 
in vicinanza di Tebe e dava il seguente enigma: che è quella cosa 
che ha voce e che la mattina va con quattro piedi, a mezzodì con 
due, e la sera con tre? (fuomo). I Tebani si radunavano ogni giorno 
per consigliarsi intorno all'enigma, e non potendolo sciogliere, ella 
strozzava ogni volta uno di loro. Ma quando l'indovinello fu sciolto, 
per volere del destino, ella dovette precipitarsi dalla rupe e morì. 

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ina la tragedia ha in questa parte trasformato la favola, 
per rendere il destino di Edipo più spaventevole. 

Sopra l'ultimo fato di Edipo differiscono le favole. 
Secondo il luogo dell'Iliade sovraccitato, parrebbe do- 
versigli attribuire una morte violenta (in battaglia): ma 
le parole $£oou7roros Oioinòó&o potrebbero anche signi- 
ficare il rovinoso abbattimento di quell'uomo che dopo 
avere si lungamente resistito al suo terribil destino, sog- 
giacque finalmente sotto i colpi di quello. Secondo il me- 
desimo luogo egli è sepolto in Tebe: altri dati stabiliscono 
la sua sepoltura a Eteone in Beozia in un santuario di De- 
meter ( — Erinni). Presso i tragici, egli dai suoi figli e 
da Creonte insignoritosi di Tebe e cacciato dal paese e 
Antigone sua figliuola lo accompagna nell'esilio, ovvero 
i suoi figli lo rinchiudono, per nascondere l'onta delia 
famiglia. Perciò il cieco vegliardo che si vede disonorato 
li maledice, e questa maledizione del padre porta ai figli 
rovina. Essi litigano per la signoria e venuti in guerra 
si uccidono l'uno l'altro in un duello. Secondo V Edipo 
Coloneo di Sofocle, Edipo lungo tempo dopo il suo 
acciecamento, è esiliato dai Tebani, e, accompagnato da 
Antigone, mentre i suoi figli altercano per la signoria, 
giunge a Colono in Attica, dove egli si riconcilia 
colle Erinni e trova l'ultimo riposo (vedi pag. 166). 

Le due guerre tebane. I figli di Edipo, Eteocle e 
Polinice, eransi convenuti di regnare in Tebe alterna- 
tivamente un anno per ciascuno. Ma Eteocle, il mag- 
gior di loro (1), avendo preso pel primo le redini del 
governo, non voleva al tempo debito cederle al fra- 
tello, il quale allora fuggi a Adrasto re di Argo 

(1) Alcuni fanno maggiore Polinice e lo pongono per primo a 
regnare. 



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— 219 — 

della stirpe degli Amitaoni (pag. 179), per cercare da 
lui soccorso. Al medesimo tempo giunse là in. cerca 
di protezione Tideo figlio di Eneo, fuggito da Cali- 
done per aver commesso omicidio. Adrasto gli ospitò 
entrambi, die loro per ispose le proprie figlie e pro- 
mise loro di ricondurli nel patrio suolo e rimetterli 
nei loro diritti. Così sorse la prima guerra Tebana 
(la guerra dei sette contro Tebe). I sette duci erano 
Adrasto, capo di tutta la spedizione, Polinice, Tideo, 
Capaneo, un discendente di Preto, Ippomedonte ni- 
pote di Adrasto, il veggente Amfiarao della stirpe di 
Melampo (pag. 179) e cognato di Adrasto, Partenopeo, 
secondo le più antiche favole, fratello di Adrasto, se- 
cando le più recenti, Arcade e figlio della rinomata 
cacciatrice Atalanta (cf. Sofocl. Ed. Col. 1311 e seg.). 
Amfiarao previde lo sfortunato esito della guerra e 
non voleva pigliarvi parte, ma la sua moglie Erifile 
sorella di Adrasto, subornata da Polinice col dono del 
funesto monile di Armonia, lo persuase a marciare. 
Perciò ella fu uccisa più tardi da suo figlio Alcmeone, 
un tipo simile ad Oreste. Arrivati dinanzi a Tebe i 
sette duci, per dar l'assalto alla città, si divisero, po- 
nendosi colle loro schiere in faccia alle sette porte. 
Ma Tiresia presagì ai Tebani la vittoria qualora uno 
della schiatta degli Sparti si fosse consacrato alla morte; 
il che fece Meneceo, figlio di Creonte, gettandosi 
dalle mura della città in quella grotta dove una volta si 
annidava il dragone di Ares. L'empio orgoglio di Ca- 
paneo che assaltando la città si vantava che neppure il 
fuoco di Zeus l'avrebbe potuto rimuovere dalle mura, 
portò la rovina agli Argivi. Mentre egli pavoneg- 
giandosi saba sulle mura, un fulmine di Zeus lo gettò a 
basso, gli Argivi si ritirarono, Polinice ed Eteocle cad- 



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— 220 — 

dero entrambi In un duello, e tutto l'esercito argivo andò 
in rotta insieme con Adrasto medesimo che sopra il suo 
possente cavallo Arione (11. 23, 346) il quale derivava 
da Demeter Erinni, fuggi a Colono. Amfiarao mentre 
fuggiva fu insieme col suo cocchio ingoiato dal terreno 
e divenne un dio profeta che a Tebe e segnatamente a 
Oropo dava oracoli in sogno (Pausan 1, 34, Erod. 1, 46, 
52 e 8, 134). Coll'aiuto degli Ateniesi Adrasto diè se- 
poltura ai morti (1) (Esch. Sette a Tebe. Eurip. Fe- 
nic. e Supplic). 

Dieci anni dopo, Adrasto riunì i figli degli uccisi, gli 
Epigoni, a una nuova spedizione contro Tebe (guerra 
degli Epigoni). Questi furono, Alcmeone figlio di Am- 
fiarao, Egialeo figlio di Adrasto, Promaco di Parteno- 
peo, Tersandro di Polinice, Diomede di Tideo, Stenelo 
di Capaneo, Eurialo di Mecistèo. Del resto scarseggiano 
qui le notizie. I tre ultimi menzionati combatterono an- 
che sotto Troia. Confidati negli auspici favorevoli degli 
dèi e sotto la protezione di Zeus (//. 4, 408) sconfissero 
i Tebani sul fiume Glisa, dove cadde il condottiero te- 
bano Laodamante figlio d'Eteocle, e saccheggiarono la 
città. Tersandro prese il governo di Tebe : ma una gran 
parte degli abitanti, prima del saccheggio, per consiglio 
di Tiresia abbandonò il paese e dopo lunghi errori, fondò 
la citta d'Estiea. Una parte della preda e Tiresia colla 
sua figlia Manto profetessa, furon mandati a Apollo in 
Delfo per sacra offerta, ma Tiresia morì per viaggio, e 
Manto fu poi da Delfo mandata neirAsia minore al- 
l'oracolo di Claro. 

(1) Antigone, contro il divieto di Creonte, seppellisce il fratello 
Polinice indicatole da un traditore del paese, e ne è punita colla morte. 
Emone, figlio di Creonte, innamorato e sposo di Antigone, s'uccide 
sovra di lei (Sofocl. Antigone). 



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XXX. 




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— 221 — 

Omero conosce queste due guerre, probabilmente da 
più antichi canti detti Tebaidi, e rammenta persone e 
scene intiere appartenenti a questo ciclo di favole (//. 4, 
364-410. 5, 800 e seg. 10, 283 e seg. Od. 11, 326. 15, 
244 e seg. II. 14, 113 e seg. 23, 677). 

11 governo dei Cadmidi in Tebe fu, a tempo di Labdaco 
e di Laio, interrotto per alquanto dalla dominazione di 
un'altra stirpe cui la favola, per quanto pare, 'trasportò in 
Tebe da Iria città della Beozia. Nicteo, figlio di Irieo, e 
dopo di lui il fratello Lieo avrebbero, durante la minorità 
di Labdaco, tenuto il governo in Tebe, in qualità di tutori 
del re. Nipoti di Nicteo erano Zeto e Amfione, gemelli, 
nati da Antiope e da Zeus, i bianco rosati Dioscuri della 
Beozia, come dice Euripide, adorati ambedue come pro- 
tettori di Tebe. Esposti dalla madre furono allevati sul 
Citerone da' pastori: Zeto divenne un ruvido e gagliardo 
pastore e cacciatore, il più gentile Amfione un cultore 
della cetra e del canto. Standosi tuttora i giovanetti sul 
Citerone, viene alla lor capanna la madre loro che era 
fuggita dalla prigione in cui Lieo la teneva e dai mal- 
trattamenti ricevuti dall' empia Dirce moglie di lui. 
Dirce, i-aggiuntala, riesce a persuadere i giovani che le- 
ghino la madre loro, ancora sconosciuta, a un toro sel- 
vaggio, per farla morire. Allora colui che gli aveva al- 
levati scopre il segreto della lor nascita, e finalmente 
Dirce riceve il castigo che aveva meditato per Antiope. 
H suo cadavere è gettato dai giovani in una fontana 
presso Tebe, che da lei fu chiamata Dirce. Quindi vanno 
a Tebe, rapiscono a Laio la signoria e cingono la città 
di un muro, dove mentre Zeto per forza di braccia am- 
monticchia un masso sull'altro, Amfione col suono della 
lira costringe le pietre a andare da se medesime a po- 
sarsi al loro luogo per formare la muraglia. Amfione 



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— 222 — 

sposa Niobe, Zeto si marita con Tebe o con Aedone 
(vedi pag. 203. Fig. 30, il cosi detto toro farnese). 

7. Cill Argonauti ('A^'ovaura?, Argonauta^ 

La favola degli Argonauti, come pure quella di Ata- 
mante appartengono alla stirpe dei Minii, la quale, stan- 
ziata in Orcomeno di Beozia e in Iolco di Tessaglia, si oc- 
cupò ab antico del commercio e della navigazione — Ata- 
mante, re in Orcomeno, figlio di Eolo (vedi pag. 31), per 
comando di Era avea sposato Nefele (la dea delie nubi) 
e da lei generato Frisso ed Elle. Dopo Nefele, sposò 
eziandio una mortale, Ino (vedi pag. 116), per il che 
Nefele disparve, e la maledizione venne sulla casa di 
Atamante. Ino odiava i figli di Nefele e tanto fece che 
fu stabilito di sacrificare Frisso. Allora Nefele tentò di 
portare in salvo lui e la sorella nel lontano paese di Ea 
(Aia, terra), per mezzo di un ariete dal vello d'oro (1). 
Ma tra via Elle cadde in mare (di qui Y Ellesponto cioè 
il mare di Elle) ; Frisso giunse in Ea, dove fu ospitato 
dal re Eete, e l'ariete venne offerto a Zeus Ficsio 
(<j>u^£o$, protettore della fuga). livello d'oro fu appeso 
nel bosco di Ares, e più tardi gli Argonauti, cioè i navi- 
gatori di Argo, sotto la condotta di Giasone, lo portarono 
in Grecia. 

Omero conosce la favola degli Argonauti che già 
prima del suo tempo era soggetto di canti, ma non dà 
altro che alcuni cenni e schizzi intorno a quella. Circe,, 
rammemorando gli scogli errabondi detti plancte (Od. 

(1) Il vello dell'ariete, da Pindaro in poi, si diceva comunemente 
d'oro; ma è incerto se già. per lo innanzi fosse in voga quest'opinione: 
alcuni lo fanno di porpora. 



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— 223 — 

12, 66 e seg.) dice, secondo la versione del Pindemonte, 

Nave non iscampò dal periglioso 
Varco sin qui : che de' navigli tutti 
Le tavole del pari e i naviganti 
Sen porta il vincitor flutto, e la pregna 
Di mortifero foco atra procella. 
Sola quell'Argo che solcava il mare, 
Degli uomini pensiero e degli Dei, (1) 
Trapassar valse, navigando a Coleo : 
E se non che Giunon cui molto a cuore 
Giasone stava, di sua man la spinse, 
Quella non meno avrian contro le vaste 
Kupi cacciata i tempestosi flutti. 

Inoltre Omero conosce le nozze di Giasone con Issi- 
pile (T'J'wruM) in Lemno e il figlio loro Euneo (Vuomo 
del mare), il quale avea contratto amicizia coi Troiani e 
coi Sidonii fenicii (//. 7, 467 e seg. 23, 743 e seg.), e la 
stirpe di Pelia e di Giasone (Od. 11, 253 e seg.). An- 
che Esiodo ( Teog. 992 e seg.) parla delle avventure di 
Giasone solo in termini generali : dello scopo del viag- 
gio cioè dell'aureo vello dell'ariete non si trova men- 
zione nè in Omero nè in Esiodo. Mimnermo pel primo 
(circa il 600 av. Cristo) rammenta il vello nella città di 
Eete, tenuto da Giasone : ma da ciò non si può con- 
chiudere che nulla se ne sapesse avanti di questo tempo. 
Il vello è si strettamente connesso al nucleo della favola 
stessa, che si dee credere abbia fatto parte di essa fino 
dall'origine. Pindaro è il primo, fra i poeti che ci riman- 
gono,ii quale ci narri alquanto distesamente l'intiera fa- 

(1) Il testo ha 7r«JCaiKouja, che propriamente significa esser la 
nave a cuore a tutti, cioè ndirsene parlar volentieri (Ja ognuno. 



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— 224 — 

vola degli Argonauti: se non che la sua poesia (Pitie. 4) 
è rivolta specialmente a porre in rilievo l'unica persona di 
Giasone, onde il destino e le imprese degli altri Argo- 
nauti hanno solo un importanza secondaria. Fra le poe- 
sie epiche dei Greci che trattavano la spedizione degli 
Argonauti, si son conservate solo l'Argonautiche di 
Apollonio Rodio (circa 200 av. Cristo) e del Pseudo-Or- 
feo, inoltre l'Argonautica latina di Valerio Fiacco 
(circa 80 dopo Cr.), che è un imitazione di Apollonio. 
Questo soggetto è stato fino ab antico trattato tante 
volte e ogni volta sì diversamente secondo le varie opi- 
nioni dei tempi e degli scrittori, che è impossibile di 
percorrere o di ridurre a unità tutte le notizie che ci ri- 
mangono. Noi ci studieremo di accozzare insieme le 
cose principalissirae, dividendole per sommi capi. 

1) Occasione del viaggio. Pelia, figlio di Creteo, ni- 
pote di Eolo, avea rapita a suo fratello Esone la signoria 
d'Ioleo. Questi cercò di porre in sicuro suo figlio Gia- 
sone, fino dalla nascita, dalle insidie di Pelia, mandan- 
dolo ad allevare presso il centauro durone; e fingendo 
che fosse morto, fece per lui in casa propria solenni 
funerali. Ma Pelia avea ricevuto da Delfo un responso, 
doversi diligentemente guardare da colui che scendesse 
dalle montagne nel piano d'Iolco con in piè un solo cal- 
zare. Giunto Giasone all'età di venti anni e cresciuto 
in bellezza e in forza, tornò a Iolco e si mischiò fra il 
popolo che era raccolto sul mercato. Pelia vedendolo 
appunto calzato da un piede solo, si spaventò, ma tenne 
nascoso il suo sospetto e lo dimandò della stirpe e della 
patria. Quegli si palesò per figlio di Esone e entrò nella 
casa di suo padre. Rallegrassi il padre della bellezza del 
figlio e là accorsero anche i fratelli di Esone, Ferete 
dai dintorni jjella fonte Iperea, e da Messene Ami- 



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— 225 — 

taone, come pure Admeto figlio di Ferete e Melampo 
figlio di Amitaone. Andarono al palazzo di Pelia, e Gia- 
sone chiese che fosse renduto il governo a suo padre. 
Ma il vecchio rispose (traduz. del Borghi) 

Qual vuoi sarò: ma degli inferni dèi 

Tommi all'orror ch'entro mie vene impera: 
Presso l'età canuta io non potrei, 
Tu '1 puoi ben nel vigor di primavera. 
Turba Frisso già spento i sonni miei, 
E l'errante a ridurne ombra severa 
Vuol che d'Età m'inoltri al regio ostello, 
E rechi qua dell'ariète il vello : 

Sacro ariète che il salvò dall'onda, 
E dagli strali di matrigna infida: 
Però lo spettro in sulla manca sponda 
Mi vien del letto, e mi rampogna e sgrida: 
Quinci alla pitia corsi ara feconda, 
E pronto addimandai consiglio e guida: 
Pronto rispose alle preghiere il nume, 
E vuol ch'io tenti d'ampio mar le spume. 

Tu per me compi l'immortal cimento, 
E cederò, tei giuro, e reggia e trono. 

■ 

Giasone accettò il patto e raccolse i compagni pel viag- 
gio da tutta la Grecia. 

Così racconta Pindaro. Secondo altre favole Gia- 
sone vivea nel paese e, facendosi da Pelia un sacrificio, 
ei vi comparve con un solo calzare avendo perduto l'ai-, 
tro nel passare il fiume Anauro (mentr'egli trasportava 
da una parte all'altra la dèa Era sotto forma di una 
donna vecchia). Pelia lo interrogò che cosa avrebbe egli 
fatto ad un concittadino dal quale, secondo V ammoni- • 

15 



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— 

zione d'un oracolo, ei dovesse essere ucciso : Giasone 
rispose che l'avrebbe mandato a prendere il vello d'oro. 
— La nave Argo, nave da cinquanta rematori, ebbe 
questo nome da àpyós, veloce, o secondo la favola, da un 
Argo che la fabbricò. Fu edificata sotto la direzione di 
Era (così la favola più antica) o di Atena, al piè del 
Pelio o ad Argo. Atena vi connesse nella prora un j 
pezzo della quercia parlante di Dodona. 

2) / compagni di viaggio. La fatala degli Argonauti, 
come abbiam già detto da principjo, deriva dalla stirpe 
dei Minii: quindi, secondo le tradizioni originali, i 
compagni di Giasone furono specialmente eroi de'Minii, j 
come Ificlo, Acasto, Piritoo, Asclepio, Ergino, Eufe- 
rao. Dilatatasi poi la favola, vi si aggiunsero degli ! 
eroi tessali come Attore, Telamone, Peleo, Ifito ed 
altri, finché poi, quando la favola stessa fu divenuta 
proprietà di tutto il popolo greco, nessuno vi dovette 
mancare dei più riputati eroi dell'antichità che fossero 
vivi intorno a quell'epoca (circa un età d'uomo ante* 
riore alla guerra troiana). Si inseri pertanto nella lor 
compagnia Orfeo (1), Amfiarao, Zete e Calai figli di 
Borea, Castore e Polideuce, Meleagro (2), Tideo, Te- 

(1) Orfeo, figlio di Eagro e della musa Calliope fu un eroe del 
canto appartenente ai Traci popolo mitico, e colla potenza del suo can- 
tare moveva rupi e alberi e domava le fiere selvaggie. Mortagli la sua 
sposa Euridice, discese nell'inferno e coll'arte sua intenerì il re del- 
l'ombre il quale concesse ad Euridice di seguitare lo sposo che ritor- 
nava alla luce, sì veramente che egli tra via non si voltasse indietro a 
guardarla. Ma non avendo quegli potuto tenersi dal farlo, Euridice gli 
fu nuovamente tolta. Virg. Georg. 4, 454 e seg. Ov. Met. 10, 1 e seg. 
Egli fu lacerato dalle donne di Tracia, e il suo capo e la lira da lor» 
gettate in mare, furono dalle onde portate a Lesbo, celebre isola pei 
cantori lirici che vi fiorirono. 

(2) Meleagro era figlio di Eneo, re di Pleurone e Calidone In 
totoiia, e di Altea, figlia di Testio, sorella di Leda. Eneo si dimenticò 



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— 227 — 

aeo, Eracle. In tutto gli eroi crebbero al numero di 
cinquanta, uno per ciascun remo; condottiero fu Gia- 
sone (1), pilota fu Tifi o, secondo più antiche favole, 
Ergino. 

3) // viaggio ad Ea. Ea (pari a Toux terra) indicava 

una volta di sacrificare ad Artemide, di che adiratasi ella mandò un 
terrìbile cinghiale a devastargli la campagna. Mei eagro lo uccise col- 
l' aiuto d'una grossa schiera di cacciatori. Ma Artemide suscitò fra gli 
Etoli e i Cureti contesa e guerra pel capo e per la pelle del cinghiale, 
nella qual guerra gli Etoli ebber la meglio fin a tanto che per loio 
combattè Meleagro. Ma avendo Meleagro ucciso in battaglia un fratello 
di sna madre, essa lo maledì, ond'egli crucciato si ritirò presso la mo- 
glie Cleopatra, la bella figlia di Ida e di Marpessa. Quindi venner gli 
Etoli in gravi strettezze : i maggiorenti del popolo pregarono l'eroe 
a ritornare in battaglia, promettendogli grandi doni : pregaronlo il 
padre, la madre, le sorelle e gli amici, ma tutto in vano. Finalmente 
nel più gran bisogno cedette ai lamenti e alle supplicazioni della mo- 
glie, e, tornato in battaglia, salvò gli Etoli, ma egli non ne ritornò, 
chè l'Erinni, avendo udito nell'Erebo la imprecazione della madre, lo 
misero a morte (II. 9, 520-599. 14, 115 e seg.). Iftia favola più recente 
intorno alla morte di Meleagro si trova in Ovidio Met. 8,270 e seg. Per 
la nascita di Meleagro, le Mire entrate in camera avean posto sul fuoco 
un tizzone dicendo che il fanciullo dovea vivere tanto quanto quel tiz- 
zone durasse : onde la madre, appena partite quelle di camera, avea 
tolto dal fuoco il tizzone e lo custodiva diligentemente. Ma avendo 
Meleagro, dopo l'uccisione del cinghiale, donato la pelle del cinghiale 
alla bella e veloce cacciatrice arcadica A tal anta che gli aveva recato la 
prima ferita e avendo ucciso i fratelli di sua madre che a lei volevan 
rapirla, la madre stessa nel furore dell'ira gettò il tizzone dal quale la 
vita del figlio dipendeva, sulle fiamme. Mentre quello bruciava, mo- 
riva Meleagro, consumato da un interno ardore doloroso. 

(1) Alcuni fanno che Eracie dividesse con Giasone il comando 
della nave: ma siccome del resto quest'eroe non comparisce nell'elenco 
primitivo degli Argonauti, perciò si danno diverse ragioni dell'essersi 
egli allontanato da loro. La favola meglio ricevuta è questa, che egli 
scendesse a terra nella Misia e vi si trattenesse per cercare il suo amato 
fanciullo Ila (il fanciullo {iella selva) rapito dalle ninfe entro di una 
fonte : e quivi lo avrebber lasciato insieme con Polifemo gli Argo- 
nauti, seguitando oltre il ior viaggio (Teocr. Id. 13). 



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— 228 — 

in generale un paese lontano, senza denotare dapprin- 
cipio alcun luogo determinato, benché è certo che, ri- 
spetto a Iolco sede dei Minii, esso si poneva in dire- 
zione di nord-est sul ponte Eussino. Solo dopoché i 
navigatori railesii ebbero scoperto Colchide come l'an- 
golo più orientale del Ponto, si dichiarò esser questa 
la terra di Ea, sede di Eete : i più antichi poeti non 
sanno nulla di Colchide, e anche Mini n ermo (600 avanti 
Cristo) parla affatto indeterminatamente " della città 
di Eete, dove i raggi del veloce Elio posano in aurea 
stanza sull'estremo orlo dell'oceano " Presso Pindaro 
Colchide è lo scopo del viaggio, e fissato lo scopo , si 
è anche meglio determinato il corso della navigazione. 
Noi lo diamo quale è descritto nell'Argonautica di 
Apollonio. Partiti da Colchide giungono gli Argonauti 
primieramente a Lemno, dove poco prima le donne 
aveano ucciso i loro infedeli mariti. Di là, oltrepassata 
Samotracia, ne vengono per l'Ellesponto all'isola Cizico, 
dove Cizico signoreggiava i Dolonii. Accolti amichevol- 
mente ripartono, ma nella notte rigettati da una tempe- 
sta in questo medesimo luogo, combattono, senza cono- 
scersi per l'oscurità, coi Dolonii, dove Cizico è ucciso. 
In Misia lasciano indietro Eracle in traccia di Ila, <> 
vengono nella Bitinia dove abitano i Bebrici (Apollon, 
A. 1.) Ivi Polideuce vince nel pugilato il re Amico e 
gli Argonauti cacciano in fuga i Bebrici. In Salmidesso 
di Tracia liberano il cieco profeta Fineo dalle arpie che 
in parte gli rapivano il pranzo e in parte glie lo brut- 
tavano colle immondezze. I figli di Borea Zete e Ca- 
lai perseguitano l'arpie e le uccidono: onde Fineo, 
per gratitudine, insegna agli Argonauti il modo di na- 
vigare per mezzo alle rupi simplegadi. Questi ter- 
ribili scogli si aprivano e si richiudevano con tal violen- 



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— 229 — 

za che fin ora nissun naviglio avea potuto passarli : 
ma Argo sostiene felicemente questo pericolo, e da 
indi in poi le Siraplegadi restano immobili (1). Navi- 
gano quindi gli Argonauti verso la costa meridionale 
del Ponte, e giungono finalmente all'isola Arezia da- 
vanti a Colchide, dove incontrano i figli di Frisso che 
avendo voluto navigare da Colchide alla patria del pa- 
dre loro, avevano fatto naufragio su quest'isola. In- 
siem con essi seguitano il viaggio per Colchide, e 
metton l'ancora nel fiume Fasi (Apollon. A. 2). 

4) Conquista del vello. Giasone chiede il vello. 
Eete (2) promette di darglielo quando Giasone abbia 
preso e aggiogato i tori mandatigli da Efesto spiranti 
fiamme e coir unghie di bronzo, e quando con essi 
abbia arato un pezzo di terra, di più ancora seminato i 
denti di dragone che da Eete riceverebbe. ColTaiuto 
della maga Medea, figlia di Eete, Giasone compie fe- 
licemente queste fatiche e quando dai denti seminati 
escon fuori uomini coperti d'arme, egli per consiglio 
di Medea stessa getta fra di loro una pietra, per il che 
si uccidono l'uno l'altro (Apollon. A. 3) (3). Ma Eete 
conoscendo essersi compiute queste imprese colTaiuto 
della figlia, non voleva attenere la sua promessa, onde 
nella notte Giasone con Medea rubano dal bosco di 

(1) Le Simpìegadi sono state erroneamente confuse anche dagli an- 
tichi colle plancte (Od. 12, 61): e si è creduto che Omero togliesse le 
simpìegadi da antiche poesie sopra gli Argonauti e le trasferisse da 
oriente in occidente. Ma le plancte sono scogli stabili e fermi che si 
trovano in vicinanza di Scilla e Cariddi, pericolosi solamente per il 
loro bollente ardore e pei vapori che le circondano. 

(2) Eete è figlio di Elio e di Perseide, moglie della oceanina Iduia 
(Es. Teog. 956 e seg.). Anch'egli, al pari della figlia Medea e della 
sorella Circe, è conoscitore della magia. 

(8) Questo tratto è levato dalla favola tebana di Cadmo. 



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— 230 — 

Ares il vello, dopo aver addormentato (o ucciso) il draga 
che lo custodiva, e fuggono cogli Argonauti (Apollo». 
A. 4, 1-211). 

5) Ritorno. Eete fa inseguire i fuggitivi Argonauti^ 
ma inutilmente. Apsirto (Absyrtos) figlio di Eete che 
conduceva la schiera degli inseguenti è assalito o ucciso 
da Giasone (Apollon.): secondo altre favole Medea ave* 
preso con se il fratello e vedendosi inseguita da Eete, 
lo fece in brani e ne gettò i brani nel mare, onde Eete 
fu costretto per raccoglierli, a desistere dell'inseguirla. 
— Intorno alla direzione del ritorno si hanno le più di- 
screpanti notizie presso i varii scrittori. Gli uni fanno 
tornare gli Argonauti per la stessa via onde erano venuti, 
gli altri li conducono a ritroso del Fasi fino all'oceano 
orientale, poi verso mezzodì nel mar rosso e quindi a tra- 
verso i deserti della Libia, portando a braccia la nave 
Argo, fino alla palude Tritònia e al mare mediterraneo. 
Questa opinione potea valere finche furono scono- 
sciute le contrade orientali e le sorgenti del fiume Fasi : 
poscia, volendosi pure far pervenire i naviganti all'o- 
ceano e farli passare per terre sconosciute, si rivolsero 
alla terza direzione, a quella occidentale, credendosi 
dagli antichi che il ponto si congiungesse al mare d'oc- 
cidente. Presso Apollonio (lib. 4) il quale mescola con 
molta varietà idee antiche e nuove, gli Argonauti 
uscendo dal mar nero percorrono il fiume Istro e da 
esso passano nell'Eridano: vengono nell'isola di Circe 
dove sono purificati dall'uccisione di Apsirto, di là ra- 
sentando le Sirene e passando in mezzo a Scilla e Ca- 
riddi giungono all'isola dei Feaci dove Giasone celebra 
le nozze con Medea. Pervenuti in vista del Pelopon- 
neso, una tempesta gli getta sulla Sirte: onde essi por- 
tando a braccia la nave traversano i deserti della Libia 



• i 



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— 231 — 

e ginntl alla palude Trito nia, arrivano finalmente, pel 
mediterraneo, a casa. 

Pelia, mentre Giasone era assente, uccide Esone pa- 
dre di lui: di che egli si vendica coli aiuto di Medea la 
quale persuade le figlie di Pelia a fare in brani il padre 
e a cuocerlo in una caldaia, promettendo loro che per 
questo incanto nascerebbe ringiovanito. Giasone e Me- 
dea da Acasto figlio di Pelia son cacciati di Iolco e si 
ricoverano a Corinto. Quivi Giasone volea sposare 
Creusa (o Glauce) figlia del re Creonte, ma Medea uc- 
cide la sposa mandandole in dono una veste e un dia- 
dema avvelenati, quindi uccide Mermero e Ferete (1) 
figli suoi e di Giasone, e montata sovra un cocchio tratto 
da alati dragoni, vola ad Atene dove per qualche tempo 
è sposa di Egeo. Caccciatane da Teseo, ritorna a Coi- 
chide. Giasone muore nel santuario di Posidone sul- 
l'Istmo, essendogli caduti addosso i frantumi della nave 
Argo. 

La favola di Atamante, ,Frisso e del vello d'oro ha 
una base profondamente religiosa. Il re Atamante è sa- 
cerdote di Zeus Lafistio, e deve placare questa irata 
divinità col sacrificio continuo della sua schiatta. Ata- 
mante stesso è sacerdote e vittima insieme, e sta per 
essere immolato in espiazione di tutto il paese, quando 
Citissoro, figlio di Frisso, giunto da Ea, lo libera. Ma 
perciò Citissoro desta Tira del dio su tutti i suoi discen- 
denti. Chi era il maggiore della stirpe dovea star lungi 
dalla casa comune; tornandovi, era immolato. Per- 
tanto molti di quelli che doveano essere offerti in sacri- 
ficio, fuggono per paura in lontani paesi, ma se mai tor- 
nano a casa e sono sorpresi nella famiglia, il sacrificio li 

(1) Esiodo (Teog. 992 e seg.) nomina un figlio di Medea e di 
Giasone chiamato Medèo. 



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— 282 — 

aspetta (così narra Erodoto 7. 197). Anche Frisso era 
destinato al sacrifizio, ma scampa colla fuga, e l'ariete 
diviene un'offerta espiatoria a Zeus Lafistio per infino 
che non sia preso uno degli Atamantidi. Da questi 
due fatti, la fuga di Frisso e il sacrificio dell'ariete, si 
formò la favola dell'ariete salvatore che porta Frisso 
nella lontana Ea. Il vello dell'ariete sacrificato a Zeus 
(in luogo di Frisso) diviene un presidio e una tutela e 
Giasone, medico ed espiatore (ìào/xae, sanare) lo riporta 
finalmente ad Iolco. — L'ulteriore ampliamento della 
favola, specialmente in ciò che riguarda il viaggio degli 
Argonauti, si connetteva, presso i Minii, a qualche cosa 
di reale e di storico, cioè alla dilatazione del loro com- 
mercio marittimo e delle loro colonie (O. Moller, Or- 
cornetto)» 

8. — ■ a guerra troiana. 

La più celebre di tutte le imprese compite dagli eroi 
della Grecia in comune, è la guerra troiana nella quale 
ebbero parte campioni di quasi tutte le greche Pro- 
vincie. Lo splendore e la gloria che ebbero in Grecia e 
presso la più tarda posterità gli eroi di questa spedizione 
riguardata come un'impresa nazionale, si deve al cantore 
Omero, il quale nelle due epopee V Iliade e V Odissea ha 
celebrato i loro fatti e le loro avventure. Sono sua pa- 
tria le coste dell'Asia minore ove, in conseguenza della 
invasione dorica, si trovarono mescolate le più diverse 
stirpi di greca favella, specialmente quelle i cui ante- 
nati aveano una volta intrapreso la spedizione di Troia 
e guerreggiato con prospero esito su queste medesime 
coste delle quali ora prendevano possesso come di una 
nuova patria: fra queste gli Achei sotto la domina- 



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_ 233 — 

zione della schiatta de 1 Pelopidi , gli Ionii coi loro re 
della stirpe di Nestore, e inoltre schiere venute dalla 
Tessaglia, dalla Beozia, dairEubea, dalla Locride e da 
altre parti. Le ricche favole portate seco da queste 
stirpi dal suolo paterno, nel nuovo terreno si collega- 
rono sempre più e si accrebbero in bocca del popolo e 
dei cantori, finche Omero sceverando dalla massa dei 
grandi cicli di favole una parte e foggiandola artisti- 
camente secondo le leggi dell'unità, creò un nuovo ge- 
nere di epopea. L'Iliade tratta solamente un breve pe- 
riodo della guerra Troiana, della durata di 51 giorni 
nel decimo anno dell'assedio, cioè l'ira di Achille of- 
feso da Agamennone e le conseguenze di essa fino alla 
morte d'Ettore; l'Odissea parimente abbraccia solo uno 
spazio di 40 giorni; ma in questi angusti confini sono 
con tal arte collocati gli avvenimenti che accaddero nel 
resto della guerra Troiana e nel tempo che gli eroi 
tornavano alle loro case, e talmente sono intessuti col 
subietto principale, che in Omero noi possiam formarci 
un prospetto dell'intiero ciclo delle favole troiane. Da 
cosi ricca miniera noi rileveremo solo le cose princi- 
palissime. 

1) Occasione della guerra e navigazione a Troia. — 
Paride, figlio di Priamo re di Troia (il suo albero ge- 
nealogico vedilo, Il 20, 215 e seg.) in una gara fra Era, 
Atena e Afrodite, avea aggiudicato a quest'ultima il 
premio della bellezza: perciò le due prime giurarongli 
odio e trassero in rovina lui e la città di Troia (//. 24 
"25, e seg.) (1). Aiutato da Afrodite egli violando To- 

C 1 ) Più tardi si trova la favola come appresso. Al banchetto nuziale di 
Peleo e Tetide furono invitati tutti gli dèi, eccetto Erìde, la dea della 
discordia. Quindi essa gittò in mezzo alia brigata un pomo d'oro colla 
s.opra Scr itta alla più bella. Era, Atene e Afrodite pretesero ciascuna a 



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— 234 — 

spitalità, rapisce la più bella delle donne, Elena moglie 
di Menelao re di Sparta. Menelao in compagnia di 
Odisseo va a Troia per chiedere che gli sia restituita la 
moglie; ma invano (//. 3, 205 e seg. 11, 122 e seg.). 
Perciò egli percorre la Grecia insieme con suo fratello 
Agamennone re di Micene, eccitando gli eroi degli 
Achei a una spedizione di vendetta contro la citta di 
Troia (Od. 24, 115) (1). Si raccolsero nel porto di 
Aulide dove, avendo fatto un sacrificio agli dèi, Zeus 
mandò un segno prodigioso. Un terribil drago montò 
sull'acero, sotto il quale sacrificavano, e divorò nel nido 
otto teneri uccelletti insieme coi genitori. Calcante 
spiegò questo prodigio, presagendo che dovevano com- 
battere avanti a Troia per nove anni e solo nel decimo 
devastar la città (//. 2, 303 e seg.). — Circa il sacri- 
ficio d'Ifigenia, vedi pag. 206. Sotto la condotta di Aga- 
mennone e Menelao navigarono a Troia con intorno a 
1200 navi (IL 2, 493 e seg.). Cammin facendo abban- 
donarono nell'isola di Lemno l'egregio arciere Filottete, 
figlio di Peante, che possedeva le saette d'Ercole, a 
cagione di una ferita ch'egli avea sofferto pel morso di 
un serpente (17. 2, 716). Giunti a terra, Protesilao fu 
il primo che saltò sulla riva e restò subito ucciso da 
uno dei Troiani che volevano impedire lo sbarco ai ne- 
mici (//. 2, 698 e seg.). 

2) Eroi più singolari sì dei Greci come dei Troiani. 

questa lode, e Zeus costituì giudice di questa lite Paride che pasceva 
sul monte Ida le greggi di suo padre. Era gli promise regno e ric- 
chezza, Atene saviezza e lama in guerra, Afrodite la più bella delle 
donne. L'ultima promessa riscosse il premio. 

(1) Secondo favole più recenti, gli eroi greci si trovarono obbligati 
all'impresa da un giuramento fatto sino dal principio a Tindaro padre 
di Elena quando ambivano le nozze di lei, cioè che avrebbero difeso 
da qualsiasi ingiuria lo sposo che fosse scelto da Elena. 



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XXXI. 




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— 235 — 

(1). Il capo dei Greci militanti a Troia era Agamennone 
figlio cTAtreo, il più potente fra i principi. Era egli un 
uomo robusto e valoroso, un buon re e un bravo vibra- 
tore di lancia, ma, per conoscer troppo la sua potenza, 
riusciva duro e altiero e inclinava alla collera e all'ingiu- 
stizia (R 2, 477. 569. 3, 166. 11, 91). Menelao, eroe 
eoraggioso e valente, re di Lacedemone, era men 
potente di suo fratello col quale nutriva intimi legami 
d'amore, ed era di indole più mansueta (//. 2, 581. 6, 
51. 17, 30. vedi anche //. 10, 114 e seg.) — Il più va- 
loroso, il più veloce, il più bello di tutti gli eroi a Troia 
era Achille figlio di Peleo, e della nercide Tetide (2), 
nepote di Eaco (//. 21, 173. vedi pag. 39 ) e re dei Mir- 
midoni nella tessalica Ftia dove erasi rifugiato suo pa- 

(1) I Greci da Omero son chiamati comunemente Achei o, dalla sedt 
principale del regno Acheo, Argivi : gli abitanti del paese troiano so» 
detti Teneri da Teucro, il più antico re e fondatore di Troia, o Dardani 
da Dardano suo successore, o Troiani da Troo di lui nepote. Da Ilio 
figlio di quest'ultimo (//. 20, 215 e seg.) Troia è detta Ilione : Perg&- 
mos o Pergamon era la rocca della città. 

(2) Secondo favole più recenti Tetide volendo rendere immortale suo 
figlio lo pose di notte nel fuoco, per bruciargli la parte mortale, ma in- 
terrotta l'opera pel sopravvenire di Peleo, Tetide fuggì e ritornò nel mare 
colle sue sorelle (confr. Demofoonte pag. 147). Ovvero : Tetide tuffò il 
figlio nel fiume Stige ; e lo rese invulnerabile, eccetto il malleolo 
pel quale lo teneva sospeso. Raccontano inoltre le leggende Cipriche, 
che avendo Calcante fino dal principio dellaguerra annunziato che 
Troia senza Achille non poteva prendersi, Tetide, prevedendo la 
morte del figlio, fin da fanciullo lo tenne nascoso nell'isola di Sciro 
tra le figlie del re Licomede in abito femminile. Ma Ulisse lo scoperse 
con quest'astuzia- Fingendosi un mercante recò innanzi alle fanciulle 
ogni genere di ornamenti da donne, mischiandovi ancora delle armi, e 
poi fece risuonare all'improvviso rumor d'armi e chiamare a battaglia : 
le fanciulle fuggirono, ma Achille afferrò la spada e lo scudo per andar 
incontro al nemico. Così riconosciuto, promise di pigliar parte alla spe- 
dizione. Figlio d'Achille e di Deidamia, una delle figliuole di Licomede, 
èNeottolemooPirro: 



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— 236 — 

dre Peleo fuggendo da Egina : egli ebbe la scelta fra 
una breve vita piena di gloria e un oscura vecchiezza, 
ed elesse la prima. È invincibile in battaglia e ardito 
nell'assemblea, sfrenato e inchinevole alla collera, ma 
benigno cogli sventurati, ospitale, sensibile per la vita 
quieta e pacifica nel grembo della famiglia e tenero 
verso sua madre. (77. 1,215.280. 2, 673. 681. 769. 20, 
492 e seg. 1, 85. 9, 307 e seg. 24, 518, 600). Fenice suo 
maestro lo accompagna nella guerra troiana (IL 9, 441). 
Patroclo, figlio di Menezio di Opo, il quale avendo da 
fanciullo nel giuocare ai dadi ucciso per ira subitanea 
un altro fanciullo, era stato condotto da suo padre a Ftia 
e quivi educato insieme con Achille (77. 23, 85), è un 
giovane animoso e cordiale, ed è il più fido amico del 
Pelide davanti a Troia (Fig. 31. statua d'Achille) — 
Dopo Achille il primo eroe tra i Greci è Aiace figlio 
di Telamone, (1) parimente nepote di Eaco, re di Sa- 
lamina, simile ad Achille nel sembiante e nell'indole 
(J7. 18, 192) : e finche Achille sta lungi dalla batta- 
glia, è il sostegno principale degli Achei (jrùpycs, tpKog 
A x *c<3v, Od. 11, 556. Il 3, 229 — iZ. 2, 528. 557. 
768. 3, 226. 11, 545 e seg. 17, 279). Tevcro, ec- 
cellente tirator d'arco era il fratello uterino di Aiace 
Telamonio (77. 8, 266 e seg.) — Un altro Aiace re 
di Locri, figlio di OUeo, è chiamato il minore, per di- 
stinguerlo dall'altro detto il maggiore: egli è, dopo 
Achille, il miglior corridore (Il 2, 527. 3, 273. 14, 
520. 13, 700) — Nestore, figlio di Neleo (vedi pag. 
117) signore di Pilo, era il più vecchio fra i greci 

(1) La pili antica leggenda non riconosce Telamone e Peleo come 
fratelli, ma solo come amici, e quindi Aiace e Achille non sarebber 
cugini: nondimeno si consideraron sempre questi due eroi, sì con- 
formi uno all'altro, come appartenenti alla medesima stirpe. 



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- 237 — 

eroi, savio, giusto, conoscitore della guerra e fornito 
di ammirabil facondia. Egli regnava già sulla terza 
generazione di uomini (//. 2, 591. 4, 492 e seg. 10, 
18. Od. 3, 126 e seg. 245. 24, 52. Avventure della 
sua gioventù, //. 7, 125. 11, 670. 23, 626) _ 
Diomede era re d'Argo e di altre citta situate nei 
contorni : già avea combattuto nella guerra degli Epi- 
goni : era prediletto ad Atena della quale godeva spe- 
dai protezione, ed un valente eroe di meraviglioso 
ardire, che non si riteneva neppure dal combattere 
cogli dei ( //. 2, 559. 4, 405. 5, 1 e seg. 6, 98. 8, 90 
e seg. 9, 53) — OAisseo(Ulysses, Ulisse) figlio di Laerte, 
re in Itaca si segnalava dagli altri per accorgimenti 
e per astuzia, era risoluto e animoso e perseverante 
nei pericoli (II. 2, 631. 3, 190. 4, 494. 14, 82. Oi 
4, 240. 13, 89. 291 ) — Idomeneo, re di Creta era 
anch'egli tra i primi dell'esercito (II. 13, 450. 2, 645. 
3, 230. 4, 251. 7, 165). Il suo fido scudiero era U 
valoroso Merione suo nepote. 

Dalla parte dV Troiani era capo e il più grande fra 
gli eroi Ettore, figlio maggiore di Priamo, prediletto 
d'Apollo, terribile e stenninatore in battaglia, ma tenero 
sposo e padre, figlio amante e fedele amico (U. 2, 816. 
3, 60. 6, 394 e seg. 8, 337. 22, 35 e seg. 405 e seg.). 
Il suo più alto scopo è la difesa della terra natale 
(//. 12, 243) — Paride (Alessandro) fratello minore 
d'Ettore è un buono tirator d'arco, ma di indole insta- 
bile, ora valoroso e provocante, ora vile ed ageminato : 
e più gli piace il conversare colle donne e il suonar della 
cetra che la travagliosa occupazione della guerra (lì. 3, 
16 e seg. 6, 504) — Oltre di Ettore si segnala special- 
mente Enea, figlio d'Anchise, parente di Priamo, re dei 
Dardant sul monte Ida, pieno di forza e di saggezza (IL 



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2, 819. 5, 180. 217. 6, 77. ll f 60. 20, 208 e seg.) ; inol- 
tre Polidamante e Agenore (//, 14, 425. 16, 530 e seg.). 
Fra gli alleati dei Troiani primeggiano i licii Sarpedonte 
figlio di Zeus (J7. 2, 876. 5, 479. 6, 199. 16, 419 e seg.) , 
Glauco figlio dTppoloco e nepote di Bellerofonte (//. 2, 
876. 6, 118. 12, 309) e l'arciere Pandaro, figlio di Li- 
caone (II. 2, 824. 4, 87. 5, 168 e seg.). 

3) Assedio e sacche ggiamento della città. A vendo gli 
Achei posto gli accampamenti dinanzi a Troia, per acqui- 
stare di che vivere, facevano scorrerie sulle coste vicine, 
saccheggiavano e devastavano le minori città e ne mena- 
vano gli abitanti in isohiavitù: ma poiché per questa guisa 
non poteano tener unite le loro forze, perciò riuscì ai 
Troiani di difendere la città pel corso di nove anni. Nei 
decimo accaddero gli avvenimenti che sono soggetto del- 
l'Iliade. Era stata assegnata come schiava ad Agamen- 
none, Criseide figlia diCrise sacerdote di Apollo, predata 
in una scorreria da Achille, e quando il padre venne con 
gran prezzo per riscattarla, Agamennone gli dette un nie- 
go e ne lo rimandò con oltraggiose parole. Quindi Crise 
pregò Apollo di vendetta sopra Agamennone e tutto l'e- 
sercito greco. Apollo mandò nel campo la peste. A instan- 
za d'Achille, Calcante dichiara all'assemblea radunata 
che il nume si è crucciato per l'oltraggio fatto al suo sa- 
cerdote, e che Tunica via di distornare quest'ira è di ren- 
dere Criseide libera senza prezzo alcuno, e placare il 
nume con sacrificii solenni. Così vien fatto, ma Agamen- 
none, per rifarsene sopra Achille, gli toglie la sua predi- 
letta schiava Briseide. Achille non oppon resistenza, 
ma da quel tempo in poi tien cruccio ad Agamennone e 
non piglia più alcuna parte nel combattimento. Zeus pro- 
mette a Tetide madre d'Achille, che favorirà i Troiani e 
farà loro aver la migliore per insino che Achille non sia 



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— 239 — 

da Agamennone soddisfatto (IL 1). Con un sogno lu« 
singhiero Zeus induce Agamennone a fissare una batta- 
glia pel di seguente (//. 2). Quando già le schiere si 
stanno di fronte, Paride provoca a duello i più nobili tra 
gli Achei. Menelao accetta la pugna: Paride avvilito 
fugge, ma è ripreso acremente da Ettore e risospinto 
alla tenzone : chi dei due vince, deve possedere Elena 
con tutti i tesori di lei. È conchiuso il patto con un so- 
lenne sacrificio (//. 3, 245) e incomincia il duello. Pa- 
ride resta al disotto e scampa al pericolo pel soccorso di 
Afrodite: mentre Agamennone chiede l'adempimento 
del patto, Pandaro, eccitato da Atena, scaglia un 
dardo a Menelao e con questa rottura dei patti so- 
spinge gli Achei a nuovo combattimento (//. 4, 50) 
nel quale si segnala sopra tutti Diomede (//. 5.) Ettore 
finalmente chiede un duello nel quale è scelto dalla 
sorte come suo avversario Aiace. Il dì seguente si cessa 
dall'armi e si seppelliscono i morti IL 7). Il terzo dì rin- 
novasi il combattimento, e i Greci hanno la peggio (/?. 
8). Agamennone in un assemblea notturna propone la 
partenza, ma gli si oppongono Nestore e Diomede, e il 
primo consiglia la riconciliazione con Achille. L'amba- 
sciata speditagli non ottien nulla (//. 9). Diomede e 
Odisseo usciti a un esplorazione notturna, incontrano Do- 
tane, mandato a simile scopo da Ettore, e lo uccidono 
dopo averlo costretto a indicar loro il luogo dove si ac- 
campava, insiem coi suoi, Reso venuto testé da Tracia in 
aiuto de 'Troiani e tuttora posato fuor delle porte. Sor- 
prendono Reso : Diomede lo ammazza, mentre Odisseo 
gli rapisce i tanto celebrati suoi cavalli (A. 10, 194—579). 

La seguente mattina sorge un nuovo combattimento 
nel quale Agamennone si segnala pel suo valore, finché 
rimasto ferito deve ritirarsi dalla pugna. Ettore che, 



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— 240 — 

mentre Agamennone sosteneva la battaglia, era stato 
da parte, ora fa impeto insieme coi Troiani : Diomede , 
Odisseo ed altri eroi son feriti, e gli Achei sono ricac- 
ciati fino nei loro ripari. Quivi difendonsi valorosa- 
mente, finche Ettore con un gran sasso da campo spezza 
la porta e apre ai Troiani una via alle navi greche 
(//. Ile 12). Nella lotta che ne segue, dove gli Achei 
sono gagliardamente stretti, si segnala in ispecie Ido- 
meneo (//. 13): Era addormenta sul monte Ida Zeus, il 
quale aveva proibito agli dèi di pigliar parte alla batta- 
glia, perchè intanto Posidone possa dar gagliardo soc- 
corsi agii Achei (iZ. 14, 153 e seg.). Zeus svegliatosi in 
gran collera manda a Posidone che cessi dal combat- 
tere, e ristaura la zuffa; Ettore respinge gli Achei, gli 
serra entro gli accampamenti e appicca il fuoco alla nave 
di Protesilao, mentre Aiace Telamonio tenta invano di 
trattenerlo (//. 15). 

In questa suprema necessità, Patroclo, per ordine 
d'Achille, si veste dell'armi di quello e entrato in bat- 
taglia, respinge i Troiani, uccide Sarpedonte e molti 
altri e finalmente egli stesso è ucciso da Ettore (/?. 16). 
Qui una gran zuffa per le armi e i cavalli d'Achille e 
pel cadavere di Patroclo : le armi se le veste Ettore, 
ma i cavalli e Patroclo restano in poter degli Achei 
(//. 17). Achille, saputa la morte di Patroclo, infuria 
pel dolore e non cerca più altro che di vendicare 
l'amico: annunzia agli Achei l'intenzione di ripren- 
der parte nella battaglia, e Agamennone lo soddisfa 
splendidamente. Vestito dell'armatura che sua madre 
Tetide gli ha fatto fabbricare da Efesto, si affretta 
alla battaglia, benché sappia esser destinata anche a 
lui una morte immatura (II. 18 e 19). In una terribil 
battaglia egli mena strage delle schiere troiane e le 



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— 241 — 

respinge entro le mura della città: il solo Ettore lo 
aspetta sul terreno della battaglia, ma come lo vede 
avvicinare, si dà alla fuga. Tre volte Achille lo caccia 
irtorno alle mura della città e finalmente lo uccide,- ne 
lega il cadavere al suo cocchio e lo strascina a traverso 
i piano, fino agli accampamenti; (IL 20-22). Il dì se- 
guente Achille brucia il cadavere di Patroclo e celebra 
giuochi funebri in suo onore. La mattina appresso, 
rilega al suo carro il cadavere di Ettore e lo strascina 
per tre volte intorno alla sepoltura di Patroclo e ciò 
ripete più volte, finché gli dèi sentono compassione del- 
l'oltraggiato eroe, e Zeus mette in cuore a Priamo di an- 
dare di notte alla tenda di Achille, per riscattare la morta 
salma del figlio. Achille accoglie ospitalmente il vec- 
chio, gli rende il cadavere e gli concede una tregua di 
undici giorni per seppellirlo. Ettore è esposto e pianto 
nella corte del palazzo, poscia è solennemente abbru- 
ciato, e chiude le cerimonie un convito funebre (IL 24). 
Fin qui l'Iliade. 

Quinci a non molto Achille fu ucciso d'un dardo sulla 
porta Scea da Apollo o da Paride aiutato da Apollo. 
Le sue ossa, secondo che egli avea comandato, furon 
congiunte in un'urna con quelle di Patroclo, presso 
la quale se ne collocò un'altra colle ceneri d' Antiloco, 
valoroso figlio di Nestore, che era stato terzo in quel- 
l'amichevole società, e sopra le due urne si edificò un 
monumento sulle rive dell'Ellesponto, nel promontorio 
Sigeo (IL 21. 278, 22, 355 e seg. Od. 24, 35 e seg.) 
Di faccia sulla medesima costa, nel promontorio Reteo 
fu seppellito Aiace Telamonio, amico di tutti e tre 
(cf. Od. 11, 469). Sorta gara, per disposizione di Teti, 
fra questo Aiace e Odisseo chi di loro dovesse possedere 
le armi del morto Achille , il premio fu aggiudicato 

16 



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- 242 

al prudente Odisseo, e l'altro f tenendosi offeso nel- 
l'onore, entrato in frenesia si uccise (Od. 11. 543 e 
seg. Sofocl. Aiac). — Il poeta ciclico Artino narra 
che, subito dopo la morte di Ettore, le Amazzoni vec- 
nero in aiuto de'Troiani, per vendicare Pentesilea loro 
regina uccisa da Achilie : poi comparve Memnone coi 
suoi Etiopi, uccise Antiloco e fu quindi ucciso egli 
stesso da Achille (parallelo colla morte di Patroclo e 
di Ettore): ma Achille medesimo cadde per le mani di 
Paride. Secondo un più recente racconto, Achille fu ucci- 
so da Paride a Timbra presso Troia nel tempio d'Apollo, 
dove era venuto disarmato per isposare Polissena figlia 
di Priamo. 

I Ciclici raccontano inoltre gli avvenimenti poste- 
riori alla morte di Achille, e che produssero la caduta 
di Troia. In quest'ultimo periodo l'uomo più benemerito 
dell'esercito greco è Odisseo, per la prudenza del quale 
pigliasi la città (Od. 22, 230). Non potendosi infatti 
prender questa finché vi stesse dentro un simulacro di 
Pallade, detto il Palladio, Odisseo e Diomede vanno a 
rapirlo. Inoltre, secondo un destino annunziato ai Greci 
dal profeta Eleno figlio di Priamo, fatto prigioniero 
da Odisseo, per la presa della città si richiedeva la pre- 
senza di Filottete colle saette d'Eracle da lui posse- 
dute, e di Neottolemo, giovine figlio d'Achille : perciò 
Odisseo andò a prendere quest'ultimo dall'isola di 
Sciro dove si trovava (Od. 11, 508) e con esso menò 
Filottete da Lemno (Sofocl. Filott). Neottolemo se- 
gnalandosi per valore e per prudenza (Od. 11, 510 e 
seg.) continuò la gloriosa carriera del padre, e Filottete 
colle sue freccie uccise Paride che era stata la causa 
prima di questa guerra perniciosa. 

Nondimeno le mura di Troia non si potean prendere 



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XXXII. 




— 243 — 

colla forza, e vi si dovè adoperare l'astuzia. Epeo, per 
coniglio di Atena, fabbricò un gran cavallo di legno, 
nel cui ventre si nascose Odisseo coi più valorosi tra i 
Greci. Questo cavallo abbandonaronlo negli accampa- 
menti, e i Greci fecer finta di partirsene. Venuti i Tro- 
iani nei vuoti accampamenti dei Greci e veduto quel 
gigantesco cavallo, disputarono se doveano distruggerlo, 
o portarlo dentro la città per consacrarlo agli dèi. Lao- 
coonte specialmente, sacerdote troiano, consigliò la di- 
struzione del cavallo e coli'asta lo percosse nei fianchi, 
sì che forte risuonò. Ma poco dopo, mentr'egli sa- 
crificava a Posìdone sul lido del mare, venterò da Te- 
nedo due gagliardi serpenti, mandati da Atena, e ucci- 
ser lui insieme con due suoi figli. Ciò considerarono i 
Troiani come un castigo degli dèi per l'oltraggio fatto 
al cavallo, e prevalse il papere di trasportare il cavallo 
dentro la città. Così fecero. Nella notte lasciarono gli 
eroi il nascondiglio, l'esercito tornò indietro, e fu fini- 
ta per Troia : la città fu rovesciata, gli abitanti in 
gran parte uccisi e il rimanente menati schiavi (Od. 8, 
492 e seg. 11, 523 e seg.). Una molto estesa descri- 
zione della presa di Troia fatta sulle traccie dei Ci- 
clici puoi vederla in Virg. En. lib. II (fig. 32. Lao- 
coonte). 

4) ritorno dei Greci sofferse molte peripezie a causa 
dello sdegno di Atena (1) che aveva messo discordia 
fra i due Atridi. Dopo che la città fu saccheggiata, 
gli Atridi, contro ogni costume, voller tenere quella 
sera stessa una adunanza di popolo. Intervennero gli 

Ci) La causa di questo sdegno, secondo le più recenti favole, è tale: 
durante il sacchfggiamcnto della città, Aiace, il Locrese, sarebbe pene- 
trato nel tempio di Atena dove Cassandra si era ricoverata al simula- 
cro della dea, e avrebbela quinci divelta e maltrattata. 



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Achei ubriachi a udire i discorsi dei principi. Menelao 
proponeva di partir subito verso le loro case, ma Aga- 
mennone volea trattenere il pòpolo per placare con sa- 
cre offerte lo sdegno di Atena, prima della partenza. 
Quindi sorse una lite, e una delle parti si mise in mare 
Ja seguente mattina insieme con Menelao, Nestore, 
Odisseo ed altri, l'altra restò con Agamennone sul lido 
di Troia. Giunti i primi a Tenedo, sorse anche fra loro 
questione, e Odisseo coi suoi tornò ad Agamennone: 
ma Nestore e Menelao navigaron oltre, lungo le coste 
dell'Asia minore, e a Lesbo incontraronsi con Dio- 
mede. Da Chio fecer vela verso occidente alla punta me- 
ridionale deirEubea e quindi, piegando verso mezzodì, 
Diomede giunse felicemente ad Argo, e Nestore a Pilo: 
ma Menelao, quando era per superare il capo di Malea, 
da una tempesta fu respinto nell'oceano, e dopo lunghi 
errori, che lo condussero fino in Egitto (pag. 117), giunse 
finalmente a casa dove signoreggiò anche lungo tempo 
tranquillamente. (Od. 3, 130 e seg.). — Degli altri 
Achei i Mirmidoni sotto Neottolemo figlio d'Achille, 
e inoltre Filottete e Idomeneo giunsero felicemente a 
casa (Od. 3, 188 e seg.). Aiace, figlio di Oileo, per- 
seguitato dall' ira di Atena, naufragò nelle rupi Gi- 
rèe : salvollo Posidone , ma essendosi egli orgoglio- 
samente vantato che anche, senza l'aiuto di questo 
dio, sarebbe scampato dalla morte, il nume mandò 
in frantumi la rupe e lo fece annegare (Od. 4, 499 
e seg.). 

Il viaggio più lungo e più scabroso fu quello d'Odis- 
seo, subietto dell' Odissea. Partito dal lido troiano, giunse 
colle sue navi, per forza di tempesta, a Ismaro, città dei 
Ciconii in Tracia, che. egli saccheggiò e distrusse: men- 
tre dì notte i suoi compagni stavano seduti sul lido a 



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— 245 — 

bere, sopraggiunsero i Ciconii che ne uccisero sei per 
ciascuna nave. Odisseo fuggì velocemente cogli altri 
( Od. 9, 39 e seg. 179 e seg.). Presso al promontorio Ma- 
lea fu assalito da un gagliardo vento settentrionale e do- 
vette errare nove giorni pel mare, finché nel decimo 
giunse alla terra dei Lotofagi sulla costa settentrionale 
dell' Affrica (Od. 9, 62-104). Di là pervenne al paese 
dei Ciclopi , giganti gagliardi e crudeli, da un occhio 
sola, dove avendo il ciclope Polifemo, figlio di Posi- 
clone, mangiato sei de 7 suoi compagni, ei lo acciecò (Od. 
«J, 105-565). Più oltre giunse ad Eolo (vedi pag. 101), 
quindi ai Lestrigoni, stirpe di giganti cannibali che 
uccisero la maggior parte dei suoi compagni e rup- 
pero tutte le navi eccetto quella di lui ( Od. 10, 
80-132). Quindi approdò ad Ea, isola della maga 
Circe, la quale mutò una parte de' suoi compagni in 
porci, ma fu costretta da Odisseo a render loro la forma 
umana. Un anno intero si trattenne con Circe: quindi 
si racconta che veleggiasse oltre i confini dell'oceano 
fino a Ade (l'inferno), per sapere quivi dal profeta Ti- 
resia la via del ritorno (Od. 10, 133-574). Questo viag- 
gio all'inferno è descritto (Od. 11. vedi pag. 18 e seg.). 
Tornato adEa riceve da Circe consigli intorno al rimanen- 
te del suo viaggio. Dovendo passare davanti all'isola delle 
Sirene, maghe contatrici che colla soavità di lor voce in- 
cantavano e rovinavano i passeggieri, tura a tutti i suoi 
compagni le orecchie con cera, ed egli si fa legare all'al- 
bero della nave (Od. 12, 142 e seg.). Quindi passa felice- 
mente le Plancte ossia scogli dell'errore, (vedi pag. 229) 
e Cariddi; se non che, mentre aveva i 1 occhio a questo 
mostro terribile, Scilla dall'altra parte gli rapisce e in- 
goia sei de' compagni (Od. 12, 201 e seg.). Poscia 
avendo, secondo i consigli di Circe e di Tiresia, appro- 



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— 246 — 

dato all' isola Trinacia dove pascevano le greggi di 
Elio, i suoi compagni rapiscono i giovenchi di questo 
dio, e li mangiano (Od. 12, 260 e seg.). Quindi, per ca- 
stigo di Zeus, una terribil tempesta li assale, un ful- 
mine spezza la nave, e tutti affogano, eccetto Odisseo che 
reggendosi sui frantumi della nave, portato qua e là 
per nove giorni, arriva finalmente all'isola Ogigia ove 
dimorava la ninfa Calipso (Od. 12, 403 e seg.). Visse 
per sette anni in compagnia di questa bella ninfa, che 
lo stimolava a sposarla promettendogli immortalità e 
gioventù perpetua, purché stesse sempre con lei e si di- 
menticasse del suo paese: ma non lo potè persuadere. 
Piangendo di smania angosciosa sedeva egli spesso sul 
lido, sospirando pure di poter vedere il fumo della sua 
terra e poi morire (Od. 7, 244 e seg. 1, 13. 50. 9, 29. 5, 
82. 4, 555). Venuto l'ottavo anno, gli dèi ebber compas- 
sione di lui è comandarono alla ninfa di lasciarlo partire: 
ei si fabbricò da se stesso una nave e partì. Ma Posidone 
irato con Odisseo che gli aveva acciecato il figlio Poli- 
femo, mandò contro di lui una tempesta e gli ruppe la 
nave. Ino Leucotea salvò lo sfortunato alla terra dei 
Feaci (Od. 5 e 6. 7, 261 e seg.). Il re Alcinoo lo rice- 
vette ospitalmente e lo fece riportare colle proprie navi a 
Itaca. Odisseo dormendo giunse in venti giorni a 
casa sua (Od. 13) e uccise la schiera dei pretendenti 
alla sua moglie Penelope, i quali da gran tempo gli 
consumavano il patrimonio. — L'Odissea lib. 5-13 tratta 
del viaggio e del ritorno d'Ulisse, i seguenti libri, della 
vendetta prima meditata, poi a suo tempo eseguita da 
Odisseo contro i proci: i libri 1-4 dipingono più special- 
mente la vita dei proci stessi in casa di Ulisse durante 
la sua assenza, per mostrare quanto fosse necessario il 
sollecito ritorno dell'eroe. Suo figlio Telemaco, che fi- 



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— 247 — 

nalmente cominciava a sentirsi uomo, viaggia a Pilo 
e Sparta visitando Nestore e Menelao per aver no- 
tizie di suo padre: ritornato ad Itaca, si incontra coi 
padre stesso e insiem con lui reca a compimento la 
grande impresa della vendetta. 



RELIGIONE E MITOLOGIA 

DE'ROU ANI 



INTRODUZIONE 



Il popolo della citta di Roma si compose di stirpi dif- 
ferenti, Latini, Sabini ed Etruschi. Latini e Sabini era- 
no stirpi affini, e aveano ambedue il lor fondamento in 
quella grande schiatta pelasgica che si era sparsa sui 
due lati del mare adriatico, in Italia e nella penisola 
greca. Quindi le loro religioni, avendo in generale un 
indole comune, poterono facilmente a Roma formare un 
sol tutto. Da loro derivarono la maggior parte delle divi- 
nità romane : pure, di molti dèi è assai difficile determi- 
nare se abbiano origine latina o sabina. Al contrario gli 
Etruschi, essendo entrati molto tardi a far parte del po- 
polo della città e non essendo parenti coi Latini e coi 
Sabini, sembrano aver modificato la religion romana 
quasi solo all'esterno e, dirò così, alla superficie, comu- 
nicandole più tosto il cerimoniale religioso di quello che 
introducessero in Roma nuove divinità. 

La religione dei Sabini e dei Latini era, in origine, 
congiunta di perentela con quella dei Greci, poiché an- 
che il popolo greco derivava dai pelasgi. Ma in processo 
di tempo, le religioni italiche si trasformarono e per- 
fezionarono in una foggia lor propria e particolare a se- 
conda dell'indole speciale del popolo. Ai popoli italici e 
specialmente anche ai romani mancò quella forza crea- 



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— — — . „ — j -, — — — — — - n 



— 249 — 

trice della fantasia per cui tanto si era segnalato dagli 
altri il popolo ellenico. Il romano ignora affatto quello 
splendido baloccarsi che fa la poesia greca in ornare quel 
suo tanto complicato mondo celeste e in creare la infi- 
nita copia e diversità de'suoi miti. Ma per ciò stesso 
è anche meno disposto ad abbassare i suoi dèi fino 
alle miserie e alle debolezze umane, e ad attribuir 
loro proprietà indegne di un dio. Nella sua religione 
è diffusa una severità fredda e morale : egli considera 
i suoi dèi con un profondo religioso terrore, e incli- 
nato per sentimento all'esteriorità e alla pratica, gli 
venera con un 1 inquietudine di scrupolosa esattezza 
che non si permette la più piccola mancanza nè in 
parole nè in fatti. 

Gli abitatori del Lazio, dai quali prima sorse il po- 
polo romano, erano robusti pastori e agricoltori che 
faceano vita comune con semplicità patriarcale : quindi 
adoravano di preferenza gli dèi naturali della campa- 
gna e del bosco, protettori e conservatori dei loro 
greggi e dei frutti del campo (come Fauno, Saturno, 
Vertumno ecc.) e altre divinità che difendessero e 
proteggessero la casa e la famiglia (Lari, Penati). Que- 
sta specie di religione dell'Italia antica, tutta campestre 
e domestica, fu da princìpio trapiantata anche in l\oma. 
TI romano, anche dopo avere esteso i suoi confini 
molto al di là dell'Italia, conservò non ostante per 
lungo tempo la sua inclinazione alla vita della cam- 
pagna, e l'amore alla casa e alla famiglia. Quindi si 
ritennero fino a tardi quelle antiche feste campestri 
con le loro cerimonie rozze e Rovente non più com- 
prese, come i Lupercali, Saturnali e simili, ma sempre 
esercitossi con ispecial devozione il culto degli dèi 
domestici. 



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— 250 — 

Oltre le divinità dell'agricoltura, della pastorizia e 
della casa, furono da principio introdotti in Koma anche 
iddii protettori dello stato, e poiché l'idea delio stato 
era presso i Romani la prevalente, perciò col tempo que- 
sti dèi ebbero il primo posto. Al sommo della gerarchia 
oeleste sta Giove (Jupiter), fondatore e conservatore 
dello Stato romano, e allato a lui, i più sublimi protet- 
tori dello stato, Marte che ha generato Romolo padre 
del popolo di Roma, e Quirino, il difensore, che è Romolo 
stesso divinizzato. Oltre questa triade di dèi guerrieri, 
Giove colla moglie Giunone e colla figliuola Minerva 
formava un secondo drappello protettore dello Stato : 
vi si aggiungea Vesta, dèa del focolare domestico base 
dello stato. 

Il culto delle accennate divinità dello stato costituiva 
la parte principale della religione di stato di Roma, re- 
ligione che, secondo la favola, era stata regolata da 
Numa, e messa in istretta relazione colle tendenze dello 
stato. Egli introdusse le sacerdotesse di Vesta, il colle- 
gio dei Salii sacerdoti di Marte, i Flamini cioè sacerdoti 
di speciali divinità, le mogli de'quali (Flaminicoe) eser- 
citavano il culto insieme coi lor mariti. Furon questi di- 
visi in flamini maggiori e minori: e fra i primi erano i 
più ragguardevoli quelli di Giove, di Marte e di Quirino 
(FI. Dialis, Martialis, Quirinali*). Anche si attribuisce 
da molti a Numa Tinstituzione dei Feciali che aveano 
l'incarico di dichiarar solennemente la guerra e giurare, a 
nome del popolo, trattati di alleanza e di pace. Aveva 
l'inspezione su tutte le pratiche religiose sì pubbliche 
come private il collegio de'pontefici, il cui presidente era 
il Pontifex Maximus. Intorno alle sue incombenze, vedi 
Liv. 1, 20. Al tempo dei re, spettavano al re stesso 
certe sacerdotali funzioni, riguardanti specialmente il 



— 251 — 

culto di Giove : ma, dopo la cacciata dei Tarquini, affin- 
chè per alcuni speciali sacrifici dello stato il re non 
mancasse, era scelto a tal uopo il Rex Sacrificulus o Rex 
Sacrorum che in apparenza avea il primato fra tutti i sa- 
cerdoti. Il collegio degli Auguri avea l'obbligo di pren- 
dere gli auspicii pel popolo, di indagare, nelle imprese 
dello stato, la volontà degli dèi rilevandola dal tuono e 
dal baleno, dal volo, dal canto e dal cibarsi degli uccelli. 
Gli Aruspici specie d'indovini che specula van le vittime 
da sacrificarsi, erano mercenarii Etruschi che in dignità 
* e in grado stavan presso agli Auguri, e venian chiamati 
a Roma solo in istraordinarie occorrenze. 

Una specialità della r eligi ori romana che derivava, 
piuttostochè dallo stato, dal sentimento e dal giudi- 
zio de' privati, era il culto di idee astratte più spesso 
morali concepite come persone divine, p. e. la virtù, la 
fede, la pudicizia e sim. Questo divinizzare delle astra- 
zioni dove, conforme all'indole romana, giuocava più la 
riflessione che la fantasia, fu portato tant'oltre, che u 
tutte le possibili particolarità, a tutte le cose e occupa* 
pazioni più comuni, a tutte le combinazioni più casuali 
si attribuì un'essenza divina e un culto religioso: quindi 
la dèa Orbona (rappresentante della sterilità) la Fesso- 
nia (dea della stanchezza) e tante altre. 

I tre elementi suddetti della religion romana, il natu- 
rale, il politico e il morale formavano, nel tempo più 
florido dello stato, un solido complesso cui lo stato 
teneva custodito preservandolo da ogni straniero in- 
flusso. Ma siccome fu sempre base della politica romana 
di accogliere in se ogni estraneo elemento e difenderlo 
colle proprie istituzioni, perciò, co n'allargarsi della po- 
tenza romana, si dilatò ancora il cerchio dello religione, 
poiché a mano a mano che nuovi popoli conosceva, s'in- 



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— 252 — 

troducevano in lei nuovi dèi e nuovi culti. Estenden- 
dosi la potenza romana nella bassa Italia, si fecero 
sempre più strette le relazioni sue coi Greci che là abi- 
ta vano, co'quali, già al tempo dei re, erano sorte alleanze; 
quindi si imparò a conoscere le divinità greche, e una 
parte del culto loro si introdusse in Roma. Già per 
tempo si conosceva l'oracolo d'Apollo a Delfo ; ai Dio- 
scuri fu edificato un tempio nell'anno 304 av. Cristo, e 
la classe dei cavalieri prese questi fratelli eroi per suoi 
protettori ; da Epidauro tolsero i Romani il culto di 
Asclepio, Esculapio, e così via discorrendo. 

Pure questi culti stranieri, benché adottati e ricono- 
sciuti dallo stato, restarono, per insino che si conservò 
il sentimento romano schietto e che l'educazione fu na- 
zionale, separati in certo modo dalla antica religione dello 
stato, onde non potevano, in generale, cooperare alla di- 
struzione o alla dissoluzione di quello. Ma quando, al 
tempo della seconda guerra punica, la educazione e i 
costumi dei romaai presero una nuova direzione, e Io 
spirito della civiltà greca invase il popolo romano, allora 
anche le idee religiose de'Greci trovarono piena acco- 
glienza, e gli dèi dell'olimpo greco trassero a Roma. Re- 
starono, è vero, in gran parte i nomi degli dèi romani 
come pure le cerimonie del culto ; ma sotto questi nomi 
e queste cerimonie s'infiltrarono concetti greci. La let- 
teratura specialmente formatasi tutta a imitazione dei 
Greci, anche sotto l'aspetto religioso e mitologico *ci si 
mostra improntata del conio greco. Del resto non si 
trasformò già tutta la religion romana in quella greca, e 
molte divinità romane, non trovando tra le greche un 
corrispondente, conservarono schiette le idee nazionali. 

Quando i Romani fecero conoscenza colla religione 
de'Greci, già questi erano avviati nello stadio della cor- 



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— — . . — . — „ 



— 253 — 

razione religiosa e morale. Quindi trapassò ben tosto an- 
che in Eoma la incredulità e la superstizione dei Greci: si 
sparsero frivoli scherzi sopra esseri alla cui esistenza più 
non si credeva, e i cittadini volsersi specialmente ai culti 
misteriosi con pratiche superstiziose. Prima in questa 
corruzione fu la classe istrutta, ma ben tosto ne fu preso 
anche il popolo, senza che valessero ad arrestarla gli 
sforzi dello stato che, serbando l'esteriorità, cercava di 
mantenere l'antica religione dei padri. Augusto ristabilì 
molte cerimonie e feste antiche, fabbricò agli antichi dèi 
nuovi e magnifici templi, e cercò in pari tempo di tener 
lontano il culto di dèi forestieri, e questi tentativi di 
restaurare la religione e la morale furon continuati da 
altri imperatori : ma i suntuosi templi e le splendide fe- 
ste erano impotenti, del pari che le teorie de'filosofi, a 
infondere nel paganesimo declinante uno spirito nuovo, 
e a preservarlo dalla caduta. 



A. DEI. 

L 

Bèi principali della religione di stato 

in Roma. 

1. — Gioire (Juppùer). 

Iu-piter corrisponde pel significato dei nome al greco 
Zeus (vedi pag. 32, in nota) e, in generale, ha eziandio 
il medesimo valore che questo; se non che molti lati 
del suo concetto si sono svolti in una foggia più parti- 
colarmente romana. Egli è il padre celeste, il domi- 



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natore del cielo; da lui derivano tutti i fenomeni celesti, 
baleno e tuono, tempesta e gragnuola, pioggia e sereno 
( Fulminator, Tonitrualis, Pluvius, Serenator ), da lui 
viene la luce del cielo (Lucetius, Diespiter, il padre del 
giorno). In sua giusta possa, ei regge il fulmine e lo 
scaglia sulla terra (1): i luoghi che egli colpisce si ri- 
guardano come prescelti da lui, e sono a lui consacrati. 
Quindi in tali luoghi il pontefice, con brevi preci, pian- 
tava in terra una pietra come simbolo del fulmine, cir- 
condava il luogo di un muro e lo muniva d'un altare. 
Si credeva anche, per mezzo di certe cerimonie, di poter 
calare il fulmine dal cielo (Elicius): Numa Pavea fatto 
più volte, ma Tulio Ostilio in uno di questi tentativi 
perdette la vita (Liv, 1, 20, 31. Ov. Fast, 3, 285 e 
seg.) (2). Come dio della pioggia, è Giove il fecondatore 
benefico della campagna, e a lui si sacrificava nei tempi 
di siccità: dipoi si trascinava nei campi la così detta 
pietra dell'acqua (manalis lapis), nella credenza che que- 
sta sacra pietra facesse calare V acqua dal cielo (aqui- 
licium). 

Questo possente re del cielo domina sopra Unterò 
universo, gli dèi e gli uomini. I destini sì de'particolari 
come de 9 popoli e degli stati dipendono dalla volontà del 
più grande e del più perfetto fra gli dèi (Jup. Optimus, 
Maximus): ma specialmente è sotto la sua guida e tute- 
la lo stato di Roma, nel cui centro, il Campidoglio, sorge 
il suo più famoso tempio (Capitolinus). Egli ha destinato 

(1) La selce era simbolo del fulmine : quindi le statue di Giove 
portano in mano una pietra focaia. 

(2) Giove, come dio del fulmine, era anche in antico detto Summa- 
nus, ma più tardi, non conoscendosi pili il senso delia parola, e parendo 
che dovesse significare un dio notturno del fulmine, questo nome fu 
attribuito a Dite. 



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— 255 — 

questa città alla signorìa del inondo, dà a' ministri di lei 
il potere di dominare su gli altri uomini, e mena i loro 
eserciti alla vittoria {imperato^ Victor, Stator, quei che 
rattien la fuga, Opitulator). Perciò, quando il giovanetto 
pigliando la toga virile entrava nella classe dei cittadini, 
andava a adorare Giove sul Campidoglio. Quando il 
console entrava in ufficio, saliva, accompagnato dal po- 
polo e dai senato, al Campidoglio per sacrificare al più 
eccelso custode dello stato: il generale, innanzi di par- 
tir per la guerra, faceva sul Campidoglio preghiere e voti 
e. tornando vincitore, muoveva su di una splendida qua- 
driga trionfalmente al tempio per ringraziare il nume 
con sacrifici e con preghiere, e posare la sua corona d'al- 
loro in grembo alla statua di Giove. Le spoglie più ono- 
revoli ( Spolia opima) cioè l'armatura tolta dal generale 
romano al generale nemico, si consacra vano parimente in 
Campidoglio a Giove Feretrio (Liv. 1, 10.). 

Ad onore di Giove Capitolino celebravansi per più 
giorni del mese di settembre nel circo massimo i giuochi 
romani con certami di varie sorte e con largizioni di 
cibi al popolo. Anche i giuochi magni e i giuochi detti 
capitolini, distinti da quelli su ricordati, erano in onor di 
Giove. Una simile festa si celebrava a Giove Laziare 
sul monte Albano, come al protettore della lega latina. 
Queste sono le feria latina nelle quali pigliavan parte 
tutti i magistrati di Ho ma, e i consoli come duci della 
festa, insieme coi deputati delle città latine, faceano a 
Giove un sacrificio di tori bianchi. La festa era mobile, 
fissandone il tempo i consoli: ma dovea però essersi te- 
nuta, prima che i consoli andassero alla guerra (Liv. 21, 
63. 22, 1. Cesar. Guer. Civ. 3, 2.). 

Riguardandosi Giove come il duce degli umani de- 
stini, eran sacre a lui le più importanti divisioni del- 



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— 256 — 

Tanno, come gl'Idi del mese, nei quali eragli sacrificato 
ogni volta un castrone per mano del Flamine Diale (Ov. 
Fast. 1, 587.). Le calende di ciascun mese erano invece 
sacre a Giunone, cosicché anche il corso dei mesi era 
posto sotto la tutela delle due più sublimi divinità so- 
relle. Al cominciarsi di ogni impresa di rilievo, invoca- 
vasi Giove accanto a Giano dio del cominciamento. 
L'agricoltore sì al tempo della sementa come al princi- 
pio della mietitura gli celebrava una festa campestre: al 
cominciare delia vendemmia (19 agosto) tutto il Lazio 
facea una festa comune in suo onore, le Vinalia campe- 
stri. Era sacro a Giove anche il giorno di primavera in 
cui si aprivano i vasi del vin nuovo: la quale era una 
festa simile a quella greca detta mBolyix (pag. 136.) e 
chiamavasi anch'essa Vinalia. In giorni di sciagure, 
come per esempio dopo la sconfitta e la strage del Tra- 
simeno (Liv. 22, 10), per rimuovere il pericoloni offriva 
a Giove un così detto ver sacrum, cioè un sacrificio di 
tutte insieme le bestie nate in una primavera, e in tempi 
più antichi eziandio i fanciulli venuti alla luce in una 
data primavera; i quali però non si uccidevano com3 
vittime ma, cresciuti che fossero, mandavansi oltre i 
confini. 

Come duce dei destini umani è Giove eziandio l'an- 
nunziatore di essi, per mezzo del tuono e del fulmine, 
del volo, del canto e del cibarsi degli uccelli, de' so- 
gni ecc. ecc. 

Al pari di Zeus è anche Giove il protettore di tutte 
le relazioni morali della vita umana: invigila le nozze e 
le parentele, il giuramento, il diritto di ospitalità e delle 
genti ; e la pietra di confine è a lui sacra. Quindi sua 
compagna è la Fede che abita presso di lui nel Campido- 
glio, e perciò, in riguardo specialmente alla fedeltà da 



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— 257 — 

osservarsi nelle alleanze e nei patti, ei si chiamava Dius 
Fidius (Z*6s *i<7Ttos). Ma questo nome fu per altro attri- 
buito anche a una divinità affine a Giove e corrispon- 
dente ai semideo de* Sabini Semo Sancus (Ov. Fast. 6. 
213, dal verbo Sancir*, affermare con giuramento). 

E incerto se gii antichi popoli italici attribuissero a 
Giove genitori: ma più tardi, diffondendosi la mitologia 
greca, si fece figliuolo di Saturno e di Opi, che erano stati 
identificati con Crono e Rea. Giunone e Minerva, che 
erano uniti con lui nei suo tempio principale sul Campi- 
doglio, si riguardavano luna come sua moglie, l'altra 
come sua figlia: ma questa parentela fra le tre divinità, 
per quanto apparisce, non era di antica data. L'altissimo 
se ne stava solo ed eccelso nella sua possanza, senza es- 
sere come il greco Zeus, collegato con altre divinità e 
tratto quindi nella sfera delle relazioni umane e delle de- 
bolezze terrene. 

Sul Campidoglio in un luogo che si indicava fra due 
boschi (inter duos lucos) si trovava un tempio di Vejovis 
o Vediovis con una statua di questo dio, che portava in 
mano un dardo e accanto a se aveva una capra. Ovid. 
(Fast. 3, 429 e seg.) dice che Romolo circondasse il bo- 
sco d'un muro e facesse di questo luogo un asilo : il 
nume, di cui qui sorgeva l'immagine, sarebbe stato 
Giove fanciullo, come significano i tratti del viso e an- 
che il nome, poiché la sillaba iniziale Ve vuol dire pic- 
colo. Ma la capra gli stava allato per aver nutrito Giove 
da fanciulletto. La spiegazione che del nome ci dà Ovi- 
dio sembra giusta. Secondo questa, Veiovis era Giove 
giovanile che proteggeva coloro che si rifugiavano nel- 
l'asilo, quindi il dardo che avea in mano : il giovane 
dio era a buona ragione protettore dei fuggiaschi, es- 
8endo egli stesso (secondo le greche favole, pag. 39.) 

17 



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ud fuggiasco. Più tardi sparì il vero significato di que- 
sto nume, e a cagione cUl dardo, se ne fece un Apollo, 
o dalla sillaba ve si disse essere un Giove pernicioso. 

2. — Giunone (Juno.). 

Giunone è il corrispondente femina di Giove, come 
Era di Zeus. Il suo nome (pari al greco Dione) si fonda 
sullo stesso radicale significante cielo e giorno. E la re- 
gina del cielo come Giove ne è il re: nondimeno il suo 
aspetto naturale è quasi interamente sparito, e la sua 
potenza rivelasi specialmente nella vita umana. Ve- 
nerata sul Campidoglio insieme con Giove, come Capito- 
lina, avea anch'essa la protezione sopra la città e l'impero 
romano: come regina era adorata anche sull'Aventino, 
dove Camillo avea portato da Veii la statua e il culto 
di lei (Liv. 5, 22. 22, 1.). Aveva eziandio un'importanza 
specialmente politica la Giunone Sospita, della quale il 
culto principale era a Lanuvio dove rimase anche a quel 
tempo in cui si trapiantò pure aRoma (Liv, 22, 1. 8, 14.). 

Oltre lo stato, Giunone si prendea cura speciale della 
casa, e dei sesso femminile. Come l'uomo invocava il 
suo Genio, così tutte le donne Giunone , e le facean sa- 
crifizi nel giorno loro natalizio. Giunone assiste le donne 
in tutte le condizioni della lor vita : è una Virginensis 
del pari che una matrona estendendo la sua protezione 
sì alla vergine come alla maritata. È specialmente sopra 
le nozze al pari della greca Era: e quindi si chiama Pronv- 
ba(Virg.EnA, 166), Juga o Jugalis.Domiduca (accanto a 
Giove Domiducus) cioè la dea che guida le spose alla casa 
del marito, Unxia, perchè la sposa entrando in casa del 
marito legava alle imposte della porta bende di lana, e 
l'ungeva d'olio : come Lucina curava essa i parti (Ov. 



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— 259 — 

JFa**.3,247 e seg.). Era riguardata anche come nutrice di 
fanciulli a somiglianza della greca Artemide Kouporpópo; 

La festa principale celebrata da tutte le matrone a Giu- 
none era le Matronali^ la festa delle matrone, che avea 
luogo il primo di marzo e questo dì si chiamava le ca- 
lende delle donne : in memoria, secondo la tradizione, di 
quel giorno in cui Romolo introdusse le stabili nozze 
(Ov. Fast. 3, 179 e seg.). Le donne traevano, inghir- 
landate il capo, al tempio di Giunone Lucina sul monte 
Eaquilino e offrivano alla dèa fiori , pregandola per la 
prosperità di lor nozze (Ov.Fast. 3, 253). Esse in questo 
giorno convitavano e regalavano le loro schiave e avean 
doni da' lor mariti e parenti. Una festa simile erano le 
None caprotine celebrate il sette di luglio a Giunone Ca- 
protina dalle mogli in compagnia di loro schiave presso 
la palude delle capre, sotto un caprifico, e si riferiva pa- 
rimente alle nozze. 

In conseguenza della mitologia greca, Giunone fu fatta 
figlia di Saturno (quindi Saturnia) e di Opi e sorella di 
Giove. Se fosse sempre riguardata come la moglie di 
Giove è cosa incerta, ma certamente presso i Romani 
era nel più stretto legame con Giove stesso e con Miner- 
va, il che non succedeva presso i Greci per rispetto di 
Era e di Atena. È anche schiettamente romana l'oca sa- 
cra a Giunone. 

3. — Minerva. 

'La terza divinità protettrice capitolina è Minerva, il 
cui nome deriva dalla parola minervare parente di mens 
e di memini. Quindi ella è la dèa che pensa, che si ri- 
ricorda, e che inventa. Tutte le scienze, le arti e mestieri 
degli uomini, come il follone, il calzolaio, il medico, il 



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— 260 — 

maestro, lo statuario e specialmente anche il musico , 
poi tutte le industrie femminili stanno sotto la prote- 
zione della saggia dea. A' 19 di marzo le si celebrava 
una festa che durava cinque giorni, detta il Quinqua- 
truus (Ov. Fast. 3, 809 e seg. ) nella quale piglia van 
parte gli scolari che in questi giorni avean vacanza, le 
ragazze che imparavano lavori femminili, i manovali e gli 
artisti di ogni genere. L'ultimo giorno si sacrificava nella 
loggia de , calzolari(a^riMm sutorium) sibenedivan le trom- 
bette (tubilustrium\ poiché la trombetta era sacra a Mi- 
nerva, e il corpo dei trombetti che era indispensabile 
nelle diverse bisogne religiose, come nei sacrifici, nei 
funerali e simili, stava sotto la sua special protezione. 
Come in questa festa i trombetti, così in un* altra che 
cominciava il tredici giugno e si chiamava anch'essa 
Quinquatruus benché durasse solo tre giorni (minorcs) 
facean le prime parti i sonatoli di flauto (Ov. Fast. 6. 
645 e seg., Liv. 9, 30). 

In più tardi tempi molte proprietà della Pallade greca 
furon trasportate a Minerva, come per esempio le re- 
lazioni colla guerra, colla vittoria e colla preda (Liv. 45, 
33 ). Nell'unione di Minerva con Nettuno ai quali 
dopo la rotta al Trasimeno, fu apparecchiato un letto 
comune ( Liv. 22, 10 ), si vede altresì V influsso greco, 
poiché anche Pallade e Posidone furono spesso uniti dai 
Greci come invcoi. Il palladio troiano sarebbe stato da 
Enea portato in Italia, e conservavasi a Eoma nella più' 
intima parte del tempio di Vesta. 

4. Marte (Marors, Mamers), 

Marte era, dopo Giove, il maggior nume della religion 
di stato romana: con lui e con Quirino formava egli 



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— 261 — 

una triade di dèi protettori, ai quali erano addetti i tre 
primi e più ragguardevoli Flamini. Era egli genitore di 
Romolo e si pregava come j»dre e protettore di tutto 
il popolo romano (Mars pater, Maspiter). Specialmente 
in guerra ei custodiva e sosteneva il suo popolo: è il dio 
della guerra, che guida l'esercito alla battaglia ( Gradivus, 
dalla marcia guerriera) ed è invocato nelle battaglie in- 
siem con Giove e Quirino per ottener la vittoria (Mars 
Victor). La lancia è il suo simbolo guerresco : perciò ha 
egli stesso il soprannome Quirinus (dalla parola sabina 
curis rom. quiris lancia) Quando un generale usciva 
alla guerra, si recava prima nel tempio di Marte e 
quivi vibrava gli scudi sacri (ancilia) e la lancia del dio, 
invocandolo colle parole: o Marte veglia sopra di me. 
Gli era sacra la seconda parte della preda , offrendosi la 
prima a Giove Feretrio. Gli eran sacri i luoghi destinati 
agii esercizii di guerra, e specialmente il campo Marzio 
chiamato appunto da lui. I certami coi cavalli che ivi 
si celebravano, eran sotto la sua protezione e teneva nsi 
in onor di lui; come le Equirie nel 27 febbraio e nel 
primo giorno di marzo (Ov. F. 2, 855. 3, 519). Agl'idi 
d'ottobre celebra van si, ivi parimente, certami con cavalli, 
e quindi in mezzo ad altre speciali cerimonie si sa. Ti- 
fi cava il cavallo manesco della vittoriosa quadriga, il 
così detto cavallo d' ottobre ; poiché il cavallo guerre- 
sco ben si adattava al dio della guerra. Sul campo Mar- 
zio tenevasi anche ogni cinque anni il censo, dove il 
popolo romano che formava V esercito era passato in 
rivista, e purificato con un sacrificio a Marte ( lustrimi). 

In queste relazioni alle cose della guerra non si com- 
prende però tutto intiero il concetto di Marte, giacché da 
tempo antichissimo egli è congiunto anche all'agricoltura 
e alla pastorizia. Nel giro che i dodici fratelli Arvali fa- 



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cevano, agli idi di maggio, intorno agli antichi confini del- 
la campagna romana, per pregare prosperità ai frutti 
della terra, fra le altre invocazioni si diceva ,,0 Marmar 
(Mars) fa che nissun danno incolga ai fiori : modera, o 
Marte, l'ardore del sole; salute, o Marte : assistici, trion- 
fo, trionfo. „ Per la purificazione della campagna Catone 
il vecchio (E. Rust. 141), prescrive la seguente forinola „ 
Padre Marte, io ti prego, sii proprizio a me, alla mia casa 
e alla mia famiglia : a questo fine io ho comandato che si 
meni per te intorno al mio podere il sacrificio del porco, 
della pecora e del toro (suovetaurilia). Tìen lontane le 
malattie vecchie e nuove, gli sperperamenti, le devasta- 
zioni, i danni e i temporali. Fa prosperarci frutti, il 
frumento, le viti e i cespugli : tieni sani i pastori e le 
greggi e da' salute e buona fortuna a me, alla mia casa, 
e alla mia famiglia ecc. ecc. „ Siccome il greggie, che 
stava anch'esso sotto la protezione di Marte, comune- 
mente pascolava nelle selve, però Marte ha il sopran- 
nome di Silvano. Marte era dunque in generale un 
dio che difendeva da ogni danno il popolo e il sua 
territorio e tutti i suoi averi , o che il danno venisse 
da invasion di nemici , o da fiere selvaggie ( come il 
lupo), da temporali, o da malattia e peste : ma il con- 
cetto di divinità guerresca proteggitrice diventò poi, 
col tempo, il prevalente. 

Come i fratelli Arvali facevano in onor di Marte un 
giro intorno alle campagne, cosi i dodici Salii (danzatori 
da salio) in onore del medesimo dio, cominciando dal 
primo di marzo, giravano varii giorni per la città. Por- 
tavano nella sinistra gli scudi di Marte, gli ancili, bat- 
tendoli con verghe di rame e danzando e cantando can- 
zoni composte in lingua antichissima. Uno di questi 
scudi era caduto dai cielo durante una pestilenza,al tempo 



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— 263 — 

dì Numa ed era pegno di salvezza allo stato, fin tanto che 
vi si conservasse : quindi Numa fece fabbricare all'arte- 
fice Mamurio (il nome è affine a quello di Marte ) 
undici altri scudi interamente uguali, affinchè non po- 
tesse esser riconosciuto il vero (Ov. Fast. 3, 373 e seg. 
Liv. 1, 20). Nei canti ealiarii, dopo Marte erano invocati 
gli altri dèi protettori, onde questa processione per la città 
sembra avere avuto lo stesso significato che quella dei 
fratelli Arvali per la campagna. 

Marte era anche un dio profeta. Nella terra Sabina 
presso Tiora Matiene aveva un antico oracolo simile a 
quello Dodonèo, se non che invece delle colombe serviva 
come mezzo di divinazione il picchio ficus, donde poi si 
finse un re profeta di Laurento, chiamato Pico, il quale 
sarebbe stato da Circe mutato in un picchio (Ovid. Met. 
14, 313 e seg.) 

Compagna e moglie di Marte reputa vasi Nerio, Ne- 
riene (forza). Oltracciò eran suoi compagni i Molce (tra- 
vagli di guerra) e Pallor e Favor, semplice traduzione, 
a quanto pare, del àiX^og e $ó/3o$. 

Oltre a Marte, i romani adoravan anche una dea 
della guerra (Bellona, da bellurrì) corrispondente alla 
greca Enio, sorella o sposa o figlia di Marte. Davanti al 
suo tempio sul campo Marzio stava una colonna dalla 
quale in più tardi tempi i feciali imprendevano il gitto 
della lancia solito a farsi nelle intimazioni di guerra 
(Ov. Fast. 6, 201 e seg.): ma quando il territorio ro- 
mano era ancor piccolo, questo si faceva sui confini della 
terra nemica (Liv. 1. 32). I sacerdoti della dèa, Bellona- 
rii le offrivano, specialmente nel 24 marzo (dies sangui- 
nis) 9 il lor proprio sangue lacerandosi dopo il sacrificio le 
braccia e le spalle con un coltello, secondo il selvaggio 
costume asiatico, e quindi davano le profezie. 



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— 284 — 
5. — Quirino. 

Quirino significa il dio della lancia (vedi pag. 260). 
Questo nome era in origine un epiteto di Marte cerne 
dio della guerra : ma sembra che già per tempo se ne 
staccasse e passasse a indicare una speciale persona an- 
che prima che dai Sabini fosse portato a Roma. In Ro- 
ma Quirino sta insieme con Marte e Giove in qualità 
di un dio guerriero protettore. I Sabini lo fecero padre 
di Medius Fidius che era il fondatore di Cure e il loro 
antenato, appunto come i romani fecer Marte padre di 
Romolo il quale dopo la morte fu inserito fra gli dèi col 
nome di Quirino. Romolo-Quirino è quindi il ceppo del 
popolo romano, dei Quiriti ed è pari a Marte stesso. 

A 17 di febraio si celebrava a Quirino la festa detta 
Qxiirinalia (Ov. Fast. 2, 473 e seg.) nella quale il 
suo Flamine gli sacrificava, e aspergeva d'olio le armi 
di lui. 

6. — Vesta. 

Vesta corrispondente alla greca Estia, èia immacolata 
dèa del focolare e della fiamma domestica ed è quella 
dèa che conserva fede e concordia nelle famiglie : era 
adorata in tutte le case, ove il focolare, centro della 
casa, era l'altare di lei, e il suo culto stava in congiun- 
zione con quello dei Penati e dei Lari. 

Come T Estia greca, cosi anche la Vesta romana aveva 
eziandio un'importanza politica, poiché sì il comune della 
citta come lo stato non son altro che grandi famiglie. 
Al tempo dei re, il palazzo reale (domus regia) posto 
fra il capitolino ed il palatino era riguardato come cen- 



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— 265 — 

tra dello stata: quindi vi si trova*» ir santuario di Ve- 
sta che avea comunicazione colla casa del re. Dopo la 
cacciata dei re la casa reale fu la pubblica abitazione del 
pontefice massimo, il quale avea Pinspezione sopra il 
santo focolare dello stato e sopra le sacerdotesse di 
quello. Questo pubblico culto di Vesta fu riguardato 
dai romani come ra impeciai modo sacro e venerando. 
Erano destinate a quello sei sacerdotesse dette Vestali 
(Liv. 1, 20) le quali come addette alla pura dèa vergi- 
nale, non potevano maritarsi ed eran venerate come per- 
sone sacre. Abitavano nel santuario di Vesta ed era lor 
cura che il sacro fuoco non si spegnesse, riguardandosi 
ciò come una grande sventura per lo stato. Qualora tale 
sventura fosse accaduta, le Vestali, perla cui trascuran- 
za si era spento il fuoco, veniano battute con vergho dai 
pontefice massimo ; ma il fuoco non si accendeva già ad 
altro fuoco contaminato dall'uso umano, bensì per mezzo 
d'uno specchio ustorio o coi trapanare un'asse. Il primo 
di marzo che anticamente era il principio dell'anno, rin- 
novava^ annualmente il fuoco di Vesta, nè si sa per 
qual mezzo. Nel tempio non si trovavano statue di Ve- 
sta (Ov. Fast. 6, 292) valendo come sua immagine il 
fuoco stesso : si credeva però che negl'intimi penetrali 
del tempio si costudissero ancora in diverse cappelle le 
immagini dei penati dello stato, che eran note solo al 
pontefice e alle Vestali — Come la città e lo stato, così 
anche ogni curia aveva il suo speciale santuario di 
Vesta. 

Un antico santuario di Vesta si trovava in Lavinio, 
la metropoli dei Latini, dove Enea avrebbe portato il 
fuoco di Vesta e i penati da Troia. Quivi recavansi a 
sacrificare i consoli, i pretori e i dittatori, quando essi 
entravano in offizio. 



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— 266 — 

Si celebrava a Vesta una festività annua detta Vesta- 
Ita il 9 di giugno (Ov. F. 6, 249 e seg.), nella quale 
si ponevano sul focolare alla dèa varii cibi, e si condu- 
cevano al tempio di Vesta asini, che servivano a girare 
il mulino, incoronati di ghirlande e con pani appesi al- 
l'intorno, per segno che la dèa manteneva alla famiglia 
il giornaliero nutrimento. Perciò festeggiavano questo 
giorno i fornari e i mugnai. 

7. — Vulcano. 

Oltre di Vesta i romani adoravano anche Vulcano 
come dio del fuoco e del focolare, se non che in lui si ri- 
leva più, come nel greco Efesto, la qualità di nume della 
metallurgia, poiché solo coll'aiuto del fuoco può lavo- 
rarsi il metallo. Quindi ha egli il soprannome di Mulci- 
ber, fonditore. 

Vulcano aveva, del pari che Vesta, eziandio un impor- 
tanza politica. Presso il tempio di lui che sorgeva accan- 
to al Comizio, tenevansi adunanze di popolo e più spesso 
serviva come luogo di radunanza del Senato.Gia Romolo 
e Tazio si dice che tenessero in quello consigli intorno 
alle faccende pubbliche. Da questo come eziandio da al- 
tri fatti si inferisce che il tempio di Vulcano avesse un 
significato simile a quello di Vesta e fosse altresì un 
centro dello stato intero — Vulcano certamente era fino 
ab antico in istretta colleganza con Vesta, probabil- 
mente in relazioni coniugali. Dopo che fu identificato 
con Efesto, gli si diè per consorte Venere. 

La festa celebrata a Vulcano Vvlcanalia cadeva al 
23 d agosto. In questo giorno si teneano giuochi a suo 
onore nella lizza flaminia, e gli si immolavano pesci, come 
abitatori dell'elemento nemico del fuoco. 



— 267 — 

8. — Giano. 

Giano, uno dei numi principali dei romani e invocato 
spesso accanto a Giove, era in origine un dio del sole 
che stabilisce e regola le variazioni della vita della natura, 
un dio dell'anno e del tempo, che conduce l'anno, i mesi 
e i giorni. Gli era consacrato il cominciare dell'anno, 
del mese, del giorno: i sacerdoti lo invocavano ogni mat- 
tina come l'iniziatore del giorno {pater matutinus, Oraz. 
Sat. 2, 6, 20) ; al cominciare d'ogni mese, per le calende, 
gli si offriva vino, incenso e frutti : il primo mese del- 
l'anno gli era dedicato e si nominava da lui : il primo 
giorno dell'anno (Januariae Calendaé) si celebrava la 
sua principal festa. (1) In questo dì i romani vestivansi 
a festa e ritenevansi da ogni mala parola, cercando di 
esprimere solo cose belle e buone che offerissero un pro- 
spero augurio per l'anno avvenire, e si alternavano fe- 
licitazioni e regali di gran significato. Il principio di 
tutto il tempo stava nelle mani di Giano, perciò si di- 
cea che Giano, prima di Saturno, e di Giove, avesse re- 
gnato in Italia e fondato templi a tutti gli dèi. 

Quest'idea del principio e dell'ingresso riguardo al 
tempo, del trapasso e continuazione da un periodo di 
tempo ad un altro fu in Giano l'idea predominante e 
trovò la sua applicazione ad ogni genere di umana atti- 

(1) In più remoti tempi, il marzo era il primo mese dell'anno. Agli 
idi di questo mese la plebe celebrava una specie di festa del nuovo 
anno sulle rive del Tevere, in cui davansi a far buon tempo con lieta 
dissolutezza e si auguravano di vivere questo e molti altri anni in giu- 
liva sanità e con buona fortuna (ut armare perennareqtie commode liceat). 
Da questi formali auguri si formò una dèa detta Anna Perenna il cui 
significato cercavano i romani di posteriori tempi di spiegare in diverse 
guise (Ov. fasti, 3, 523 e seg). 



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— 268 — 

vità. H romano mettea grande importanza singolar- 
mente al principio, dipendendo da un buono o cattivo 
principio un esito prospero od infelice. „ Tutto sta nel 
principio : al primo tuono si tien teso con angoscia l'orec- 
chio : solo il primo uccello che apparisce è importante 
per l'augurio „ così dice Giano stesso in Ovidio (Fast. 
1, 179). Perciò Giano è un dio così rilevante e che en- 
tra in tutte le condizioni della vita privata e pubblica. 
S'invocava nell'intraprendere qualsiasi cosa, al principio 
di ogni fatica, al cominciare della sementa e della mie- 
titura ( Consivius Ianus) 9 all'entrare in uffizio e così via 
discorrendo. In ogni preghiera invocavasi pel primo, 
nelle grandi feste degli dèi gli si facevano i primi sa- 
crificii, poiché egli apriva, come si credeva, alle preghiere 
le porte del cielo. 

Tempo e luogo sono idee relative: quindi Giano di- 
venne anche facilmente un dio dei trapassi da luogo a 
luogo, un dio della porta che da lui fu detta janua, 
come jani si chiamavano gli ingressi nelle mura della 
città. Ei guardava l'uscita e l'entrata per mezzo della 
porta, l'apriva e la chiudeva, e in segno di ciò por- 
tava le chiavi in mano (Claviger, Patulcius, Clusius): 
sulle porte si metteva il suo simulacro foggiato con 
due viste, che l'una guardava all'esterno e l'altra era 
volta all'interno della casa (Geminus). 

Il sorgere di una guerra, quando l'esercito per le 
aperte porte della città moveva verso il campo, era 
per la città un evento di tanta importanza, che di 
necessità correva il pensiero a Giano, dio dei princi- 
pii e dell'aperture : quindi il santuario del dio, che 
era una semplice torre vicino al monte Capitolino, 
aprivasi solennemente e così aperto rimaneva per in- 
fino che non fosse tornato l'esercito, e la guerra fi- 



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— 269 — 

nita (Ov. F. 1, 257 e seg. Virg. En. 7, 607 e seg. 
Liv. 1, 19), 

Noi annettiamo a queste divinità eziandio alcune 
altre, che veramente non erano d'origine romana o che 
appartenevano a una inferior classe di romane divi- 
nità, ma che, dopo adottate le idee greche e venuta 
in fiore la letteratura romana, furon riguardate come 
potenti e sublimi a segno da stare a lato alle sunno- 
minate. 

9. — Apollo. 

Questo dio i romani preserlo dai Greci, senza nò 
identificarlo con alcun iddio loro proprio, nè alterarne 
da qualsiasi lato il concetto. Già al tempo di Tarqui- 
nio il Superbo sembra che i romani abbiano interrogato 
l'oracolo delfico di Apollo. Lo stesso accadde al tempo 
dell'assedio di Veji ( Liv. 5, 21). Il primo tempio gli 
fu dedicato in Roma nell'anno 432 av. Cristo, perchè 
liberasse da una peste desolante la città (Liv. 4, 25). 
Si aggiunsero in processo di tempo molti altri tempii 
di Apollo medico, riferendosi però la virtù salutifera 
del nume non solo al corpo ma anche all'anima, e ri- 
guardandosi come dio della sanità insieme e della pu- 
rificazione. Al tempo della seconda guerra punica si 
fondarono ad Apollo i giuochi annuali detti apollinari 
(Liv. 25, 12) dove gli si offrivano sacrifici alla maniera 
greca. Questi giuochi celebravansi a lui come a quel 
dio che mette in fuga i nemici e arreca il trionfo. 
Augusto che portava singoiar onore a questo dio e 
in Azio, dopo conseguita la signoria del mondo, e sul 
monte Palatino avevagli alzato tempii, istituì a lui i 
giuochi aziaci, c trasportò le feste dette ludi seculares 



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— 270 — 

da Dite e Proserpina ad Apollo e a Diana sua so- 
rella: e nel canto che Orazio compose per questa festa 
e che nel terzo giorno di essa fu cantato da giovanetti 
e da fanciulle nel tempio di Apollo palatino, invoca- 
ronsi ambedue le divinità perchè dessero prosperità 
all'impero. Esse furono dunque considerate come di- 
vinità protettrici deirimpero stesso. 

Il nome di Latona, madre di Apollo, è una traduzio- 
ne della greca parola Leto (Lateo — Xv^w). 

Asclepio, il greco nume della sanità e figlio di Apollo, 
fu nell'anno 291 av. Cristo, al tempo d'una pestilenza, 
portato da Epidauro a Eoma, dove gli venne dedicato 
un tempio nell'isola del Tevere (Ov. Met. 15, 622 e 
seg. Liv. 10, 47). 

10. — Diana. 

Diana era un'antica divinità italica, dispensiera di 
luce e di vita, simile a Giunone Lucina (l). A ca- 
gione di questa sua proprietà, più tardi, quando si co- 
nobbe la religion greca, fu ella identificata con Arte- 
mide e fatta sorella di Apollo. Divenuta pertanto usa 
cosa con Artemide, ella fu una cacciatrice amante dei 
boschi e dei monti, fu, come Artemide nei più tardi 
tempi della Grecia, una dèa della luna, (Luna) e una 
dèa che s'aggira per trivii ( Trivio) e che favorisce i 
segreti della magia, Ecate. 

Il culto di Diana fu portato a Eoma dai plebei latini, 
onde ella fu venerata anche da questi, specialmente co- 
me dea protettrice. Due volte la plebe andò per rifu- 
gio al tempio di Diana sull'Aventino (Liv. 2, 32. 3, 51) 
fondato da Servio Tullio figlio di una schiava e amico 

(1) Il nome è parente con dies (Zeu$ Aeós, Acuvi*. 



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— 271 — 

del basso popolo come tempio comune e centro della 
lega latina (Liv. 1, 45). Servio avea consacrato questo 
tempio agli idi d'agosto : perciò cadeva in tal giorno la 
festa della dèa, e dice vasi il giorno degli schiavi, perchè 
questa festa celebra vasi specialmente da schiavi e schia- 
ve, che stavano sotto la protezione di Diana. 

Ad Arida in un bosco era il santuario di una dea 
de'boschi (Nemorensis) confusa con Diana stessa e 
onorata con uno speciale culto di sangue. Il sacerdote 
di questo santuario, il re dei boschi (Rex nemorensis) 
che era sempre uno schiavo scappato, otteneva ogni 
volta il sacerdozio con un duello in cui egli uccideva i 
suoi predecessori, e per restare nel posto che occupava, 
doveva per la stessa ragione combattere con ognuno 
che in segno di sfida rompesse un ramo dal sacro albero 
in quel bosco. La dea esigeva dunque sangue umano : 
quindi si credeva che fosse stato portato la o da Oreste 
o da Ippolito il culto di Artemide Tauride la quale pari- 
mente volea sacrifici umani. Si raccontava che Ippolito, 
essendo amato da Artemide (vedi pag. 211), venisse 
risuscitato da Asclepio e per mezzo d'Artemide tra- 
sportato, sotto il nome di Virbius,aà Aricia, dove eser- 
citò la regia autorità come un protetto della ninfa Ege- 
ria; la fonte della quale si trovava presso a quel santuario 
(Virgili., 761. Ov. Met. 15,497. Fast. 3, 263. 6, 731). 

11. Venere. 

w 

Venere, nei più recenti tempi di Eoma, corrispondeva 
alla greca Afrodite: era la dea dell'amore, specialmente 
dell'amor coniugale. Come tale aveva diversi sopranno- 
mi: Verticordia (moderatrice dei cuori) Conciliatrix, 
Obscquens, Viriplaca, Placida e Alma, Mimnermia o 



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Meminia (la memore) Genetrix ecc. ecc. Myrtia^ Mur- 
ila, Murcia si appellava dal mirto a lei sacro. Molti 
soprannomi sono difficili a spiegarsi, così il nome Cloa- 
cina che probabilmente deriva da cluere o cloare = 
luere (purificare), inoltre Calva probabilmente da cai- 
vere (ingannare, illudere). È sorprendente il significato 
dei soprannomi Libitina> Libertina, Lube attua, Lubia : 
poiché, sebbene questi nomi derivati da libet o lubet 
sembrino denotare la dea del piacere, nondimeno nel 
culto di lei tutto accenna a morte e funerali. Nel tem- 
pio di Venere Lubentina serbavansi tutte le suppellet- 
tili che servivano alla sepoltura, e secondo un ordine 
di Servio Tullio, per ciascun morto dovea pagarsi a 
quella una moneta. Probabilmente Venere ebbe que- 
sto signifisato per essere stata confusa con una antica 
dea italica della morte, detta Libitina, la quale fu ri- 
guardata anche come Proserpina. 

Sotto tali soprannomi, Venere avea in Roma diversi 
templi e santuarii : nondimeno il suo culto fu innalza- 
to a special dignità per la prima volta ai tempi di Ce- 
sare e d'Augusto i quali la riguardavano come sti- 
pite, per linea femminina, della stirpe Giulia. Come e 
quando il suo culto venisse a Roma è incerto : anche 
non si sa appunto qual significato abbia avuto Venere 
presso i Romani innanzi che si adottasse il concetto gre- 
co, e come accadde che Venere fu identificata con Afro- 
dite. Sembra che in più remoti tempi ella sia stata una 
dea dei giardini, una dea della primavera e della natura 
che germoglia e fiorisce : per lo meno, più antichi poeti 
(p . e. Nevio) usano il suo nome appunto per denotare 
delle piante di giardino — Una festa di Venere era 
celebrata dalle donne il primo d'aprile al cominciare 
della primavera (Ov. F. 4, 1 e seg.) 



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— 273 — 

Amore e Cupido sono imitazioni d'Eros greco, cbe 
presso i Eomani non godevano di nessuna speciale vene- 
razione. 

Taìassio o Talassius è l'Imeneo romano, il dio delle 
nozze. La parola indica propriamente il lanificio delle 
donne. Quando la sposa era condotta in casa del fu- 
turo sposo, pigliava una rocca con suvvi la lana e un 
fuso col filato, e durante il cammino si invocava spesso 
2 y ala$sio. Una leggenda raccontata da Livio (I, 9) che 
si riferiva al ratto delle Sabine a tempo di Romolo, va- 
leva a spiegare l'origine di questa invocazione. 

12. — Mercurio. 

Il nome si connette strettamente con merx, mercati 
e significa il dio del commercio e del guadagno. I ro- 
mani hanno preso il concetto di questo dio dal greco 
Erme, il quale appunto presiedeva anche al commercio, 
e sebbene trasportassero in processo di tempo anche 
le altre proprietà di Erme al loro Mercurio, (Oraz. 
Odi, 1, 10) e questo identificassero interamente con 
quello, nondimeno vi rimase predominante sempre Pidea 
di un dio del commercio. 

Mercurio aveva una festa agli idi di maggio, nel qual 
giorno una volta, cioè nell'anno 495 av. Cr. (Liv. 2, 21), 
era stato consacrato il suo primo tempio in vicinanza del 
Circo massimo. Si era in pari tempo instituito un collegio 
di mercanti (mercuriale*, mercatores) (Liv. 2, 27.), ed 
erano specialmente i mercanti che celebravano la festa 
di Mercurio, offrendogli incenso. Dinanzi alla porta ca- 
pena (Ov. F. 673) eravi un'acqua, detta l'acqua di 
Mercurio, e presso a quella un altare. Con quest'acqua 
aspergevano i mercanti sè e le loro merci per lavare 

18 



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— 274 — 

da se (come dice Ovidio) la colpa d'ogni inganno com- 
messo, e sacrificavano sull'altare, dopo avere invocato il 
dio a proteggerli nel loro mestiero. 



IL 

Dèi deir agricoltura e della pastorizia. 

1. — Saturno. 

Saturno era un antico dio italico della sementazione 
(da sero, saturni) e della economia rurale, il quale per 
l'introduzione dell'agricoltura aveva condotto gli uo- 
mini a costumatezza e generale prosperità. In più tardi 
tempi fu identificato con Crono e si raccontò che, es- 
sendo stato detronizzato da Giove suo figlio, s'era rifu- 
giato nel Lazio, dove gli uomini, sotto il suo impero, 
a vean goduto il secol d'oro. Per le sue feste, Saturnalia, 
che si celebravano per varii giorni del dicembre, dopo 
avere consegnata alla terra la sementa del grano oggetto 
di loro speranze, si cercava di richiamarsi alla memoria 
quel felice tempo sotto la signoria di Saturno. I pa- 
droni lasciavano agli schiavi libertà piena e servivanli a 
tavola: poiché nell'età dell'oro non ci era stata diffe- 
renza di condizione. Tutti attendevano a far buon tempo 
ed allegria, sclamando Io Saturnalia, io bona Saturna- 
lia, a far conviti, a giuocare e a regalarsi a vicenda. 
Tutte le fatiche cessavano: i tribunali, le scuole, le bot- 
teghe eran chiuse, nè alcuna guerra cominciava, nè fa- 
cevasi uccisione. Intorno al tempo dell'introduzione di 
questa festa, sihan notizie diverse: secondo Livio (2, 21) 



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— 275 — 

fu nell'anno 495 av. Cristo: secondo altri dati, fu intro- 
dotta anticbissimamente da Giano. Saturno aveva un 
antico tempio a piè del Capitolino. 

Non solo la sementa, ma tutte le piante in complesso 
A nei campi, sì nei giardini stavano sotto la protezione 
di Saturno: a lui si attribuiva anche l'invenzione del 
modo di coltivare gli alberi fruttiferi e la vite , e si dice* 
va che avesse in ciò ammaestrato gli uomini. Dal con- 
cime dei campi egli ebbe il soprannome di Sterculius. 

La statua del dio era internamente riempita d'olio prò* 
dotto importante del suolo italico, e portava in mano un 
coltello curvo da giardino. 

La moglie sua e insieme il suo corrispondente femmi- 
neo era 

2. -r ©pi (Ops) 

la dea della raccolta abbondante, che a causa della sua 
relazione colla sementa portava il soprannome di Cunsi- 
via. Ella aveva a comune con suo marito molti santua- 
rii e la festa dei Saturnali: ma oltracciò le si celebrava 
una festa speciale detta Opiconsivia, nel 25 d'agosto, 
dopo la trebbiatura del frumento. 

Come Saturno era stato pareggiato a Crono, così Opi 
fu identificata con Rea e dato ad ambedue come padre 
comune Celo ( Uranos). 

Una dèa simile ad Opi che si riferiva anch'essa alla 
raccolta annuale era Annona (da annus). 

\ 

3. — * ert ninno. 

Vertumno o Vortumno (da verto) rappresenta il mu- 
tarsi, e, specialmente e originariamente, le mutazioni cui 



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— 276 — 

vati soggetti i frutti sino alla loro maturità. Deriva da 
Vertumno il fiorir della primavera, e la raccolta dei- 
Testate e dell'autunno. Vino e frutta, doni dell'autun- 
no, sono i suoi beni principali, quindi in lui prevale il 
concetto d'una divinità dell'autunno matureggiante, e 
appunto nell'ottobre celebravansi a lui le feste Vertum- 
nalia. Ma in processo di tempo i romani allargarono il 
concetto di Vertumno e lo estesero a tutti que 1 fatti 
nei quali potea trovarsi l'idea del verbo vertere, al 
cambiamento delle stagioni, al baratto delle merci, 
alle vicende dei costumi umani e via discorreodo. 

Immaginavasi questo dio come un bel giovinetto e lo 
si rappresentava con una corona di spighe o di verdi fo- 
glie in capo, col corno pieno di frutti in mano, simile al 
greco Dioniso. 

La moglie di Vertumno era Pomona, dea delle frutta 
(Ovid. Met. 14, 623 e seg.). Ella aveva un suo proprio 
flamine, e ciò attesta l'importanza del suo culto. Fu 
rappresentata dall'arte come un'Ora o Stagione dell'au- 
tunno: mentrechè 

4.— Flora 

la dèa del fiorire e della primavera, corrisponde, nelle 
sue rappresentazioni, a Clori, Ora della primavera. Il 
culto di questa dea è de' più antichi di Roma: fu intro- 
dotto ai tempi di Tito Tazio o di Nuraa, dal quale sem- 
bra le fosse deputato un flamine. Dal 28 aprile fino al 
1° di maggio si celebravano le feste Floraìia, feste di 
letizia nelle quali si incoronavano di fiori le porte delle 
case e nei conviti si copriva il desco di fiori. Le donne 
portavano in questi giorni, per indicare lo svariato fio- 
rire dei prati, vesti di varii colori, cosa che in altri tempi 



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— 277 — 

non era permessa, e gli uomini ornati di ghirlande, da- 
vansi a far buon tempo e a licenziosi sollazzi ( Ov. 
F. 5, 183 e seg.). 

5. — Cerere. 

Al concetto e al culto di Cerere ha fino ab antico » 
recate tali modificazioni la greca Demeter, che tutta 
Tindole italica di quella dea è sparita, e solo dal nome 
schiettamente italico di Cerere, si conosce che questa 
divinità era già adorata in Italia prima dell' introdu- 
zione dell'idee greche (1). Cicerone {Pro Balbo, c. 24.) 
dice del suo culto f< Sacra Cereris summa maior e s nostri 
religione confici caerimoniaque voluerunt : qua cum essent 
assumpta de Grada, et per Gracas semper curata sunt sa- 
cerdotes, et Greeca omnia nominata: sed cum illam qua> 
Grcecum iìlud sacrum monstraret et f acereta ex Grada de- 
ligerent, tamen sacra prò cioibus civem facere voluerunt, 
ut deos immortale» scientia peregrina et externa, mente do- ; 
mestica et civili precarentur: has sacerdotes video fere aut .. 
Neapolitanas,aut Velienses fuis se, feeder atarum sine dubio 
civitatum. „ Che il culto di Cerere sia stato trasportato 
di Grecia, lo mostra l'unione di essa con Liber e Libera 
cioè, secondo il concetto greco, di Coros (Bacco) e Cora, 
come pure un certo carattere mistico del culto, che 
per altro è insolito nei romani. Le donne che celebra- , 
vano la sua festa, digiunavano, e correvano attorno 
qua e là con faci, ija cerca della rapita figlia di Ce- 
rere, e, per rispetto al rapimento della fanciulla, *i 

; • . . . . 

(1) Circa la derirazione del nome Cerere si questiona: chi la deriva 

dalla radice ere in treare e crescerei con che essa indicherebbe la prò- * 
duttrice delle piante, o da cernere, distinguere il grano dalla pula. Ci.' 
Omero //. 5, 500: 6re ti i-av0>i Aijprnip xpi'v£d Ì7r£iyo/xÉvwv avi- 
jjuuù j vuxo-kìv ti xjxi &^va$. 



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— 278 — 



guardavan bene dal pronunziare il nome di padre o 
di figlia. 

Il primo tempio a Cerere in compagnia di Libero 
e Libera sembra essere stato consacrato da Aulo Po- 
stumio nell'anno 496 av. Cr. in tempo che si temeva 
di una carestia, nel circo al disotto dell 1 Aventino, sede 
principale dei plebei: poiché Cerere era specialmente 
una dea della plebe. Quindi ancora tutti i beni di co- 
loro i quali avean commesso fallo contro i tribuni della 
plebe erano venduti a benefizio di quel tempio, e in 
esso conser\avansi dagli edili plebei i decreti del se- 
nato, perchè fossero accessibili ai tribuni stessi. 

Cerere era, come Deraeter, una dea della vegeta- 
zione, specialmente del frumento: quindi le si offriva, 
prima della mietitura, una scrofa (forca praecidanea) 
e le si recavano le primizie del grano mietuto (prce* 
metium ). La festa eh 1 ella aveva a comune con Li- 
bero e Libera , Cerealia (Ov. F. 4, .393) cadeva nei 
mesi di primavera, all' Il o 12 d'aprile. In questo dì 
si tentano nel circo, dove si facea una solenne proces- 
sione, corse di cavalli, che duravano otto giorni, e get- 
tavansi in mezzo al popolo fiori e noci : si vestiva di 
bianco, e i plebei, poiché eran questi che celebravan 
la festa, imbandivano conviti e si mandavano a vi- 
cenda corone di fiori. L'offerta della festa consistea in 
una scrofa, poiché il toro che trae l'aratro non dove» 
sacrificarsi alla dea dell'agricoltura. 

Cerere in più tardi tempi fu confusa ccn Tellus, la 
terra, quindi in occasione di sepolture le si sacrificava 
dei porci, e spesso in tempo di terremoti le si ordina- 
vano pubbliche preghiere. (Liv. 41, 28.). 



— &t§ifeed by-Geogie- 



— 279 — 

6. — Libero o Bacco, e Libera ' 

Libero e Libera, divinità fecondatrici della campa- 
gna che aveano stretto legame con Cerere e templi e 
feste a comune con lei, sono probabilmente semplici 
equivalenti alle greche parole Kópoj e Kópa, corrispon- 
denti a Dioniso e Persefonè., Nondimeno i romani inte- 
sero ordinariamente denotare con quei nomi la libertà 
e la licenza che accompagnava il culto di quelle di- 

• vinità. 

Il culto di Libero o Bacco, dio del vino, passò dai 
Greci della bassa Italia ai popoli italici, e fra loro si di- 
latò assai : in Roma si esercitò certamente fino dal 496 
av. Cristo. Per la vendemmia, con semplicità campe- 
stre gli si faceano libazioni delle primizie del mosto. 
La festa a lui dedicata detta Liberalia (Ov. F. 3, 711 

• e seg.) nella quale avea parte anche Cerere, cadeva ai 1 7 
di marzo ed era specialmente una festa campestre, ve- 
nendo le genti di campagna nella città per assistere 
agli spettacoli. In campagna si celebrava questa festa 
con licenziosi scherzi, come nell'Attica. Si mettevano 
al volto maschere di corteccia d'albero, e invocavano Bao- 
co in allegre canzoni : attaccavano al sommo dei pini 
fantocci dondolanti che rappresentavano il dio, e do- 
vunque esso si voltasse, là dicevasi prosperare le viti e 
fecondarsi la vallee il colle (Virg. Georg. 2, 385 e seg.). 
Si offeriva al dio il capro e si versava miele sopra 
calde focaccie, per indicare la dolcezza de' suoi doni. 
In questo dì i giovanetti piglia van la toga virile, chè ben 
conveniva l'ingresso alla vita libera nel giorno consa- 
crato al dio Libero. • 

Bacco fu pei romani anche un dio misterioso, le cui 



— 280 — 

feste celebra vansi notte tempo in certe segrete riunioni 
nelle fogge più scostumate. Contro questi occulti Bac- 
canali in cui si commetteva ogni genere di delitti, dovè 
il Senato procedere con tutta severità nel 186 av. Cr. 
(Liv. 39, 8 e seg.) 

Libera, la quale non avava per conto suo nissun culto 
speciale, passava in questi misteri per la moglie di Li- 
bero, e perciò essa fu confusa con Arianna (Ov. F. 3, 
512). 

7. — Telia» o Terra. 

Tellus, la madre terra, che emette dal suo grembo le 
delizie della vegetazione e che porta e nutrisce il ge- 
nere umano, spesso è dai romani congiunta con Cerere. 
Nella festa della sementa in gennaio (Feria sementivi) 
venia loro sacrificato in comune (Ov. JR 1, 657 e seg.), 
e la Fordicidia (Uccisione di una bestia gravida) che 
era la festa della terra e cadeva a 15 d'aprile, entrava 
tra le feste di Cerere. In questa festa, introdotta, come 
si diceva, da Numa in tempo di sterilità della terra, 
il pontefice colle vestali offeriva alla Terra sul Campi- 
doglio una vacca gravida (Ov. F. 4, 929) e in ogni 
curia si faceva un simile sacrifizio. 

Insiem colla Terra si adorava parimente una divinità 
maschile di ugual significato, per nome Tellurno. 

8. — Itona Dea. 

Il culto mistico (derivato probabilmente dai Greci e 
assai recente) della buona dèa sulla cui natura i romani 
stessi non avevano idee chiare, è, come sembra, una fog- 
gia speciale del " culto di Demeter. La sua festa cadeva 



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— 281 — 

al primo di maggio ed era celebrata in casa # del pretore 
o del console, dalle donne, di notte tempo, con riti stre- 
pitosi e da baccante/Uomini non potevano intervenirvi, 
anzi anche le ctatue virili che si trovassero in casa do- 
veano, per quella festa, esser velate. 

9. — Cibele, Magna Tf atei». 

Il culto, sparso anche per la Grecia,di Cibele la gran 
dèa frigia madre della fecondità, fu introdotto in Eoma 
Tanno 204 av.Cr., mentre si combatteva la seconda guer- 
ra punica, a instanza dei libri sibillini. Allora da Pessino 
in Frigia si fece portare in Roma V immagine della dèa, 
consistente in una rozza pietra, e le si fondò un tempio 
sul monte palatino (Liv. 29, 10. Ov. F. 4, 265). La ' 
festa della dea, le Megalesia (da ixiyxky\ pirvjp) celebra- 
vasi alcuni giorni prima delie Cereali, in simil foggia 
di queste, ma dai patrizi, mentre le Cereali spettavano 
ai plebei. Ma il culto orgiastico proprio di Cibele sem- 
pre rimase un culto forestiero a cui il romano non so- 
leva pigliar parte : e ne erano sacerdoti e sacerdotesse 
uomini e donne di Frigia, chiamati Galli. I Galli si 
aggiravano per le strade in vesti variegate, con musica 
strepitosa di Frigia, cantando, e mendicando per la 
loro dèa. 

10. — Termine. 

■ • 

li confine riguardavasi come sacro e stava sotto la 
protezione di una speciale divinità detta il Termine 
(Terminiti): chi avesse svelto o rimosso dal suo posto 
una pietra di confine poteva essere ucciso da chicchessia. 
Quindi tali pietre si piantavano con singolari cerimonie 



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— 282 — 

di religione. Si scavava una fossa, vi si accendeva il 
fuoco e vi si scannava sopra una vittima per modo che 
il sangue scorresse nella fossa, poi vi si gettava frutti 
con incenso, vi si stillava miele e vino, e finalmente si 
mettea nella fossa la pietra coronata e unta di profumi. 
Ma perchè sempre restasse fissa nella memoria la santità 
del confine, il 23 febbraio si celebrava una festa annuale 
in onore del dio de'confini, chiamata Ttrminalia e che si 
dice essere stata istituita dal re Numa. In questo giorno 
i proprietarii dei terreni confinanti si trovavano insie- 
me presso la pietra comune, e ciascuno dal proprio lato la 
coronava di fiorì e offri vale una focaccia. Si rizzava un al- 
tare e vi si offriva grano, miele e vino, e più tardi si 
usò anche far sacrificio d'un agnello (Oraz. Epod. 2, 59) 
e il tutto si chiudeva con un lieto e amiche voi banchetto 
(Ov. Fast. 2, 637 e seg.). Anche sugli antichi confini 
di Roma celebravansi tali feste nella strada che me- 
nava a Laurento, fra la quinta e la sesta pietra miliare 
(Ov. Fast. 2, 677). Oltracciò il dio deconfini aveva 
eziandio una pietra sacra sul Campidoglio nel tempio di 
Giove. Racconta la tradizione che, ai tempi di Tarqui- 
nio il superbo, volendosi fondare sul Campidoglio il tem- 
pio di Giove, bisognò sconsacrare molti santuarii che 
si trovavano sull'area scelta, ma come si giunse a quello 
del dio Termine, questi solo ricusò di sgombrare : onde 
fu presa la risoluzione di comprendere il santuario di 
questa divinità nel tempio di Giove. Così dunque an- 
che l'iddio supremo parve riconoscere i diritti del dio 
Termine e pigliarlo sotto la sua protezione. 



— 283 — 

U. — Silvano. 

Silvano (da silva) è propriamente un attributo di 
Marte sotto la cui protezione stava ab antico il germo- 
gliar delle piante e il prosperare dei greggi, le quali prò- 
prietà sì sono poi raccolte e personificate nel dio Silvano. 
Egli è, secondo che dice il nome, il dio de'boschi, che 
abita nei profondi recessi della foresta e li fa risonare 
di notte colla sua voce gagliarda. Ora siccome il silen- 
zio e la solitudine che regna nei boschi destano facil- 
mente ubbia e paura ; quindi la medesima divinità be- 
nefica che protegge gli alberi della selva e si diletta del 
loro rigoglio, è ancor quella che mette agli uomini 
spavento e talora eziandio reca lor danno. Oltre gli al- 
beri silvestri, questo dio protegge e alimenta anche gli 
alberi fruttiferi e tutte le piantagioni dei giardini e 
dei campi. Quindi gli si offrivano le primizie dei frutti, 
tralci, spighe e anche latte, e nell'autunno si celebrava 
in suo onore una festa pel raccolto (Oraz. Epist. 2, 1, 
143): il contadino riguarda vaio come protettore non solo 
dei campi, ma anche della sua casa. Il nume aveva tre 
statue, delle quali una era situata presso la casa, una 
in mezzo alla campagna e la terza sui confini del po- 
dere. Quindi egli era anche protettore dei confini (Oraz. 
Epod. 2, 22) e stava vicino al dio Termine. I greggi 
degli animali, come quelli che per lo più pascolano nei 
boschi, erano anch'essi protetti da Silvano; al quale voi* 
gevansi preghiere per la prosperità dei giovenchi, e si 
credeva ch'ei tenesse lontani i pericolosi lupi. Quando 
i romani ebber conosciuto il dio Pane dei Greci, ne 
fecero una cosa stessa con Silvano. 

Quasi tutti gli attributi di Silvano, riferisconsi an« 
cora a 



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— 284 — 

12. — Fanno* 

ma questi ha come sua qualità speciale anche il dono del- 
la profezia. Nelle sedi del suo oracolo, che si trovavano 
in siti selvosi, addormenta vasi uno sopra la pelle di una 
pècora prima sacrificata, e nel sogno aveva il responso 
per mezzo di immagini e di rumori (Vig. En. 7, 81, 
Ov. Fast. 4, 649). Il 15 febbraio cadevano le feste 
Lupercalia (Ov. Fast. 2, 265 e seg.), così dette da Lu~ 
percus 9 cioè, difensore dai lupi che era un soprannome di 
questo dio considerato come divinità delle greggi. Si 
sacrificava capre o becchi con cerimonie tutte speciali. 
Fatti venire due giovanetti di nobile stirpe, si toccava 
loro la fronte col coltello sanguinoso che avea scannato 
la vittima: poi le macchie del sangue erano forbite con 
lana inzuppata nel latte in mezzo a strepitose risa dei 
giovinetti. Questa era una cerimonia di purificazione, 
per mezzo della quale si benedivano pastori e greggi e 
allontanavasi calamità e infecondità dai terreni. Dopo il 
sacrifizio e il banchetto, i sacerdoti, che si chiamavan 
Luperci, recidevano, dalla pelle delle capre immolate, 
più correggiuoli e poi, cintosi una specie di grembiule 
della medesima pelle, dal luogo del sacrificio cotrevano 
al santuario di Luperco sul monte palatino (Lupercal) e 
traversando la città battevano per iaeherzo con quei cor- 
reggiuoli chiunque incontravano. Specialmente corre- 
vano loro incontro le femmine maritate, stimando esse 
che quelle sferzate le purificassero e recasser loro fecon- 
dità nel matrimonio. Si ascrive a Romolo l'introduzione 
di tal festa, ma, secondo una tradizione che sa tli greco, 
Evandro avrebbe portato nel Lazio il culto dell'arcadico 
Pane e instituito la festa a quel dio, che poi si chiamò 
Faunus od anche Inuus (Liv. 1, 5). • > 



— 285 — 

Anche i Fauni (dietro l'esempio greco, vedi pag. 142) 
furono moltiplicati al pari de 1 Silvani, e venner posti in 
compagnia delle ninfe (Virg. Eneid. 8, 314 Georg. 1,11). 
Queste, tolte parimente dai Greci, sono esseri della 
stessa natura che i Silvani e i Fauni, proteggono e fan 
prosperare greggi e campagne, ma anche esse spaven- 
tano, profetizzano, e metton gli uomini in ispirazione e 
in estasi. 

A Fauno fu data per compagna una Fauna e così 
pure a Lupercus rispondeva una Luperca. 

* 

13. — Pale. 

Il 21 aprile festeggiavano i romani una festa pasto- 
rale campestre, detta Palilia. Si ripurgavan le stalle, 
ornavansi di fogliame e si profumavano, esse ed il gregge, 
con zolfo, legno resinoso, alloro e simili cose. I sacri- 
ficii erano incruenti e consistevano in focaccie di miglio, 
vivande e latte tiepido : si ricorreva alla divinità per- 
ei lè proteggesse e fecondasse il gregge, si chiedea perdono 
degli oltraggi e delle profanazioni recate inavvertita- 
mente ai boschi e alle fonti sacre, pel pascolo delle greggi, 
e pu rifica vansi sì i pastori come le bestie per mezzo dì 
fuochi di paglia nei quali si spingeva il gregge per tre 
volte e sopra i quali saltavano i pastori stessi pure tre 
volte. Giovani e vecchi in questo giorno abbandona- 
vansi alla più sfrenata letizia, e beevano e mangiavano 
all'aria aperta su deschi e sedili erbosi (Ov. Fast, 4. 
721 e seg. TiML 2, 5, 87. Properz. 4, 4, 73). 

La divinità in onor della quale celebravasi tal festa, 
chiamavasi Pale, e dalle cerimonie descrìtte si vede 
ch'ella dovea essere una divinità pastorale, sembrando 
il suo nome derivato da pasco : ma i romani aveano di 



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— 286 — 

essa un concetto sì oscuro che non sapevano se fosse 
una dea o un iddìo. Pure in questo giorno e 'celebravano 
la fondazione della loro città. La città di Romolo era 
situata sul Palatium il cui nome accenna a Pale, e la 
sua popolazion primitiva era di pastori. 



III. 

Dei della casa e delia famiglia. 

1. — Penati (Penate). 

R nome Penates ha radice comune con penus, penitus 9 
penetrare, penetralia, parole che esprimono tutte il con- 
cetto d'interiorità,di luogo occulto e nascosto. Le statue 
dei Penati stavano nel luogo della casa detto penetralia, 
nella gran sala che era il soggiorno consueto della fami- 
glia e il centro della casa. Ivi sorgeva il focolare presso 
il quale stava il tabernacolo dei Penati: un fuoco per- 
petuamente conservato ardeva loro sul focolare, e proba- 
bilmente vi era accanto un altro altare proprio di essi. Essi 
sono in generale gli dèi domestici che proteggono l'unione 
e la conservazione della famiglia : i membri della fami- 
glia si rifugiavano presso il loro altare, presso il focolare, 
cercando soccorso e scampo da persecuzioni, e il padron 
di casa non poteva in questo luogo essere dai magistrati 
catturato. Essi prendevano continuo interesse ai destini 
della famiglia e sì nei prosperi come nei tristi avvenimenti 
della casa ricevevano sacrifizi. Quanto al numero, al no- 
me e alla stirpe loro non vi sono notizie determinate: co- 
me Penati si consideravano le più svariate divinità prò- 



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— 287 — 

tettrici della casa, specialmente Vesta dèa del focolare, 
Giove, i Lari e via discorrendo. Essendo questi dei di 
natura co^ì generale e indeterminata, i Greci hanno 
cercato di distinguerli con diversi nomi : li chiamavano 
irarpGoc, ytvi3\ioi, Krypioi, ftu^cot, tpxiot: presso i romani 
eran detti dii penetrale*, domestici, familiarts, patriu 

Poiché lo stato è una famiglia in grande, ebberci an- 
che Penati dello stato. Nel tempio di Vesta, comune 
focolare della città e dello stato, lo spazio interno chia- 
mavasi altresì penetralia, e una parte più riposta di 
esso era detta penus, ove sembra fossero racchiuse le 
statue dei Penati dello stato. Questi Penati si chia- 
mavano majores, publici, mentre quelli delle partico- 
lari famiglie eran detti minores e privati. 

2. — JLarl (Larcs) 

I Lari sono stati spesso confusi coi Penati, ma in 
origine sono da essi distinti. Erano anime umane diviniz- 
zate, spiriti buoni che dopo la morte si aggirano sopra 
la terra e beneficano i mortali. La maggior cura dei tra- 
passati è volta alle occorrenze dei sopravvissuti nella 
medesima famiglia: quindi i Lari sono specialmente 
spiriti protettori della casa a cui appartengono, e pos- 
son essere di leggeri uniti e confusi coi Penati, se 
non che son legati talmente colla casa che, anche 
partendone la famiglia, essi vi rimangono, laddove i 
Penati accompagnano la famiglia. Ogni casa aveva il 
suo lare o anche più d'uno: le loro statue di cera o 
di legno stavano, come quelle dei Penati, vicino al 
focolare, e spesso in un tabernacolo a parte ( lara- 
riurrì), che per le solennità si apriva, affinchè i Lari 
prendesser parte alla festa della famiglia. Il culto del 



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— 288 — 

Lare o dei Lari osserva vasi con iscrupolosa esattezza: 
per ogni lieto avvenimento, per ogni giorno festivo, 
alle ealende, alle none, agli idi di ogni mese si sa- 
crificava loro e si appendevano fresche ghirlande al 
focolare, e quando banchettavasi, si facea lor parte del 
cibo su piccoli piattelli. Il figlio di famiglia, quando 
pigliava la toga virile, consacrava loro la sua bulla che 
avea portato da fanciullo: e la sposa che entrava in 
casa, il giorno dopo le nozze, rendeva loro omaggio 
con un sacrificio. 

I Lari aveano il doppio ufficio di proteggere i loro 
congiunti si in casa come fuori: vegliavano sopra 
di essi nei viaggi di terra e di mare (Lares viales, 
permarini), nei pericoli della guerra (Lares militar es) 
e tutelavano i loro fondi (L. rurales). 

I Lari, come sulle singole case, così anche sten- 
devano la lor protezione su tutte le strade della città 
e avevano altari e cappelle nei crocicchi delle vie (compi- 
ta 9 quindi Lares compitale* , e feste Compitalia nel 2 mag- 
gio ) ; inoltre si davano Lari d* una stirpe intiera , 
della citta e dello stato (Lares gentium % L. urbani o 
hostiles come quelli che difendevano la città dai ne- 
mici : L. praestites, i presidii dello stato). I Lari delio 
stato (pubblici) sono da scrittori greci e romani iden- 
tificati coi greci eroi, poiché anch'essi sono gli eroi 
della storia mitica e proteggono perpetuamente la 
città e lo stato, e son più nobili che i Lari delle par- 
ticolari famiglie (privati) : noverava*! fra di loro Ro- 
molo, Eemo, Tazio, Faustolo, Acca Larenzia e altri 
molti. 

Se i Lari son gli spiriti buoni e beati, invece gli spi- 
riti cattivi che tormentavano ed erano tormentati sono 
le Larve o Lemuri : i trapassati in generale, senza la 



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distinzione accennata, si chiamavano tutti Manes ( i 
buoni)b e abitavano sotterra, donde spesso apparivano 
in questa vita. 

Hsnno parentela coi Lari e i Penati anche i 

r 

3. — Genll 

cfe sono propriamente gli dèi della generazione da 
g<no=gigno. Il Genio introduce l'uomo nella vita e lo 
accompagna come un altro se stesso, come personifi- 
cazione delle più nobili qualità di lui, proteggendolo 
dalla nascita fino alla morte, onde si confonde spesso 
col destino dell'uomo. Il giorno natalizio d'un uomo 
era un giorno festivo pel suo Genio, gli si offriva in- 
censo, vino e fiori, e in onor di lui facevasi allegria e 
buon tempo: quindi il far lieta vita e l'onesto go- 
dersi, si diceva indulgere Genio suo, mentre chi si dava 
a malinconia recava oltraggio al proprio Genio. Dopo 
la morte dell'uomo il Genio non va sotterra come 
l'anima, anzi egli si rimane nel regno della luce e le 
più volte abita sulla tomba del suo protetto — Lo 
donne chiamavano i loro Genii Junones. 

Il Genio, identificato col dèmone greco, è in singo- 
iar modo lo spirito buono dell'uomo, quantunque vi 
fosse anche il concetto del cattivo Genio (come lo 
spettro di Bruto), corrispondendo ai buoni è ai cattivi 
istinti dell'aniita. Così il greco dèmone distingue vasi 
in x-axo&xt'/xwv e in àya6o£ai/xwv. 

Come i singoli uomini avevano i loro Genii o Dè- 
moni, così anche ogni casa, ogni famiglia e società, 
. ogni citta e popolo : eranvi Genii di singoli paesi e 
luoghi ( G. locorum), un Genio del mare, della terra e 
del mondo. 

io 



I Genii dei luoghi eran rappresentati comunemente 
in forma di serpenti che divorano frutti posti loro 
davanti. Il Genio dell'uomo al contrario fu rappre- 
sentato come un giovinetto in toga, col capo velato, 
tazza e corno dell'abbondanza in mano. 



IV. 

Dèi del destino e della divinazione. 

1. — l'arche (Parcae), Fatum, Fortuna. 

1 

Alla Mira dei greci corrisponde la Parca dei romani ; 
anche questa o rappresenta il destino come una po- 
tenza oscura e inflessibile, nella sua astratta genera- 
lità, o sivvero è il destino particolare di ciascun uomo 
che determina la nascita, la vita e la morte di e?so. 
Dapprincipio sembra che i romani avessero una sola 
Parca, ma nel tempo- della letteratura furon ridotte a 
tre e presero i nomi delle greche Mire. 

Fatum si diceva quello che era stato pronunciato 
(fari) dagli dèi, specialmente da Giove, come espres- 
sione della volontà divina e come destino irrevocabile. 
I Fati in plurale denotano ora il destino proprio di 
ciascuno in particolare e l'espressione del divino vo- 
lere sopra di esso, ora sono identici alle Parche, e 
rappresentano le divinità del destino che segnano agli 
uomini, fino dalla nascita, il loro tenor di vita : quindi 
si chiamano Fata scribunda, ed erano invocate per la 
nascita d'un bambino l'ultimo giorno della prima set- 
timana. 

• » 



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Un culto molto esteso aveva presso i romani la 
Fortuna che, al pan della Tiche greca, era la dea 
del caso e specialmente del buon esito e della 
buona ventura. L'introduzione di questo culto ascri- 
vesi a Servio Tullio il quale, attribuendo al favore di 
lei la sorte di esser giunto al trono nella condizione 
sua di figUo d'una schiava, le avea dedicato molti 
templi, fra gli altri quello della Fortuna primigenia sul 
Campidoglio, della Fors Fortuna, ossia del caso, sul Te- 
vere al di sotto della città. Sotto il titolo di Primigenia 
così chiamata perchè a ciascuno fino dalla nascita fissava 
il proprio destino, aveva essa un tempio anche sul Quiri- 
nale, dove era parimente adorata come F. pubblica ; cioè 
Fortuna di tutto quanto il popolo romano a cui essa col 
suo favore avea procurato la signoria del mondo. L'op- 
posto di questa F. pubblica, dea della felicita dello 
«tato, era la F. privata, dea della felicita de'partico- 
lari. La Fors Fortvna ricevea special culto dai plebei 
nel tempio detto di sopra. II. 24 giugno, giorno della sua 
festa, vi accorrevano a piedi e su battelli coronati, e 
festeggiavano la solennità con lieto tripudio (Ov. Fast. 
6, 765 e seg.): ella era pertanto una F. plebeia, ma 
anche i Patrizi adoravano una F. patricia. Inoltre 
aveva la dèa moltissimi altri santuarii sotto i più sva- 
riati nomi, secondo le condizioni delle persone che essa 
proteggeva : quindi eravi la F. Equestris, Libera (dei 
Uberi, per contrapposto agli schiavi), F. liberum (dei 
figli), Virginalis % Muliebris, Barbata (perche presiedeva 
alla pubertà), Firilis, la qual ultima pia tardi prese 
il significato del favore che le donne trovano presso 
gli uomini, per il che le donne le sacrificavano e pre- 
ga vanla. a conservare le loro attrattive (Ov. Fast. 4, 
145). Altri titoli della Fortuna derivano da proprietà 



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e ufBcii suoi particolari, onde fu detta Respieiens, 
Blanda, Dubia, Brevis, Stata (la costante), Bona, Mala, 
Averrunca (che tien lungi la disgrazia), Carnet (de* 
viaggii) Redux (del ritorno) ecc. ecc. 

Oltre di Roma, la Fortuna era adorata anche in 
molti altri luoghi del Lazio, come ad Anzio (Oraz. 
Carni. 1, 35 ) e a Preneste, nei quali due luoghi era 
anche dea della profezia. 

Accanto a una statua della bona Fortuna sul Cam- 
pidoglio sorgeva una statua del bonus Eventus che 
aveva anche un tempio nel campo di Marte. La Felici- 
tas (Faustitas, Oraz. Carm. 4, 5, 18) avea un tempia 
in Roma nel quinto rione. A queste divinità del de- 
stino facciam seguire quelle che annunziavano il de- 
stino medesimo, cioè le 

2. — Camene. 

La parola Camenae (dal v. cano) significa le can- 
tanti cioè le .vaticinanti, e siccome attribuiva» alle 
fonti la virtù di inspirare, quindi eran concepite come 
dèe delle fonti, come ninfe. Si vuole che Numa de- 
dicasse loro un bosco ad Aricia presso la fonte Egeria : 
Egeria stessa ninfa di tal fonte, con cui Numa fingeva di 
conversare e di apprenderne le dottrine, dee noverarsi 
fra le Camene (Liv. 1, 21). Al tempo della letteratura 
romana le Camene furono identificate colle muse greche 
e assunsero i medesimi attributi. 

Il nome Carmcnta o Carmentis che parimente de- 
riva da cano, è uguale a Camma e sembra essere stato 
il più antico. I romani facevano di Carmentis la ma- 
dre dell'Arcade Evandro. Le feste dette Carmentalia 

■ 



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— 293 — 

che si celebravano l'I 1 e il 15 di gennaio sulla porta 
carmenta, erano ad onore di lei e delle sue compagne 
Porrima (o Prorsa, Antevorta) e Postvorta, delle quali 
Tuna manifestava agli uomini l'oscuro passato, e Tal- 
tara il futuro. Esse, del pari che Carmenta, erano adorate 
dalle donne romane anche come dèe del parto. 



Costellazioni. 

* 

Sole e Luna 

Fra le costellazioni i romani adoravano solamente 
il Sole e la Luna, il culto dei quali si vuole che fosse 
introdotto da Tito Tazio. Ma il culto del Sole ebbe 
sempre in Roma poco importanza, e i suoi templi 
sembrano riferirsi, per la maggior parte, ad un epoca 
assai recente. Più considerevole fu stimato il culto 
della Luna: essa aveva templi sull'Aventino (Ovid. 
Fast. 3, 883), sul Campidoglio, e sul Palatino sotto il 
nome di noctiluca, il qual ultimo tempio era illumi- 
nato tutte le notti. I poeti romani riferirono al Sole 
e alla Luna le proprietà di Elio e di Selene, quindi 
anche la Luna fu confusa con Diana e con Ecate. 



— 294 - 

* 

VI. 

I 

Acque e Venti. 

§ é 

i 

I romani adoravan come dio del mare Nettuno 
(Neptunus), ma essendoché gli antichi romani ayeano 
che fare assai poco col mare, il culto di questo dio 
rimase senza importanza. Quando poi più tardi fu ri- 
guardato come il greco Posidone, la qualità che più ven- 
ne in rilievo si fu quella del dio dei cavalli e delle corse. 
Queste Nettuno Equester (UoauS&v firmo;) avea un 
altare nel circo flaminio e un tempio nel campo Mar- 
zio, dove tutti gTi anni si celebrava con corse di ca- 
valli la festa detta Consualia che si volea «istituita da 
Romolo (Liv. 1, 9). Consus sembra essere stato un 
titolo di questa divinità considerata come consigliatrice, 
x ma in origine Consus dovette essere un antico dio 
italico della terra e della sementa. 

I romani davan per moglie a Nettuno la dea ma- 
rina Salaria (da salum-x\$) : oltre a questa* si trova 
menzionata un altra dèa marina Venilia cui Virgilio 
{Etì. 10, 76) fa madre, di Turno re dei Rutuli. Quando 
i generali romani entravano in mare colle loro flotte, 
accompagnavano le preghiere pel buon viaggio e pel 
trionfo con un sacrificio alle divinità del mare e get- 
tavano le viscere della vittima nel mare (Liv. 29, 27. 
Cic. nat. deor. 3, 20). 

Alle tempeste ( Tempestatesi innalzò un tempio L. 
Scipione, davanti alla porta capena (Ov. Fast. 6, 193). 
Portunus o Portumnus era il dio dei porti dei romani. 



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— 295 — 

« 

Aveva un tempio sul porto del Tevere presso Roma: 
identificavasi col greco Palemone, e si facea figliuolo 
di Matuta che era riguardata per Ino Leucotea, ma 
in orione era stata una dea della luce mattutina e 
della nascita. 

2. — Fonti e Fiumi. 

Pei romani eran sacre tutte P acque correnti, fonti, 
ruscelli e fiumi, onde i sacerdoti e i magistrati, se si 
trovavano in viaggio per ragion d'uffizio, non doveano 
passare niuna di tali acque senza aver innanzi preso gli 
auspizi. Fonius , il dio dell** fonti in generale, figlio 
di Giano dio del principio, e di Giuturna ninfa delle 
fonti, avea il tempio sul Gianicolo. Una festa generale 
delle fonti , detta Fontinalia, celebravasi in ottobre , 
nella quale si coronavano i /pozzi e gettavasi fiori den- 
tro le fonti. 

Fra i fiumi, i romani adoravano specialmente il Te- 
vere sotto il nome di Tiberino (Pater Tiberinus), che 
aveva un tempio nelP isola del Tevere a Roma. Se- 
condo un'antica tradizione egli era stato re in Alba 
longa, ed era perito nel fiume Tevere che da lui prese 
nome, essendosi fino a quel punto chiamato Albula (Liv. 
1, 3. Virg. En. 8, 31. 332). 



VII. 

- 

Inferno. 

Dite o Pluto, e Proserplna. 

Il nome Dis gen. Ditis è una semplice traduzione 
del Plutone greco e rappresenta , al par di quello, il 
dio dell' inferno che signoreggia nel profondo della 



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— 296 - 

terra, dove tutte le ricchezze umane stanno nascoste. 
Il nome Plutone è venuto in uso assai tardi anche 
presso i Greci, ed è verisimile che l'idea stessa di un 
re deirinferno sia ai Romani passata dai Greci. 

Proserpina, sposa di Dite, è parimente una dea di 
origine non italica, e non altro che la greca Persefone 
al cui nome i Romani han dato una flessione più con- 
facente alle loro orecchie. 

A Dite e a Proserpina era dedicato il così detto 
Tarentum o Terentum sul campo Marzio. In questo 
luogo era fama che da sotterraneo fuoco si levassero 
su spessi vapori, e vi si trovava, venti piedi sotter- 
ra, un altare sacro ad ambedue le divinità, che, du- 
rante le sacre cerimonie , stava scoperto per qual- 
che tempo. Si vuole che un Sabino chiamato Manio 
Valesio Tarentino in occasion d'una pestilenza sco- 
prisse per la prima volta quest'altare, immolasse in 
quel sito dei neri buoi e celebrasse i primi giuochi ta- 
rentini in onor di Dite e di Proserpina per mezzo di 
corse o di lettisternii nello spazio di tre notti. Secondo 
un' altra narrazione, il primo console Valerio Poplicola 
avrebbe introdotto i giuochi tarentini durante una pe- 
stilenza, e da quel tempo fino itd Augusto sarebbero 
etati celebrai tre volte, onde si vede eh* e* ripeteansi 
circa ad ogni cent'anni. E perciò furon chiamati i giuo- 
chi secolari. Augusto li ristaurò nell'anno 17 av. Cristo, 
ma questa volta, invece che agli dèi infernali, furon de- 
dicati ad Apollo e a Diana. 

Simili ai giuochi tarentini erano anche i taurici i quali 
si vuole iossero introdotti da Tarquinio Superbo in una 
pestilenza e ripetuti frequentemente piìi tardi. Questi 
giuochi eran dedicati anch'essi agli dèi inferni. In tempi 
calamitosi si cercava per mezzo di tali feste dei morti di 



.1 7 ^\&^3B / Lr^m, 



— 197 — . 

placare con sacrificii e con giuochi Tira delle potenze 
infernali, e sottrarre il popolo da imminente rovina. 

Certamente tali feste de' morti erano antiche in Roma, 
e anteriori al tempo in cui si conobbero le idee greche 
di un Dite e di una Proserpina dominatori dell'inferno, 
poiché i romani aveano ab antico un culto de 1 morti; 
ma sembra che in origine essi credessero i morti ap- 
partenere a *Tellus, dea del profondo della terra o anche 
a Cerere. Il luogo oscuro e fondo ove dimoravano i morti 
si chiamava Orcus (serraglio), col qual nome fu più 
tardi chiamato anche lo stesso re dei morti, o per euf e - 
mismo si diceva Mundus (il mondo). 

Nel Comizio si trovava un'apertura del Mundus, che 
si tenea chiusa con una pietra, lapis manali* (pietra dei 
Mani), e ri apriva solo tre volte all'anno, il 24 d'ago- 
sto, il 5 d'ottobre e l'8 di novembre. In questi giorni 
era aperto l'inferno, onde gli spiriti dei trapassati lascia- 
vano il lor soggiorno e poteano volar liberi per la super- 
fìcie della terra: eran quindi giorni cattivi e sfavorevoli, 
nei quali non si intraprendeva, senza necessita, cosa al- 
. cuna d'importanza, non si levava truppe, non si metteva 
in marcia alcun esercito, nè in mare alcun naviglio, nè 
si veniva a battaglia, nè conchiudeasi parentadi e via 
discorrendo. Ugual liberta godevano i morti per più 
giorni nel febbraio, in cui si celebravano le feste Feralia 
(l) o Parentalia. Anche in questi giorni si tralasciava 
qualunque faccenda importante, mettendosi ogni cura a 
placare le anime dei parenti morti e ad onorare le loro 
tombe (Ov. Fast. 2, 567). 

(1) Vairone 1, 1, 5, 3 quod tum epulas ad sepulcra amicorum ferebanU 



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— 298 — 
Vili. 

I 

♦ 

Personificazioni. 

- 

1) Fede. La fedeltà nel mantener la parola data e 
il giuramento prestato osservavasi dai romani colla più 
scrupolosa esattezza sì nella vita pubblica come nella 
privata. Perciò alla Fede, personificazione di Questa os- 
servanza, avea lo stato introdotto un molto di voto culto 
(Fides publica), che faceasi risalire fino a Numa (Liv. 
1, 21). Questi le aveva edificato un tempio e instituita 
una festa nella quale i suoi sacerdoti sovra un cocchio 
tirato da due cavalli traevano al tempio di lèi e, nel- 
l'atto di sacrificare incenso alla dea, avevano le mani 
velate fino alla punta delle dita, poiché la mano, con la 
quale si dà la fede, è sacra alla dea e dev'esser tenuta 
monda. Un tempio e una statua della Fede in bianche 
vesti (F. Candida) era sul Campidoglio vicino al tempio 
di Giove (Cic. nat. deor. 2. 23, vedi. pag. 256) 

2) Concordia : era anch'essa una divinità specialmente 
politica, significando la concordia reciproca tra i citta- 
dini dello stato. Le fu promesso il primo tempio dal 
dittatore Camillo nell'anno 367 av. Cristo, scoppiata lite 
fra patrizi e plebei, e per decreto del Senato fu edifi- 
cato vicino al foro dopoché era succeduta la pace. Le si 
celebrava una festa pubblica il 30 marzo, che era co- 
mune con la Pace, l{t Salute e Giano, ma la festa sua 
particolare cadeva il 16 di gennaio (Ov. Fast. 3, 881. 
1, 639). Livia, sposa di Augusto, dedicò un tempio alla 
Concordia, come alla dea della unione coniugale (Ov. 
Fast. 6, 631). 

3) Pace. Nell'anno 13 dopo Cristo quando Augusto 

« 



— 299 — 

ritornava dopo avere oppresso i tumulti in Gallia, Spagna 
e Germania, dal senato e dal popolo fu dedicato alla 
dea della pace un altare nella curia, sul quale si sacrificava 
il 30 gennaio e il 30 marzo (Ov. Fast Ì y 709. 3, 882). 

4) Salute. Come divinità politica rappresenta il ben 
essere dello stato. Questa Salus publica ebbe un tem* 
pio sul Quirinale nell'anno 311 av. Cristo (Liv. 9, 43), 
e ogni anno, circa al tempo che i consoli entravano in 
uffizio, era uso antico di prestarle il così detto augurium 
SalutiSy con cui si domandava agli dèi se si dovesse im- 
petrar da loro la salvezza dello stato. Augusto restaurò 
questo augurio, e da quel tempo si mantenne ancora 
per secoli. Oltracciò la Salute fu riguardata come la 
dea della sanità del popolo. Quando nel 180 av. Cristo 
una pestilenza invase la città, si promise alla Salute, ad 
Apollo e ad Esculapio doni e statue d'oro (Liv. 40, 37), 

5) Gioventù (Juventus oJuventas: grec. Ebe) aveva 
molti templi in Eoma. Non solamente era la personifi- 
cazióne delia giovine milizia sulla cui forza riposava la 
conservazion dello stato, ma rappresentava eziandio la 
eterna e potente giovinezza dello stato medesimo. Sotto 
questo rispetto, aveva una cappella sul Campidoglio nel 
tempio di Giove Capitolino. 

6) Vittoria, corrispondente alla greca Aie*, possedeva 
fra gli altri, un tempio sul monte palatino dove le si ce- 
lebrava una festa il 12 d'aprile, nel tempo in cui rico- 
minciavano le marcie guerresche — Vica Pota (Liv. 2, 
7) cioè, la trionfatrice potente, non è altro che una Vitto- 
ria (Cic. de leg. 2, 11, 28), come appunto la Fellonìa cioè 
la fugatrice dei nemici. 

7) Libertà, aveva un tempio sull'Aventino, sede prin- 
cipale della plebe, onde sembra riferirsi alla liberazione 
dei plebei dall'oppressione dei patrizii. 



— 800 — 

8) Virtù e Onore. La Virtù (Virtù*) nei senso di va- 
lore guerrésco, insieme col suo compagno l'Onore ebbero 
OD tempio da Mario dopo la sconfitta dei Cimbri. Già pri- 
ma, nell'anno 222 av. Cr., Marcello ndla battaglia presso 
Clastidio avea promesso ad ambedue un tempio, ma gli 
era stato proibito di consacrarlo, dai pontefici i quali di- 
chiararono che due divinità non poteano avere un tem- 
pio a comune. Perciò egli fabbricò per le due divinità 
due templi l'uno accanto all'altro (Liv. 27, 25). 

9) Pudicizia. Come la virtù era la dote principale 
dell'uomo romano, così la pudicizia era l'ornamento più 
bello della romana. Quindi godeva anch'essa onori di- 
vini, e l'adoravano le patrizie in un tempio a parte sul 
mercato dei giovenchi, sotto il titolo di P. patrizia. Ma 
quando una volta, nell'anno 297 av. Cr* Virginia, fan- 
ciulla di sangue patrizio, per avere sposato un plebeo, fu 
dalle patrizie esclusa dal culto di P. -patrizia, essa edi- 
ficò un tempio alla P. plebea che servisse pel culto delle 
matrone plebee (Liv. 10, 23). In tempi posteriori, cre- 
sciuta la corruzione, il culto della Pudicizia perdette la 
mia purità e santità. 

10) Pietà: rappresenta l'amore dei figli verso i geni- 
tori. Livio (40, 34) nomina un tempio a lei dedicato il 
152 av. Cr. 

11) Speranza : aveva molti templi in Roma. Il più 
antico de' suoi templi è ricordato da Livio 2, 51: un 
altro 21, 62. 24, 47. 

12) Mente. Dopo la battaglia al Trasimeno che per 
lo sconsiderato ardire di Flaminio andò perduta, le fa 
promesso un tempio (Liv. 22, 10) e ben tosto edifi- 
cato sul Campidoglio: ma ella era già prima stata in 
onore a Roma. 

13) Roma , personificazione e apoteosi della città di 



— 301 — 

< 

Roma, aveva in Roma stessa un tempio edificato da 
Augusto : in altri paesi già le erano stati prestati onori 
divini (Liv. 43, 6). 

Oltre le già accennate, i romani adoravano eziandio 
una quantità di altre personificazioni, come Aequitas % 
Clementia, Pollentia> Quies, Fessonia, Febris, Or bona 
e via discorrendo. 

B. Favole. 

I romani a confronto de 1 greci sono molti scarsi di 
favole : a ciò si aggiunge che gli storici romani scompo- 
sero e fecero a brani le antiche favole e raccontaronle 
come la rimanente storia: perciocché è manifesto che 
essi in quelle maravigliose narrazioni, soggetto di anti- 
chi inni, ravvisarono sempre un fondamento storico, onde 
in parte spiegando e in parte levando via ciò che era 
incredibile, pensarono di avere raggiunto la verità. In 
questa guisa l'origine di Roma e i primi tempi dei re 
furon raccontati come vera storia, benché quest'epoca 
fino a Tulio Ostilio sia tutta mitica, e benché anche 
da questo punto in giù fino dopo h costituzione del 
libero stato il fondo storico sia in molti modi mescolato 
colla favola. Noi daremo qui le favole romane fino alla 
morte di Romolo. 

s 

1. — Evandro. 

Nel Lazio abitavano antichissimamente, così racconta 
Virgilio, En. 8, 314 e seg. fauni e ninfe indigene, in- 
sieme con una stirpe d'uomini fiera e selvaggia. Quando 
Saturno, cacciato da Giove suo figlio, venne in quelle 
parti, riunì insieme quel popolo feroce che scorreva qua 
e là pei monti, e gli diede leggi. Egli abitava sul monte 



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— 302 — 

Capitolino nella citta Saturnia, mentre sul Gianicolo 
Giano aveva una propria rocca. Il paese fu da Saturno 
chiamato Latium, come quello che gli aveva offerto 
sicuro nascondiglio (his quoniam latuisset tutus in oris). 
Sotto il suo dominio gli uomini vissero un'età d'oro in 
tranquilla pace, finche ricomparv e una stirpe depravata 
che vivea di guerra e di furto. Da indi in poi soprav- 
vennero diversi popoli forestieri, ausonii e siculi, e il 
paese spesso mutò di nome. 

Evandro, secondo una più recente favola che pro- 
babilmente era frutto della fantasia greca, 60 anni prima 
della devastazione di Troia avrebbe da Pallanzio in Ar- 
cadia condotto una colonia pelasgica nel Lazio sul 
monte Palatino, nel luogo dove più tardi fu edificata 
Koma. Era figlio di Echemo e di Timandra, ovvero 
di Erme e di una ninfa arcadica, ovvero della profe- 
tessa Carmenta (Carmentis) , o finalmente di Nico- 
strata o di Temi. Uguale incertezza vi è sopra il mo- 
tivo del suo emigrare.O egli partì spontaneamente a cau- 
sa di una sommossa popolare, o per avere ucciso il padre 
o la madre venne bandito. Kel Lazio capitò fra un popolo 
rozzo del quale prese il comando, rispettato più per la sua 
coltura che per forza esteriore : si dice che insegnasse 
loro la scrittura, (Liv. 1, 7), la musica, e altre arti, 
per mezzo anche di sua madre Carmenta che l'avea 
accompagnato nell'esilio (Ov. Fast. 1, 471 e seg.), la 
divinazione e il culto di vani dii, come di Cerere, 
Nettuno, Conso, Eracle e Pane liceo (Liv. 1, 5. Ov. 
Fast. 5, §[)) che nel Lazio ebbe il nome di Fauno o 
Inuo. Il eolle palatino, sul quale avea fondato la citta 
Pallanteum, Palantium, Palatium , ebbe questo no- 
me dal suo nonno Pallante o dal figlio o nepote di 
tal nome che si vuole fosse ivi sepolto. 



— 303 — 

• 

Evandro fu venerato a Roma tra gli eroi indigeni 
(indigites) : aveva un altare sul colle Aventino : sua 
madre Carmentis aveva un altare sul Campidoglio in 
vicinanza della porta Carmentale. Intorno alla venuta 
di Eracle nel Lazio in casa di Evandro, e all'ucci- 
sione di Caco, vedi pag. 199. 

2 —'finca 

••»». » 

Dall'Iliade d'Omero 20, 300 e seg. si ricava che, 
secondo le favole più antiche, Enea condottiere dei 
Dardani, figlio d' Anchine e di Afrodite, dopo la ca- 
duta di Troia rimase in patria, e quivi egli e i suoi 
discendenti signoreggiarono sulle reliquie dei popolo 
teucro. Ma in tempi relativamente assai antichi era già 
nata presso i greci la credenza, che Enea insiem col 
Palladio Troiano si fosse involato alla general distruzione 
e cercatosi altrove una nuova patria. Il poeta Stesicoro 
(645-560 av. Cr.) è il primo fra i greci a noi noti, che 
racconti come l'eroe con una schiera di troiani e le cose 
sacre di Troia navigasse ad Esperia : ma se egli facesse 
approdare Enea nel Lazio, è gran dubbio. Quest'opinio- 
ne che Enea venisse nel Lazio, pare essersi formata perla 
prima volta ai tempi di Tucidide o non molto dopo: ma 
è certo almeno che ai tempi di Pirro, il quale discen- 
dendo da Achille, si credeva di combattere nei romàni 
i nepoti dei Troiani, era generale fra i greci l'opinione, 
che una colonia troiana sotto Enea si fosse stabilita sulle 
rive del Tevere e che i romani da questi troiani discen- 
dessero. 

Anche i romani medesimi riportavano ad Enea l'ori» 
gine loro. Già intorno all'anno 240 av. Cr.era questa cre- 
denza riconosciuta dallo stato, poiché di questo tempo 



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— 304 — 

i 

3 senato intercedette presso gli Etoli per la libertà 
degli Acarnani, per la ragione che i loro antenati, 
soli fra i greci, non aveano preso parte nella guerra 
contro i troiani capi di loro stirpe. Questo avvenne 
dunque a un tempo in cui la letteratura greca non 
era ancora generalmente conosciuta fra i romani : 
quindi è verisimile che la favola della immigrazione 
d'Enea non sia stata tolta dalla letteratura greca ma 
che fosse piuttosto una tradizione indigena, come quelle 
di Giano, Saturno ed altri antichi re i quali pure si 
volea che fossero venuti d'oriente. 

Livio (1, 1 e 2) racconta remigrazione e lo stabi- 
limento d'Enea nella seguente foggia. Enea nel suo 
viaggio insieme collavanzo dei troiani venne prima 
nella Macedonia, poi nella Sicilia e finalmente nei 
paese di Laurento dove fondò una città per nome 
Troia. Spingendosi poi nel paese e predando nei din- 
torni per la propria sussistenza, gli contrastarono il 
passo Latino e gli Aborigeni i quali allora ivi abi- 
tavano. Latino, o dopo uno scontro con infelice sorte 
o, secondo altre narrazioni, prima che cominciassero le 
ostilità, conchiuse pace con Enea e gli die in moglie 
Lavinia sua figlia. Enea fondò una città che egji da 
sua moglie chiamò Lavinium, ed ehb: un figlio chia- 
mato Ascanio. Ma poiché Lavinia già prima dell'ar- 
rivo dei troiani era promessa a Turno, re dei Rututì, 
questi cominciò una guerra contro Enea e Latinp. I 
Rutuli furon vinti, ma Latino cadde in battaglia. Es- 
sendosi Turno collegato coll'etrusco Mezenzio re di 
Cere, Enea per rendersi favorevoli gli Aborigeni nel 
pericolo imminente, chiamò Troiani e Aborigeni col 
nome comune di Latini, e affidatosi nel coraggio dei 
due popoli ormai congiunti, condusse arditamente il 



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— 305 — 

suo esercito contro i potenti Etruschi. La battaglia 
riuscì favorevole ai Latini, ma fu anche l'ultimo fatto 
di Enea sulla terra. Ebbe sepoltura, checché si debba 
giudicare d'un tant'uomo, sul fiume Numicio, e lo 
chiamano Jupiter Indiges (il Giove indigeno). 

Livio in questa narrazione, da buon isterico ha ri- 
mosso, per quanto poteva, tutto il maraviglioso della 
favola. Ei non parla nè delle profezie troiane, nè del 
loro compimento, e non ricorda i penati di Troia che 
nella favola tengono una parte precipua. Enea li ha sal- 
vati dall'incendio della patria e guidato da loro giunge 
finalmente nella terra promessa. Una predizione diceva 
che in quel luogo dove essi spinti dalla fame avessero 
mangiato anche i deschi, la avrebbero fondato a se e ai 
penati una nuova sede. Essendosi dunque i troiani, 
dopo avere approdato nel Lazio, posti a mensa, la fame 
gli spinse a divorare eziandio quelle focacce a finissime 
falde di pasta sulle quali eran poste le pietanze, e così 
conobbero esser compiuta la predizione e che il Lazio 
era la nuova patria lor promessa dagli dèi. Anche il 
luogo ove dovean esser posti i penati, era loro addimo- 
strato da una profezia, secondo la quale, il segno sa- 
rebbe stato una bestia quadrupede. Infatti una scrofa 
magnifica destinata per il sacrificio si sciolse, e dopo aver 
corso entro terra 24 stadii, giunta sopra un'eminenza sei- 
vosa,si sgravò di 30 porcellini. Questo luogo non sembra- 
va ad Enea atto per fondarvi la città, ma i penati appar- 
sigli in sogno lo incuorarono a dar principio all' opera 
palesandogli la futura potenza e grandezza de'suoi di- 
scendenti. Enea fabbricò sul colle la città di Lavinio 
e nel luogo, dove avea sacrificato la troia, fondò il tem- 
pio dei penati della città. Dai 30 porcellini era signifi- 
cato il numero degli anni che doveano decorrere fino 

20 

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— 306 — 

alla fondazione di Alba e così ancora il numero dei di- 
stretti componenti la lega latina. 

La favola della morte di Enea, di cui Livio tocca a 

» 

pena, somiglia grandemente allo sparire di Komolo. 
Mentre nella battaglia contro Turno e Mezenzio in riva 
al fiume Numicio, Enea, circondato dai suoi fidi, com- 
batte bravamente, a un tratto si abbuia il cielo, tuoni 
baleni e un rovescio di pioggia spaventano il popolo, e 
quando la tempesta è cessata, più non si trova Enea. 
Ma ben tosto sulla riva del Numicio egli apparisce ad 
Ascanio e a molti altri, tutto armato, e palesa loro co- 
m'egli sia addivenuto un iddio. In quel luogo gli si 
eresse un sacrario coll'iscrizione Patris dei Indigetis. 

Anche di Latino raccontasi che dopo morte fu as- 
sunto nel concilio degli dèi sotto il nome di Jupiier 
Latiaris. Questo nome vai lo stesso che Jupiter Indiges, 
e probabilmente la favola dell'apoteosi di Latino è quel- 
la originale, che poi più tardi è stata trasportata in 
Enea, 

Virgilio ha cantato, nel poema eroico l'Eneide, re- 
migrazione di Enea (pius Aeneas. Vedi H. 20, 298) e la 
fondazione di una colonia troiana nel Lazio, ed ha inne- 
stato le favole indigene coi racconti degli scrittori greci, 
ma spesso ha alterato, a suo senno, le antiche memorie. 
Nel settimo anno della navigazione, i troiani partiti dalla 
Sicilia navigavano lieti verso lo scopo del loro viaggio, 
quando a istanza di Giunone che voleva impedire la 
fondazione di un popolo futuro rivale della sua fida 
Cartagine, sorge una gran tempesta che getta i troiani 
sulle coste dell'Affrica, dove Didone avea da poco tempo 
fondata Cartagine. Enea è ospitalmente accolto dalla 
regina (lib. 1), e nel convito le racconta i suoi destini 
e quelli della patria, la presa e devastazione di Troia, 



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t 

— 307 — 

la sua fuga cogli dèi patrii, col padre e il figlio e la 
moglie Creusa ch'egli perdette nella notte fatale (lib.2j, 
racconta come cogli avanzi del popolo sfortunato in- 
siem col quale andava in cerca d'una nuova patria, ve* 
nisse, dopo lunga navigazione, in Tracia, a Delo e Oreta, 
a Epin» e sulla costa orientale d' Italia e finalmente 
sull'estremo occidentale della Sicilia, donde sperava di 
dover tosto raggiungere il Lazio promessogli. Ma la 
tempesta avealo gettato in Affrica (lib. 3). Venere cerca 
di preparare a suo figlio, per mezzo delle nozze con 
Bidone, la signoria di Cartagine e il termine dell' in- 
felice viaggio, e Giunone pure vi si accorda per tener 
Enea lontano d'Italia ; ma Giove volendo che il de- 
stino si compia e che Roma sia fondata per signoreg- 
giare un dì tutto il mondo , comanda a Enea di ab- 
bandonar l'Affrica e di visitare l'Italia. Didone dopo 
la fuga di Enea si uccide (lib. 4). Enea giunge di nuovo 
in Sicilia (lib. 5) e di là a Cuma in Italia: qui colla Si- 
billa discende all'inferno dove visita l'ombra di suo pa- 
dre morto da parecchi anni in Sicilia e si fa da esso pre- 
dire il futuro (lib. 6). Da Cuma giunge alla foce del 
Tevere : Latino, seguendo il responso dell'oracolo, gli dà 
in moglie sua figlia, e gli concede uno spazio di terreno 
per fondarvi una citta. Ma Turno collegatosi con molti 
popoli italici comincia una guerra pericolosa (lib. 7). 
Enea cerca e trova aiuto da Evandro (lib. 8). Dopo una 
lunga guerra descritta nei libri seguenti, nella quale 
molti valorosi eròi perdon la vita, Enea in duello uccido 
Turno. Così termina l'Eneide. . 

Trent'anni dopo la fondazion di Lavinia, Ascanio 
figlio di Enea e di Lavinia fondò la citta di Alba 
Longa. Secondo altre favole Ascanio è un figlio di 
Creusa, il quale, nato in terra troiana, accompagna suo 



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— 308 — 

padre nel Lazio. Il nome Ascanio vien dai greci, es- 
sendo il vero nome romano Giulio (Julus); benché per 
Giulio s' intenda anche un secondo figlio d'Enea o un 
figlio d 'Ascanio. 

3. — Romolo. 

Le favole circa la fondazione di Roma, secondo le 
poesie antiche , stanno come appresso. Trecent 1 anni 
dopo l'edificazione di Alba, fu da questa citta fondata 
Roma. Proca re d'Alba, discendente di Ascanio, ebbe 
due figli, Numitore ed Amulio, dei quali il secondo 
cacciò dal trono il maggior fratello Numitore, ne uccise 
la prole maschile; e la figliuola Rea (Rhea) Silvia (1) 
fece vestale e costrinsela così alla sterilità. Ma Silvia 
partorì dal dio Marte i due gemelli Romolo e Remo. 
La madre, in pena di ciò, fu gettata nel fiume Anione, 
ove fatta dea venne sposata dal dio di questo fiume : e 
i figli, per ordine di Amulio, furono esposti entro una 
conca là dove il Tevere avea traripato. Ritiratosi il 
fiume e rimasta la conca in secco a piò del palatino in 
un luogo dove sorgeva un fico selvatico ficus ruminalis 
che si conservava anche secoli dopo con riverenza, venne 
lk una lupa e li allattò o, secondo altri, K portò ad allat- 
tare nella sua caverna: quando il latte più non bastava, 
una pica, uccello sacro a Marte, portava loro da man- 
giare, mentre altri uccelli volando intorno ai bambini ne 
rimovevano gli escrementi. Così dopo essere stati per 
divina cura nutriti, si abbattè in loro Faustolo pastore 

• 

(1) E da preferirsi lo scrivere Rea (da reus, l'accusata). E* detta an- 
che Ilia. Ma in origine la madre di Romolo si chiamò Ilia solo come 
figlia di Enea, poiché molti pongono la fondazione di Roma subito 
dopo la distruzione di Troia, facendo Romolo nepote di Enea. 



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— 309 — 

<dei greggi del re. Ei li portò alla sua moglie Acca La- 
rentia la quale H allevò, insieme coi suoi dodici figli, 
sui monte palatino, dove fino ai tempi di Nerone si con- 
servava la sacra capanna di Romolo. I due fanciulli 
vennero crescendo in forza, e divenuti giovani si sol- 
lazzavano insieme coi pastori in pericolose caccie e in 
lotte contro i ladri la cui preda si dividevano : spesso 
tinche si azzuffavano coi pastori di Numitore suir Aven- 
tino. Una volta Remo per le feste dei Lupercali fu im- 
prigionato dai pastori di Numitore e condotto, come un 
ladro, ad Alba. In questa occasione Numitore conobbe 
i nepoti e concertò con loro di abbattere Amulio usur- 
patore. I due gemelli insieme coi loro divoti pastori fe- 
cero impeto nella cittadella del re, lo uccisero, e resero 
il dominio a Numitore. 

Quindi Romolo e Remo fondarono una città nel 
luogo dove avean passato la lor gioventù : primi ad abi- 
tarla furono i pastori loro coetanei e compagni, soprav- 
venne poi, secondo più recenti favole, una grossa molti- 
tudine di Albani e di Latini. Sorse allora tra i due fra- 
telli una lite qual dei due dovesse dare il nome alla 
nuova citta, cioè se si dovesse chiamare Roma o Remu- 
ria, e se fosse da fabbricarsi sul Palatino o sull'Aven- 
tino. Fissarono ci rimettersene ad un augurio. Romolo 
pirese per luogo d'ispezione il Palatino e Remo l'Aven- 
tino: a questo apparvero 6 avoltoi, a quello, 12, ma 
alquanto più tardi e dopo che gli era stato annunziato 
il segno di R«mo: perciò Remo ei facea forte della 
precedenza, Romolo del numero doppio: così i fratelli 
colle loro schiere vennero a lite e dalle parole alle ma- 
ni, rimanendo vincitore Romolo. 

Quando Romolo ebbe circondato la sua Roma di 
muro e di fosaa, Remo, tuttora crucciato del torto fat- 



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togli, per 5 scherno saltò sopra le deboli fortificazioni 
della città, onde Celere, uno degli amici di Romolo o, 
secondo altri, Romolo stesso lo uccise dicendo: " Così 
vada chiunque si attenta a saltare sulle mie mura „ (1). 
In espiazione dell'omicidio furono istituite le feste Le* 
muria (invece di Remuria) (Ow. F. 5, 479). 

Ai giovani concorsi da ogni parte a Roma manca van 
le donne : e poiché gli abitanti delle vicine città non vo- 
leano avere nessun commercio con Roma, Romolo li 
invitò ad una festa che preparava in onore di Nettuna 
Conso, e mentre i sabini e i latini colle loro donne e 
fanciulle, concorsi in gran copia, stavano attenti allo 
spettacolo, i romani afferrarono da ogni parte le donne 
e rapironle. I vicini di ciò sdegnati presero le armi. Le 
città latine furono di leggieri vinte, ma la potenza dei 
Sabini che si era levata a grande altezza sotto il re 
Tito Tazio, mise in pericolo la sorte della nuova città, 
poiché Romolo dovette ritirarsi dentro la città, e i Sa^ 
bini si impadronirono della rocca posta sul Campidoglio, 
avendo Tarpeia, figlia del comandante della rocca stessa. 
S. Tarpeio, allettata dall'auree armille dei Sabini, aperta 
loro la porta. Dalla rocca i nemici assalirono la città, e 
Giunone, amica ai Sabini e contraria alla stirpe di Enea» 
aperse una porta della città donde i Sabini irruppero 
dentro : ma Giano fé 1 scaturire una fonte bollente e 
costrinse i nemici a ritirarsi. 

Romolo volle il dì seguente ripigliare la rocca, ma 
fu respinto. Mentre i suoi si volgevano in fuga, ei pro- 
mise un tempio à Giove Stator e così arrestò la fuga. 
Rinnovossi la pugna nella valle che è tra il Palatino e 
il Capitolino con varia fortuna: finalmente le Sabine, 

(1) Secondo altre favole, Remo restò ucciso nella lite sorta per 



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— 311 — 

. apose dei Romani, si cacciarono fra i combattenti e con- 
dussero a pace i mariti ed i padri. I Sabini si stabilirono 
sul monte Capitolino e sul Quirinale e d'indi in poi 
fecero una sola città coi Romani : Tito Tazio divise la 
signoria con Romolo. E le donne da quel tempo gode- 
rono in Roma di grandi onori per mercede di aver sal- 
vato la città. Alcuni anni dopo, Tazio fu ucciso a Lavi- 
nio dai Laurenzii in occasione di un sacrificio, e quindi 
Romolo rimase re di tutti e due i popoli. 

Quando Romolo ebbe posto i fondamenti della fu- 
tura grandezza di Roma e adempito al suo destino, fu 
tolto dal mondo. Il 17 febbraio, giorno in cui si cele- 
bravano le feste Quirinalia, facendo una rivista del- 
l'esercito nella palude delle capre, a un tratto si rabbuiò 
l'aria, e in mezzo a pioggia e temporale, Marte discese 
sulla terra, e su cocchio infocato si portò il figlio in 
cielo. Rischiaratosi il tempo, il popolo che si trovò privo 
del padre *uo> si abbandonò a grave lutto : ma Proculo 
Giulio presentassi subito al popolo e disse essergli Ro- 
molo apparso sulla via di Alba in sembianza di un 
nume, e avergli annunziato com'era divenuto un dio, 
e che sotto il titolo di Quirino avrebbe vegliato sul po- 
polo. Questa nuova racconsolò i romani, e si cominciò a 
adorare il fondatore della città come un dio, sotto il 
nome di Quirino. (Si confronti intorno alla storia di 
Romolo, Liv. 1, 3-16). 



FINE. 



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INDICE ALFABETICO 







22G 


Aiace (d'OUeo) 


286, 


9111 OLL 


Arca laurenzi a . 




309 

• UJ. 


Aide > v Ad 
Aidoneo) V ' Aae * 




;\t ili. iuw , • 




120 106 


Albula . 










IR 

• J ir 


Albunea . 




1 1 fi 






121 285 

filai 


Alceo 




1 Al 


A r> ri «il f> 




17') IMI 


Alcesti 




KK 

• USI 


A p<»i p^fi 




154 


Alcide 




1 K7 


Acsiocersa. • 




154 


Alcinoo 




211* 


Acsiocersos 




. IM 


Alcione . 




92 


Ade . IL l«r 




155, 156 


Alcioneo . 




14, 193 


Admeta . 




. m 


Alcmena . 




. 1£1 


Admeto 




55, 225 


Alcmeone. 






Adone 




71 


Alecsiare . 




. 198 


Adrastea . 




.39, 82 


Alessandro V. Paride 




Adrasto . 


hi 


179, 218 


Alete 




. 207 


Aede. . . • 




8J1 


A letto - 




. 163 


Aedone ■ 




. 203 


Alfesibea . 




71 


Aello 




• UH 


Aloadi 




. 20, 53 


Aetlio 




sa 


A.loeo 




53 


Afare o 




. IM 


Alseidi 




. 126 


Afrodite . 




68, G9_ 


Altea 




. 826 


Agamennone • 1 


63, 


205, 206, 


Amadriadi 




. 126 


234, 235, 


Amaltea . 




. 39, ai 


Aganippe . • 




85 


Amazzoni. 


175, 


211, 212 


Agatodèmone . 




. IM 


Ambrosia . 


8 


Agave 




. 131 


Amfìarao . 


144, 


219, 22ii 


Agdistis . 




. 128 


Amfìone . 




202, 221 


Agenore . . 




21,% 238 


Amfìtrione 




. 184 


Agi ai a 




ai 


Amfitrite . 


108, 


110, 115 


Aglauro . 




. 209 


A mi eia 




. 103 


Agraulo . 




. 209 


Amico 




. 228 


Aiace (Telamonio) 




286, 211 


Amimone . 




. 118 



— 314 — 



Amisodaro 




• 


115 


Arianna . 129, 


131, 


211 


Amitaone . . 




179, 


224 


Arione 


• 


220 


Aminone . 






11 


Aristeo 


• 


M 


Amore 






273 


. Armonia . 




214 


Amulio 






308 


Arpie 


103, 


228 


Anchirroe. 






178 


Artemide 15, 45, 6^ 


129, 


206 


Anchise 




70, 


237 


Aruspici . 


251, 


271 


Ancili 






262 


Arvali fratelli . 


* 


263 


Androgeo . 






211 


Ascanio . 


• 


804 


Andromeda 






181 


Asclepio . . 54, 


226, 

• 


270 


Aniceto . • 






198 


Asfodelo (prato di). 


18 


Anna Perenna . 






267 


Asopo • . • 


• 


174 


Annona ■ 






215 


Astarte 


• 


10 


Antea 






UÀ 


Asteria . . 




169 


Anteo 






193 


Astrea 


• 


84 


Anteros . 






Z4 


Astreo 


100, 


102 


Antesterie. 






136 


Atalanta . 


219, 


221 


Antevorta. 






223 


Atamante 31, 116, 131, 


222, 


281 


Antigone • 


217, 


218. 




Ate 


37 


, 83 


Antiloco . 






241 


Atena* 15, 48, 107, 
Ati, Attide, Atte 


165, 


180 


Antiope . 






211 


• 


129 


Apolhnari (ludi) 


63, 64 




269 


Atlante . . 13, 91, 92, 


194 


Apollo . 16, 


i Mi 




Atreo 


• 


204 


Apsirto 






230 


Atropo . 


• 


&Q 


Ara, plur. Are. 






162 


Atteonc . 




214 


Arcade 






61 


Attore 


191, 


22£> 


Arctofilace 






83 


Aucso . . . 


• 


88 


Arctos 




*61 


i m 


Augea . 


• 


191 


Ares 15, 68, 75 


, 174, 


3 88, 


196 


Auguri 


• 


251 


Argeste . 




}02, 103 


Aurora 


• 


99 


Argifonte . 






45 


Autolieo . 


• 


186 


Argo (nave) . 


45, 


223, 


22fì 


Autonoe . 


• 


214 


Argo 




• 


45 


Aziaci (ludi) . 


• 


269 


Argonauti 




• 


222 







Baccanali . 




280 


Bentesicime , 


• • 


111 


Baccanti . 


132, 


mi 


Biante 


• • 


179 


Bacco 


. 135, 


219 


Boote 




da 


Bassaridi . 


« • 


187 


Borea 


! 102, 


228 


Belidi 




118 


Briareo 


• Il 


, 36 


Bellerofonte 


* • 


114 


Briseide . 


• ■ 


288 


Belleros . 


• • 


Ufi 


Bronte 


• 


6fi 


Bellona . 


• • 


263 


Buona dea 


• • 


2811 


Bellonarii . 


• • 


263 


Buon Evento V. 


Eventns. 




Belo . 


• • 


118 


Busiride . 


. 118, 


193 



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1 




— 31o — 



Cabiri 




. 153 


Chirone . 28, 144, 100, 


'Ili 


Caco . • 




. 122 


Cibebe. V. Cibele 




Cadmilo . 




154, 21± 


Cibele . . . 127, 


2S1 


Cadmo . . 




11 li, 213 


Ciclopi . . 10, 12, 68, 


245 


Calaide o Calai 




. 226 


Cicno . . .188, 


12li 


Calcante . 




20G, 231 


Cidimos .... 


161 


Caleiide femminili 




. 253 


Cilice .... 


213 


„ di Giano 




201 


Circe . • 06, 230, 


245 


Calidone (cinghiale 


di) 


. 212 


Cirene .... 


55 


Calipso . . 
Calliope . 

* 


01, 216 


Citissoro .... 


231 


• 75 


, Sii 226 


Cizico .... 


22X 


Callisto 




fil 


Cleopatra 


227 


Camena . 




84, 222 


Cleta .... 


88 


Camillo . 




154 


Climene . . . 25, 91 


, 2fi 


Caos . 




IO 


Clio 


85 


Capaneo . 




. 212 


Clitemnestra . 


200 


Capitolini (ludi) 




. 255 


Clito. .... 


100 


Caprotine (none) 




. 255) 


Clori. . . . 20, 


103 


Cariddi 




. 215 


Cloto .... 


Sii 


Cariti 




.68, ai 


Cocito . . . 18, 


> 19 


Carmenta o Carmentis 


. 222 


Compitalia 


2M 


Carmentalia 






Concordia. 




Carpo. 
Carpos 




.88, 20 


Consivia e Consivius 268, 


275 




. 103 


Conso .... 


2:14 


Cassandra. 




. 206 


Consualia. 


204 


Cassiope 1 . 
Castalia . 




. lai 


Copeo .... 


119 




m 


Copreo .... 


187 


Castore . . 154, 


186, 22ii 


Cora. V. Persetene . 




Cecrope . 




208 


Coribanti ... 82, 


128 


Cefalo 




100 


Coro 


151 


Cefeo 




. lai 


Coronide .... 


51 


Ceice 




126 


Cotto .... 


10 


Celeno 




03, 111 


Creonte . . .186, 


216 


Celeo 




147 


Creta (toro di). 


122 


Celere 




. 310 


Creteo . 31, 102, 170, 


22 1 


Celo . 




. 275 


Creusa . . . 231, 


807 


Centauri . 




. 143 


Crio 


10 


Centanrotritoni. 




. 112 


Crisaore .... 


1 so 


Centimani. 




11 


Crise 


23 S 


Ceo . 




. io ; 


Crisotemi .... 




Cerbero . 18, 


10, 


i87, 123 ! 


Crommia (troia di) . 


2111 


Cercione . 




210 


Crono . . 10, 11, 18. 


t 23 


Cer e Cere 




. lfil 


Csanto .... 


112 


Cerealia . 




. 218 


Csuto .... 


31 


Cerere 




. 277 i 


Cteato .... 


Vài 


Ceri ni te (Cerva) 




. 120 . 


Cupido ... 78, 


27.3 


Ceto 




118/180 


Cureti .... 




Chimera . 




. 115 ! 







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I 



- o!8 — 



Fessoti ia . 


. 301 


Flegra 




Fetonte . 




Flora 




Fetusa v. I- a et usa 


• • 


Floralia . 




Fico Ruminale. 


. 308 


Fobos 




r ìdms 


. 251 


Folo . 




r ìlaco 


. na 


Fontinalia. 




b ihra 


144 


Fonto 




^jlomele . 


. 203 


Forci 


! lÌ3 t 


'fottete . 


198, 234, 242 


v ordicidia 




neo 


. 104, 223 


Foroneo . 




ami 


. 119 


Fortuna . 




imini . 


. 250 


Frisso 


! 222, 


aminicae 


. 250 


Furie 


• • 


'legia 


54 







11 
27(5 
2Iii 

Ili 
liiO 

ISO 
280 
HI 
201 
221) 
1G2 



Galli . 
Ganimede 
G? o Gea 
Gelanore 
Genio 
Gerione 
Giacinto 
Giano 
Giapeto 
Giasone 
Gie o Gige 
Giganti 
Giocasta 



128, 281 
10, 101 



lacco 
Iadi . 
lagni de 
Icaro. 
Ictio Centauri 
Ida (ninfa) 
Ida . 
Idomeneo. 
Idotea 
Iduia 
les . 
Ifìanassa 
Ificle 
Ificlo 
Ifigenia 
Ifito . 
Igiea. 
lk . 



. io, as^ 



121 

118 
. 2811 
. 1112 

. ma 

207 

.io, ai 

144, 224, 220 
11 

ia 

• ltfO, 215 



151, 15ii 

oo 

. no 

• 211 
. 112 

311 

154, 22Z 
. 231 
. Ili 

. 2211 

01, 1M 
. 201Ì 
. 181 
. 226 
206, 201 
187, 104, 22fi 
51 

. 227 



Giove 
Gioventù 
Giulio 
Giunone 
Giuturua 
Glauce 
Glauco 
Gordio 
Gorgofone 
Gorgoni 
Gradivo 
Graie 
Grazie V. Cariti 



Ilia . 
IUtie. 
Ilo . 
Imero 
Imene 
In a co 
Inferno 
Ino . 
Inuus 
Io . 
lobate 
Iolao 
Iole . 
Ione . 
Iperborei 
Iperenore 
Iperione 
Ipermnestra 



118, 174, 



. 253 
. 293 
. 308 
. 25S 
. 2115 
. 221 
17G, 2M 
. IMI 
. 181 
53, 180. 
. 2iU 



. 303 
Ili 
50,2110 

. . . 22 
75 

. HI 
18 

110, 131, 222 
. 2M 
. 28, 45, HI 
111 

180, 104, 102 
104,198 
. — "SI 

. . ite 

. j • 213 
. / . io, te 

/ . Ha 



Ipnos 

Ippocrens . 
Ippodamia 
Ippolita • * 
Ippolito . 
Ippomedonte 
* T ppote 
• ene 
.de. 



Labdaco 
Lacbesi 
Ladone 
Laerte 
Laio . 
Lampezia 
Laocoonte 
Laodamante 
Laodice 
Laomedonte. 54 
Lapiti 
Lari . 



106, IL 



1 



Larve 


. 2 


i 


Latino 


. m 




Latona . . j 


. 270 




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Lemuri 


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Lemuria . 


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Luperca . 


Leofonte . 


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Lupercalia 


Lestrigoni. 


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Luperco . 


Lete . 


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Marpessa . 


Macaria . . 


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Marsia . . 


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Matronalia 


Mamurio . 


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Matuta (Madre) 


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Man^s 


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Medea 


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Manto 


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Manzio 


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